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Farsi dare una mano

Il periodo di avvento è iniziato: si inizia a parlare di Natale, si mettono già le prime decorazioni per casa, si pensa già ai regali… E perché non citare uno dei racconti natalizi più iconici per ricordare che il Natale non è solo nei suoi simboli ma anche nelle nostre azioni?
Tempo fa un signorotto inglese, con il mio stesso intento, mise in gioco il suo talento di scrittore per creare “a Christmas Carol”, uno dei più famosi testi natalizi mai scritti, che vede la vicenda avvolta attorno a un avido e egoista signore che, tramite l’intervento di alcuni spiriti, stravolge il suo comportamento diventando un uomo buono.
Uno degli spiriti ad un certo punto della storia si rivolge al protagonista dicendo una frase abbastanza iconica: “Se la malattia e la tristezza sono contagiose, non c’è niente al mondo così irresistibilmente contagioso come il riso e il buonumore”, e cosa può mettere più allegria di un sorriso e di un sincero “grazie”? Ricordiamoci che infatti l’aiutare il prossimo non solo è un valore cardine della religione cristiana (valore che dovrebbe essere amplificato dall’atmosfera natalizia), ma è anche forse uno dei punti più caratteristici del nostro essere scout. Ci identifica, insomma.
Tuttavia, per quanto sarebbe bello avere la possibilità di poter aiutare chiunque, nessuno è perfetto… quindi, nonostante si possano avere tutti i buoni propositi immaginabili, capitano delle volte in cui siamo noi stessi a dover chiedere aiuto. A proposito, voglio raccontarvi brevemente un’altra storia, ma stavolta non è né un racconto natalizio né un romanzo inglese: è infatti l’esperienza di una scolta al suo primo anno di servizio:
“La mia prima esperienza di servizio è stata in branco, più precisamente nel branco Lupi della Brughiera.
Inizialmente ero un po’ in ansia e preoccupata perché non sapevo cosa mi sarei dovuta aspettare: avevo paura di cimentarmi nello sconosciuto ambiente del servizio e avevo paura soprattutto di non trovarmi bene con la staff e di non riuscire a stare con i bambini… Insomma, temevo di non riuscire ad integrarmi.
Queste ansie però sono state subito smentite: mi hanno accolto tutti con molta gioia facendomi sentire parte sin da subito della grande “famiglia” che è il branco. Spronata dal fatto che la staff era lì presente anche per darmi una mano nella mia crescita personale, sono partita per il campo con lo spirito giusto, e infatti non ho mai smesso di fare del mio meglio, grazie soprattutto all’ottimo clima e all’ottima compagnia. Quest’anno la mia avventura sta continuando con loro, e spero davvero di passare un anno bellissimo.”
È verissimo che ciò che accompagna ognuno di noi durante il nostro percorso scout è il servizio, la nostra disponibilità ad aiutare, sostenere, insegnare a chi ha bisogno di noi, ma nel prossimo futuro, durante il nostro percorso d’avvento, dovremmo lasciare che anche gli altri, chi ci vuole bene e chi si rende disponibile, possa aiutare noi, lasciando l’orgoglio da parte e togliere la corazza che ogni giorno copre le nostre debolezze… Mettere da parte l’orgoglio insomma: Il “vero” scout non è quello che, dopo aver rotto le scarpe durante una route, è capace a proseguire tra fiacche e riparazioni continue, ma quello che è capace di mettere da parte per un breve momento l’orgoglio voltandosi verso un volto amico e chiedere aiuto con un sorriso.
-Usignolo radioso
-Scoiattolo spensierato
-Yak frenetico

Una nuova era…

Una nuova era…
Heilà eccomi
Vi starete chiedendo il perché di questo titolo un po’ insolito…
Iniziamo.
Una nuova era è simbolo di novità, speranza, gioia, felicità ma anche paura, timore e tanta ansia.
Una nuova era è un momento dove si decide cosa fare per il futuro.
Una nuova era è anche dare origine al bene facendo dei bei gesti aiutando i più piccoli aiutando la comunità…
Il noviziato è lieto di presentarvi qui ora mentre stai leggendo il nome del noviziato…
Ed è… (rullo di tamburi…)
Noviziato Mohloding
Cioè una nuova era e l’origine del bene
Ah mi sono scordata in che lingua è in sotho del sud.
Niente spero vi piaccia.
Vi saluto.
-Civetta perseverante

L’idea del dono

Buongiorno, come state?
Sono sempre io, qua a parlarvi di cose nuove ogni TuttoScout.
Oggi voglio parlarvi di una cosa molto importante, che secondo me dovrebbe esserci nella vita di ognuno: l’idea del dono. Se ci guardiamo intorno, tante persone vogliono il nostro bene e ad altrettante ne vogliamo noi. E spesso qualcuno ci rende felici anche con piccole cose quali un abbraccio, un regalo o, semplicemente, un messaggio. E l’idea del dono non è altro che il semplice istinto di ricambiare, di dimostrare affetto alle persone cui vogliamo bene e cercare di strappare loro un sorriso anche nei momenti più bui per un semplice motivo: i veri amici farebbero questo e molto altro per noi! Quindi voglio anche io mostrare il mio affetto alle persone a me care e per questo dico spesso loro frasi come “Ti voglio bene.” “Mi manchi.” Perché questi messaggi, per quanto possano sembrare ovvi e naturali, in realtà non lo sono sempre, e di sicuro sentirsele ripetere non fa male! Anzi, è un atto davvero benvoluto e ideale per ricordare ai propri amici che loro sono tali e che gli vogliamo bene!
Io questo anno ho fatto tante amicizie ed ho creato legami profondi anche con persone lontane e la distanza, spesso, mi sembra crudele perché separa le persone. Ma allo stesso tempo la vedo come una sfida, un incentivo per cercare di vincere e impegnarmi affinché un giorno io possa andare a vedere questi miei amici, tanto è vero che la distanza non significa nulla se una persona significa tutto. Questa è una delle cose che ho capito dalla vita e che tengo a condividere con voi.
Fatevi valere. Non abbiate paura di essere voi stessi, perché siete bellissimi esattamente come siete. Non permettete a nessuno di cambiare voi o le vostre idee. Perché ognuno è unico, speciale, meraviglioso. Sfidate voi stessi ed i vostri limiti, imparate ad avere determinazione, perché essa è il passaporto della vita. Non abbiate paura di errare perché sbagliando si impara e, a volte, le scelte sbagliate ci portano nei posti giusti.
Ma ora veniamo al dunque, al tema di questo articolo, vi voglio parlare di un viaggio, ma non uno qualsiasi, uno verso il Natale.
Il Natale è una festa bellissima, mi ha sempre affascinata insieme a tutte le sue tradizioni, che mi conducono tutte a un solo pensiero: l’amore. Perché in fondo è quella la magia del Natale, no? Saper donare agli altri la gioia ed i sentimenti che loro ci hanno donato, saper restituire un sorriso e saperlo far nascere anche sul volto di chi sta passando brutti momenti. Domenica 18 siamo entrati in avvento, quindi direi che ci avviciniamo sempre di più a questo periodo. Per avvicinarci ad esso io vi propongo un “viaggio” per scoprire e capire meglio voi stessi e gli altri. Quindi vi chiedo questo: mettetevi anche voi in viaggio per scoprire qualità che magari prima non conoscevate, o per migliorare certi aspetti che vorreste cambiare. E, specialmente se siete adolescenti come me, mettetevi in viaggio per conoscere voi stessi. Perché questa è un’età in cui il nostro carattere si sta ancora plasmando, quindi dobbiamo capire ancora come funziona la vita. E abbiamo ancora tempo per capire come siamo fatti davvero e come sono fatti gli altri. E dobbiamo usarlo, sfruttarlo al meglio. Dobbiamo essere noi stessi e capire il nostro rapporto con il mondo. Certo, non sarà semplice, d’altronde la vita è questa: niente è facile e nulla è impossibile.
Prima di concludere vorrei lasciarvi una citazione molto bella di George Bernard Shaw: “Certi uomini vedono le cose come sono e dicono: perché? Io sogno cose mai esistite e dico: perché no?”
Puntate sempre in alto, e ricordatevi che viviamo tutti sotto lo stesso cielo ma non tutti abbiamo il medesimo orizzonte.

-Canarino Stravagante
-(Carmela Scida)

Rugby che passione!

Ciao a tutti, mi chiamo Leonardo e sono un C.D.A. del branco Tikonderoga. Oggi vi voglio parlare di un argomento che in apparenza non c’entra molto con l’attività scout. Più che altro è lo sport che pratico: il rugby.
Giocare a questo sport è una passione. Infatti non sempre a volte riesco a partecipare alle attività programmate perché ho dei tornei importanti. A tal proposito, durante il fine settimana del 10-11 novembre ho partecipato a un gemellaggio a Firenze.
Dal momento che la società di rugby del Gispi Prato ci ha invitato a questo evento, la nostra società ha subito accettato, partecipando con tutte le categorie, dall’under 6 fino all’under 12.
Non vi ho detto però una cosa importante, nello stesso giorno si teneva un testmatch tra la nazionale italiana di rugby e quella della Georgia allo stadio Artemio Franchi di Firenze.
Alle nove della mattina di Sabato 10 Novembre siamo partiti alla volta di Firenze. Giunti allo stadio era già tardi perché mancavano 20 minuti all’inizio della partita e quindi abbiamo mangiato i panini in fretta per cercare di entrare in orario.
Una volta entrati, la partita era appena iniziata ma l’atmosfera che si respirava era fantastica, c’era molta gente e anche altre società di rugby a vedere l’incontro.
Ora non vi racconto tutta la partita ma dico solo che l’Italia ha vinto. Ero molto entusiasta perché è raro vedere la nostra nazionale vincere. Al termine del match il nostro pullman ci aspettava per condurci a Prato dove era prevista la cena nella club house del campo sportivo di rugby del Gispi Prato.
All’arrivo, con mia sorpresa, ad attenderci c’erano anche due squadre di Milano e quindi ho pensato che avremmo giocato con la squadra che ci ospitava.
All’ora di cena ci hanno fatto sedere un po’ sparsi così da conoscerci meglio con le altre società. È stata un esperienza molto bella conoscere nuove persone e soprattutto fare nuove amicizie.
Terminata la cena, tutti a nanna in hotel perché l’indomani mattina avremmo fatto un allenamento tutti insieme e poi un torneo fra le società (ovviamente per divertimento e non per competitività).
Comunque Domenica appena sveglio ero un po’ ansioso perché in precedenza abbiamo giocato con il Gispi Prato e ci hanno largamente asfaltati. Ma in fin dei conti ero contento di reincontrarli per vedere se erano migliorati ancora di più o se noi, nel frattempo, avevamo fatto progressi.
Comunque, dopo aver fatto un allenamento congiunto, abbiamo fatto un torneo ed è stato bello giocare per verificare il livello delle altre squadre partecipanti.
Abbiamo finito tardi e con un po’ di rimpianto siamo tornati a casa. Questa esperienza è stata fantastica perché, come gli scout, permette di fare amicizie ed incontrare nuove persone. Non credo che l’anno prossimo rivivrò questa esperienza perché passerò in under 14 e questa categoria è molto competitiva perché si giocherà con tutte le regole del rugby. Sarà molto dura ma avvincente e stimolante per fare sempre del mio meglio (questa frase mi ricorda qualcosa…)
Comunque questo articolo non l’ho scritto per narrare le mie partite e i miei tornei ma per far capire che il rugby, come per altri può essere il tennis, il calcio e altri sport, per me è una passione che cercherò di portare avanti negli anni in parallelo con l’attività scout perché entrambe hanno molti lati condivisibili.

Il Lonfo

Il Lonfo non vaterca né gluisce e molto raramente barigatta, ma quando soffia il bego a bisce bisce sdilenca un poco e gnagio s’archipatta.
È frusco il Lonfo! È pieno di lupigna arrafferia malversa e sofolenta! Se cionfi ti sbiduglia e ti arrupigna se lugri ti botalla e ti criventa.
Eppure il vecchio Lonfo ammargelluto che bete e zugghia e fonca nei trombazzi fa lègica busìa, fa gisbuto; e quasi quasi in segno di sberdazzi gli affarferesti un gniffo. Ma lui zuto t’alloppa, ti sbernecchia; e tu l’accazzi.
In questo 2018, c’è un anniversario particolarmente divertente: è il quarantesimo compleanno del Lonfo Il simpatico animaletto uscito dalla penna di Fosco Maraini nel 1978. La poesia Il Lonfo, forse l’esempio più noto e illustre di metasemantica mai scritto.
La metasemantica… meta che?
Questa tecnica letteraria è stata interamente inventata proprio da Maraini e consiste nell’utilizzo di parole prive di significato, ma dal suono familiare alla lingua cui il testo appartiene. Sono, quindi, termini privi di referente linguistico, ma comprensibili perché costrette a seguire le stesse regole grammaticali della lingua del contesto generale.
Il significato può essere desunto da tali regole, ma anche dal suono delle parole. In questo modo parole astruse assumono forme, colori, suoni… ci sono stati esperimenti che hanno osato ben oltre. Pensiamo all’esperanto o al quenya (la lingua degli elfi inventata da Tolkien in Il signore degli anelli). O al caso del grammelot – diffuso da Dario Fo – che confonde l’uditore facendogli credere di trovarsi davanti a una lingua conosciuta che gli risulta, invece, incomprensibile.
Chi è Fosco Maraini?
Fosco Maraini è stato innanzitutto un poeta, geniale, e padre di Dacia Maraini, anche lei insigne scrittrice. Ma fu anche uno scultore, un etnologo specializzato nelle civiltà orientali, un intellettuale… Irresistibilmente attratto dall’Oriente, s’imbarcò nel 1934 sulla Amerigo Vespucci diretta in Africa del nord e Anatolia come insegnante d’inglese. Nel 1937 partecipò a una spedizione in Tibet che ripeté anche undici anni più tardi. Conosciute, infatti, sono le sue fotografie delle catene montuose del Kakarakorum e dell’Hindu Kush, finché non si trasferì stabilmente in Giappone dove fu ricercatore all’università di Kyoto e di Sapporo e dove nacquero le altre due sue figlie.
E siamo dunque arrivati alla resa dei conti con il Lonfo, le cui sembianze ci saranno eternamente sconosciute. Per la riuscita della poesia stessa non basta solo la lingua, ma servono il cuore e il cervello e l’interpretazione dello stesso che deve essere “di pancia” per far provare emozioni.
Ed eccoci: Il Lonfo non abbaia né ruggisce e molto raramente emette un barrito, ma quando soffia il vento, raffica dopo raffica sbarella un po’ e quatto quatto si rannicchia.
È furbo il Lonfo! È pieno di scaltrezza perspicacia mal rivolta e sorniona! Se indugi ti scruta e si appropinqua se lo tocchi ti morde e ti aggredisce.
Eppure il vecchio Lonfo ottenebrato che beve e grufola e (censura) vagheggia intorno, fa lo gnorri; e quasi quasi in segno di sberleffi gli molleresti un pugno. Ma lui, zitto ti fa gli occhioni, ti fa le fusa; e tu l’accarezzi.
Emozioni… e se tutti insieme immaginassimo il Lonfo del Busto 3?
-t. r.

una comoda mangiatoia

Ciao a tutti cari amici ed amiche, e bentornati sulla nostra rubrica di Generazione X.
Voi state probabilmente leggendo questo mio articolo in un luogo comodo: forse semplicemente su di una panca in sede, forse spaparanzati sul divano di casa, o magari siete persone più sofisticate e vi godete il Tuttoscout sul perlaceo trono del “pensatoio”, e più in là non mi spingo.
Il sottoscritto, invece, nel momento di scrivere questo articolo si trova un po’ incriccato, schiacciato dentro un treno che, salvo imprevisti, lo riporterà a casa fra circa quattro ore.
Ma non dico questo, sia ben chiaro, per lamentarmi. Chiunque sia sopravvissuto ad una route sa quanto sia bello fare un viaggio avventuroso, ma la parte finale di questo prevede il ritorno ad un luogo che si possa chiamare “casa” e la triste verità è che, per alcune persone, questo non è possibile.
Non fu possibile per Maria e Giuseppe che, in viaggio per il censimento furono sorpresi dalle tenebre lontani dal loro paese natio ed è successo, con una gravità differente, a tutti coloro che hanno di recente affrontato i passaggi. La loro casa, vuoi che fosse il cerchio, il branco o il reparto ecc. è infatti irrimediabilmente nel passato.
Dove, quindi, possono trovare rifugio dalle tenebre della notte?
Come la mangiatoia dove Gesù ha passato il suo dì natale è stata procurata da uno sconosciuto dotato di un cuore un pochino più largo degli altri, credo che spetti ai membri delle unità di accoglienza impegnarsi per fornire ai nuovi ospiti un luogo dove si sentano sicuri di esprimersi ed essere sé stessi.
Non solo durante dicembre, nel tipico spirito natalizio, ma anche per tutto il resto dell’anno perché, se è vero che le singole buone azioni fanno bene, è solo con la perseveranza che si ottengono davvero obiettivi.

-Tricheco Birbante

Un appuntamento da non perdere

Dimitri era un brav’uomo, un onesto lavoratore e un buon padre di famiglia e una sera, mentre pregava, gli capitò di dire così: “Buon Dio, ti ringrazio di tutto ciò che mi hai donato, delle tante cose che mi rendono felice. Una sola cosa mi manca: vorrei incontrarti faccia a faccia.” Quella notte, in sogno, un angelo gli apparve e gli disse: “Dimitri, Dio ha ascoltato la tua preghiera e ti da appuntamento domani a mezzogiorno al crocevia di San Michele.”
All’alba Dimitri saltò giù dal letto: il crocevia di San Michele distava due ore di cammino dalla sua città ma non sarebbe arrivato in ritardo per nulla al mondo. Si vestì di fretta, salutò la sua famiglia e si mise in cammino. Dopo un po’ che camminava si trovò a passare vicino a un ometto che tirava un carro pieno di fieno. La scena gli parve insieme buffa e strana: “I carri si fanno tirare agli animali… e comunque quest’uomo non andrà molto lontano: il carro è troppo pesante…” Non aveva neanche finito di formulare questo pensiero che l’uomo che tirava il carro lo chiamò e cominciò a pregarlo: “Ti prego, buon’uomo, aiutami a tirare il mio carro. Non te lo chiederei se non fosse proprio necessario. Ho un appuntamento molto importante e non vorrei proprio perdermelo.” “Mi spiace – rispose Dimitri – ma anch’io ho un appuntamento molto importante e non arriverei tardi per nessuna ragione al mondo.” “Ma se mi dai una mano – replicò l’uomo supplicante – magari arriveremo tutti e due in tempo per i nostri appuntamenti.” Ma Dimitri già si stava allontanando con passo spedito nonostante l’uomo continuasse a chiamarlo e a pregarlo: non sarebbe arrivato tardi al suo appuntamento.
Arrivò al crocevia di San Michele con largo anticipo e si mise ad aspettare. Il sole arrivò nel punto più alto del cielo e poi cominciò a scendere. L’eccitazione si trasformò lentamente in cupa rassegnazione: chissà cosa si era immaginato… Verso il tramonto si decise a tornare a casa e, vedendo arrivare il carrettiere, si stupì della determinazione di quell’uomo e si sentì un po’ in colpa per non averlo aiutato: dopotutto aveva speso la sua giornata seduto a un crocevia… Quando lo incrociò sulla strada era deciso a non incrociare il suo sguardo ma… Rimase come fulminato: il volto dell’uomo era una maschera di fatica e di dolore.
Dimitri tornò a casa che era già buio: entrò in casa, salutò a malapena la sua famiglia, rifiutò di mangiare e salì in camera. Si mise in ginocchio vicino al letto e alzando gli occhi rossi per il piantò disse: “Non ho avuto neanche il coraggio di chiederti perdono.” La luce della candela illuminava appena il volto del carrettiere sulla croce.
Non si può scegliere bene se non si tengono gli occhi aperti per riconoscere la verità.
-Don Matteo

Notizie dal passato

rutto 001

Una nuova rubrica sta per apparire sul nostro amato Tuttoscout e lo farà senza troppi complimenti né remore per gli imbarazzi che potrebbe suscitare in qualche volto noto (anche se difficilmente riconoscibile a causa di qualche “cambio di chioma”). Come dice il saggio Rafiki “Il passato può fare male” ma non dobbiamo smettere di ricordare chi siamo. Ecco perché abbiamo pensato ad una simpatica esplorazione del nostro passato attraverso i notiziari del Bustotre!
Lo sapevate che c’è stato un giornalino del Bustotre prima del Tuttoscout? E che il reparto femminile “Le Betulle” aveva un giornalino proprio? E che mentre voi pensate stupiti al fatto che ci fosse un reparto femminile, qualcuno ha recuperato dall’oblio un dissacrante periodico autostampato dal Clan del Brugo? Il titolo di quest’ultimo potete leggerlo dall’immagine ce c’è qui.
Ma non possiamo farvi aspettare! Iniziamo con una bizzarra pagina da Il Rutto – Speciale Estate del 1996…

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Amore VS Amore

Qualunque riferimento a fatti, persone o avvenimenti realmente avvenuti è puramente casuale.
Mi sono divertito un mondo a spiegare il tema di questo Tuttoscout ai ragazzi del mio reparto che scrivono su questo giornalino perché, non appena ho pronunciato loro la parola “Discernimento” hanno strabuzzato gli occhi, alzato le sopracciglia e tirato le guance così tanto da far sembrare che i denti tentassero di fuggire dalla bocca.
Insomma, erano caduti nel panico più totale, per fortuna sopito da una traduzione in italiano del termine e la rassicurazione che, come sempre, potevano gestire il tema come meglio sentivano nelle loro produzioni.
Probabilmente anche io, anni addietro, devo aver reagito così quando ho sentito la parola per la prima volta o forse, con quella gioia spesso scambiata per vilipendio che mi suscitano le cose di chiesa, mi sono messo a ridere. Perché la prima volta che ho incontrato questa parola è stata in compagnia di un’altra parolaccia, per fortuna più comprensibile: “vocazionale”.
Il “discernimento vocazionale”, per quello che ho potuto capire, è l’atto del comprendere se il mettersi o meno al servizio del Signore è la propria strada; se la chiamata che senti è davvero quella di Dio o soltanto un seccante centralinista. Per capire bene questa differenza, esistono anche dei veri e propri seminari, che siete liberi di immaginare come i nostri campi estivi, ai quali partecipano moltissime persone.
Un mio amico è stata una di queste persone.
Alcuni penseranno di aver già intuito in che direzione vuole andare l’articolo ma, mi spiace deludervi, questa non sarà un’agiografia. Il mio amico infatti alla fine ha deciso di rimanere un semplice civile, che evidentemente Dio aveva un altro piano per lui e di cambiare agenzia telefonica.
Naturalmente, il processo decisionale non è stato semplice: non so con precisione cosa possa aver pensato in quei giorni complicati. Posso però immaginare che abbia comparato, soppesato vari aspetti della sua vita presente e futura ed abbia deciso in favore di quelli che riteneva più importanti. Qui finiscono le mie conoscenze da amico ed iniziano le mie fantasie di scrittore. Circola infatti una voce su questo mio amico la quale, benché io ritenga essere frutto di pura invenzione, ho deciso di considerare reale, per continuare più agevolmente la narrazione del mio articolo: si vuole infatti che proprio nel giorno in cui doveva partire per il seminario, questo mio amico avesse dato il suo primo bacio.
Amore di Dio, o amore terreno? Questo, secondo me, è un ottimo esempio di capacità di distinguere. Mentre spiegavo il concetto di discernimento ai miei ragazzi, infatti, ho deciso di puntare su esempi semplici, come il saper distinguere tra il bene ed il male.
La verità però è che nessuno che sappia fare questa distinzione sceglierà mai coscientemente il male e, se anche lo facesse, sarebbe perché è convinto che questo porterà ad un bene più grande in un secondo momento.
Imparare a distinguere, invece, tra due cose buone e che si amano, quale sia quella che fa per noi, è infinitamente più difficile.
E la cosa più interessante è che questo dilemma non è risolvibile. Discernimento infatti significa semplicemente questo: il saper distinguere e quindi, potenzialmente, anche il rendersi conto che entrambe le proposte che abbiamo davanti sono per noi perfette o, quantomeno, allettanti. In che modo, quindi, possiamo uscire da questa situazione?
La risposta, come in realtà immagino abbiate già intuito, è di scegliere una delle possibilità.
Il come operare questa scelta, è un viaggio che sia io che voi, cari lettori, dovremo intraprendere da soli.
Magari, se possibile, baciati da qualcuno ad inizio percorso.
Tricheco birbante

Marcel Callo

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Il 4 ottobre 1987 molti giornali in tutto il mondo portano la fotografia di un giovane in divisa scout. Quel giorno infatti Giovanni Paolo II lo colloca nell’elenco dei Beati. Da quel giorno nelle chiese si possono fare altari dedicati a lui, come si fanno a S. Francesco o a S. Antonio.

Chi era questo capo squadriglia? Si chiamava Marcel Callo ed era francese: fece la sua promessa nel 1934 ed era molto fiero di essere scout. Nello stesso anno Marcel cominciò a lavorare come apprendista tipografo e nel 1936 diventò capo della squadriglia Pantere, che era composta di ragazzi lavoratori come lui.

Marcel è un ragazzo che mantiene la sua Promessa scout e cerca di lasciare il mondo un po’ migliore di come lo ha trovato, impegnandosi anche nella Gioventù operaia cattolica (JOC), in cui passò allo scoppio della seconda guerra mondiale.

Nel 1943 Marcel riceve l’ordine di andare a lavorare in Germania, lui ci va seguendo le indicazioni del suo vescovo, perché bisognava tenere alto il morale di tanti ragazzi lavoratori. Per lui si tratta di aiutare il prossimo in una circostanza precisa. Nel primo periodo in terra tedesca si dà da fare per trovare una cappella e far celebrare Messe in francese per i francesi. Anima liturgie, commenta le letture, dirige i canti. Poi organizza un coro, una squadra di calcio, un piccolo gruppo teatrale e alcune sezioni della Joc che visitano i malati e distribuiscono medicine.

Ma malgrado le precauzioni prese, il 19aprile 1944 Marcel e altri 11 vengono arrestati. L’accusa? “Viel Zu Katholsch” (troppo cattolici); viene condannato ed inviato nel lager di Mauthausen, dove muore il 19 marzo 1945.