Branco tikonderoga – Chi sono le vere amiche

Le vere amiche sono quelle che non ti tradiscono mai, che ti consolano quando sei triste, che non ti lasciano mai da sola, che ti aiutano se hai bisogno e sono con te nei momenti belli e in quelli brutti. E’difficile perdonare un’amica se ti ha trattato male, si è dimenticata di te, e ricominciare a parlarle dopo una litigata è proprio dura!
Sono Sara, una lupetta cda del branco tikonderoga, e ne sono fiera.
Perdonare è difficile però bellissimo!

Branco Albero del Dhak – La mia giornata scout

AdDDomenica 2 novembre 2018.
Io una lupetta del Branco Albero del Dack insieme ad Elena e Birtukan due mie amiche e con il nostro capo scout Akela ci siamo trovati in oratorio a Olgiate Olona la quale ci ha dato indicazioni su cosa avremmo fatto quella giornata.
Dopodiché siamo andati in chiesa ad ascoltare la messa e una volta usciti, Akela ci ha fatto una grande sorpresa portandoci a casa sua a mangiare e non facendo cosi il solito pranzo al sacco.
Insieme alla figlia di Akela Alessia ho aiutato ad apparecchiare e sparecchiare la tavola.
Io, Elena e Birtukan abbiamo poi aiutato Akela a fare il castagnaccio e le castagne da portare alla casa di riposo dove saremmo poi andate nel pomeriggio. Una volta arrivati lì abbiamo salutato gli anziani e insieme a loro abbiamo condiviso la merenda e per renderli più felici gli abbiamo cantato alcune canzoni del nostro branco.
Da questa giornata ho capito che bisogna sempre cercare di portare un sorriso a tutti con semplici gesti, soprattutto alle persone anziane che hanno tanta voglia di compagnia.
Giorgia

Colonia Stella Azzurra – Il magico mondo di Oceania

Noi castorini della Colonia Stella Azzurra per una settimana siamo andati a Oceania: un magico mondo di fantasia e di gioco, grazie a un dente di squalo.
Il primo giorno abbiamo trovato il capo villaggio insieme alla sua famiglia, la nonna e Vaiana. Dopo abbiamo trovato Maui, un semi dio del vento e del mare. Stava cercando l’amo, lo aveva Tamatoa.
Vaiana doveva ritrovare Maui, prenderlo e portarlo via con sé e rimettere il cuore di Tepiti al posto.
Nel frattempo siamo andati a cercare Tamatoa al lago, abbiamo fatto il bagno e tanti tuffi.
Al mattino si faceva colazione. Io cambierei la colazione con pasticcini e torta al cioccolato.
Abbiamo fatto una barca e disegni.
Mangiavamo bene quando abbiamo avuto il riso con la salsa di soia e la grigliata.
Noi Code Nere abbiamo fatto una serata speciale e abbiamo incontrato i figli di Teka. Abbiamo preso tanta forza.
Il penultimo giorno abbiamo lottato contro Teka e abbiamo ricuperato il cuore di Tefiti insieme a Maui e Vaiana. Teka è diventata Tefiti.
All’ultimo giorno sono arrivati i genitori per fare la cena: hot dog, panini con la salamella. Hanno cucinato i ragazzi e Jack in mutande.
Ci siamo tanto divertiti.

I Castori, a giugno, per sei giorni hanno incontrato Vaiana. Eravamo ad Oceania e abbiamo potuto entrare in quel mondo grazie ad un dente.
Si andava a letto presto e si mangiava bene, soprattutto la pasta al sugo. La sera si dormiva.
Certe volte i capi si arrabbiavano con noi perché non rispettavamo tutte le regole.
C’è stata una giornata speciale quando abbiamo sconfitto Teka e la catechesi era sul piccolo principe.
Se fossi un vecchio Castoro non cambierei proprio niente di questo campo.
L’ultimo giorno abbiamo giocato contro i bambini una partita di calcio. E’ stata una battaglia perché avevano vinto loro.
Le Code Nere hanno avuto una serata speciale: hanno combattuto contro Teka e i suoi figli, c’era un cattivo che si chiamava Antonio.
Un giorno abbiamo fatto il bagno al lago e gli altri giorni abbiamo costruito una zattera, la cerbottana, un amo e la canna da pesca. In siesta giocavamo a calcio con gli amici.

Il campo estivo è iniziato il primo luglio ed è finito l’8 luglio. Quindi è durato una settimana. Al campo estivo abbiamo incontrato Maui, nonna Tala, il capovillaggio Vaiana, Teka, Tefiti, Tamatoa e i Kakamora. Tra questi personaggi Maui era davvereo speciale perché era forte e pieno di tatuaggi. Eravamo in un mondo fantastico, chiamato Oceania. Siamo entrati in questo mondo fantastico grazie ad un dente di squalo.
Al campo estivo abbiamo mangiato bene e la cosa più buona che ho mangiato sono le carote. La sera si andava a letto alle 11. Si andava a letto così tardi perché la sera ci portavano a ballare. Le Code Nere hanno avuto una serata speciale perché sono andate nel bosco di notte.
Abbiamo anche fatto dei lavoretti; ad esempio abbiamo costruito una barca con dei tappi di sughero. Durante la siesta giocavamo.
Al campo estivo abbiamo combattuto contro Teka un demone del fuoco e della terra, lui era cattivo.
Un giorno siamo anche andati al lago e abbiamo fatto il bagno. E’ stato un campo speciale e abbiamo anche fatto i tatuaggi. La sera facevamo catechesi e il tema era il piccolo principe.
Al campo estivo ho rispettato le regole a tavola; qualche volta i capi si sono arrabbiati, ma non mi ricordo l’episodio. Se io fossi un Vecchio Castoro farei sempre siesta, più lavoretti e mangerei sempre. Per concludere il campo, l’ultimo giorno abbiamo giocato, mangiato e fatto una grigliata coi genitori.

Intervista a Carla Gussoni, Presidente della Cena dell’Amicizia

Essendo il tema di questo Thinking Day quello della leadership e, tenendo conto che l’iniziativa è proposta dall’organizzazione mondiale delle guide (il WAGGGS), in particolare sulla leadership femminile, abbiamo voluto proporvi un’intervista a Carla Gussoni, scout e presidente della Cena dell’Amicizia, associazione che ha ricevuto quest’anno l’Ambrogino d’Oro (la benemerenza civica del Comune di Milano) per i 50 anni di servizio verso le persone in difficoltà.

Qual è stata la tua esperienza scout e cosa pensi ti abbia lasciato per il resto della tua vita?
Sono entrata in un reparto (AGI) di guide quando avevo 12 anni, direttamente al campo estivo: un’esperienza che avevo desiderato tantissimo e che mi ha affascinata e coinvolta; dormire in tenda, costruire tavolo e panche con i nodi, l’alzabandiera, il fuoco di bivacco con le scenette e i canti, ho bellissimi ricordi di tutti gli anni di Reparto e di Fuoco, così si chiamava il clan delle scolte. Poi, a 18 anni, al ritorno da un anno di liceo in America, mi è stato chiesto di fare la capo Reparto. A ripensarci fu una cosa da pazzi, non riesco ancora a credere che i genitori di 32 ragazzine mi abbiano affidato le loro figlie quando non ero nemmeno maggiorenne [all’epoca lo si diventava a 21 anni, ndr]. Ero inesperta, anche un po’ spericolata e per me era l’anno dell’esame di maturità. Però fu un’esperienza fantastica anche per le mie guide: non so come sia stato possibile ma a decenni di distanza qualcuna di loro mi ha detto che sono stata importante per la loro formazione! Lo scoutismo lo è stato sicuramente per me, mi ha inculcato un fortissimo senso del dovere e mi ha formato all’autonomia nel prendere decisioni, alla responsabilità e allo spirito di servizio.

Come è iniziata la tua avventura con la Cena dell’Amicizia?
È iniziata proprio dallo scoutismo, nella parrocchia dove aveva sede il mio gruppo c’era questa attività organizzata dai ragazzi dell’oratorio, una cena settimanale dove ci si sedeva a tavola con tanti emarginati, poveri, senza tetto. Il mio clan (nel frattempo era nata l’Agesci) attivava il servizio extra-associativo alla Cena dell’Amicizia e per seguire i novizi anch’io, che a quel punto ero in direzione di Clan, iniziai a partecipare alla Cena dell’Amicizia e ai suoi momenti di auto-finanziamento: la mitica Operazione Formiche, la raccolta carta, che allora rendeva e richiedeva un’intera giornata ogni tre mesi con tutte le forze disponibili. L’anno dopo scelsi la Cena dell’Amicizia e lasciai definitivamente il servizio associativo.

Di cosa si occupa oggi la Cena e qual è il tuo ruolo?
Oggi la Cena dell’Amicizia continua come 50 anni fa (è nata nel 1968) a mettere a tavola una volta alla settimana una cinquantina di Ospiti, insieme a una trentina di volontari; ma da trent’anni ha anche aperto un centro di accoglienza residenziale che ospita stabilmente 12 uomini per accompagnarli in un percorso di uscita dalla grave emarginazione, un centro diurno con laboratori e orto, una rete di 22 appartamenti per persone o nuclei monoparentali in quasi completa autonomia: per seguire tutto questo abbiamo anche 6 dipendenti, uno psicologo, un gruppo raccolta fondi, ma sempre anche tantissimo lavoro volontario, fatto di relazioni con gli Ospiti, di presenza per garantire la copertura dei turni serali e festivi, e di tanti altri servizi indispensabili, dal fare la spesa allo scrivere progetti.

Il mio ruolo attuale, come Presidente di un’associazione di volontariato, è fatto di moltissime differenti attività, dall’interfacciarmi con il Comune di Milano al quale garantiamo un servizio avendo partecipato a regolari gare d’appalto, al parlare al pubblico che viene a uno spettacolo organizzato per raccoglier fondi per la Cena, dallo scaricare 182 scatoloni di confezioni di cioccolato da vendere davanti alle parrocchie, al cercare un idraulico perché non c’è l’acqua calda in un appartamento condiviso, dallo scrivere un progetto da 60 mila euro insieme ad altri 4 enti come noi per partecipare a un Bando della Regione creando un nuovo servizio, al preparare la relazione al bilancio per l’assemblea annuale. Io che ho fatto tutta la vita la pediatra e non ho mai avuto un lavoro da dipendente mi ritrovo da pensionata ad essere di fatto un datore di lavoro, per cui ho dovuto affrontare la cassa integrazione per i dipendenti in un momento difficile, garantire la sicurezza sul lavoro e il rispetto di tutte le leggi in materia. Ho dovuto studiare, e non ho ancora smesso!

Quali sono i problemi nel portare avanti un’associazione di questo tipo e dimensione?
Nel descrivere il mio ruolo ne ho già dato una vaga idea. Il problema principale forse è quello di far quadrare i conti: ospitare 365 giorni all’anno circa 40 persone, tra comunità e appartamenti, costa e i bisogni aumentano sempre; purtroppo continuiamo ad essere necessari. Un altro problema è quello del rinnovo delle forze del volontariato e l’offerta di un’adeguata formazione a chi si avvicina a un servizio che è fatto di relazioni con persone multiproblematiche.

C’è qualcuno in particolare che ti senti di voler ringraziare per questi 45 anni di volontariato?
Non è una domanda facile e la risposta non mi è venuta immediata, forse non ho mai pensato di dover ringraziare qualcuno per questo, ma è vero, chissà quante persone dovrei ringraziare! Mi vengono in mente Don Franco, l’amico prete che era il nostro Assistente scout e che ha fatto nascere la Cena dell’Amicizia, e la mia giovane amica Alessia, che ha condiviso con me i primi anni di questa nuova avventura da presidente, le fatiche e il superamento di tante difficoltà e che purtroppo non c’è più e mi manca. Anche Alberto, un amico, forse di più, un fratello, uno dei primi Ospiti del centro di accoglienza, che ancora a distanza di 25 anni mi regala dei libri bellissimi.

Qual è il tuo nome totem?
Lucciola nascosta. È un po’ un ossimoro, da noi l’animale era quello che ti rappresentava e l’aggettivo era quello che dovevi raggiungere, forse ero un po’ “show off”…
la redazione

Dichiarazioni di pace: Scautismo e fratellanza mondiale

Liberamente tratto dal libro: «La schiera bella, vigorosa e promettente… Il secolo scout a Busto Arsizio» di Marco Torretta

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Lo scoutismo, specialmente dalle sue origini centenarie (nacque nel 1907), ha dato talvolta un’immagine ingannevole sul rapporto tra il metodo educativo ed il militarismo. Il metodo scout, sebbene fondato da un generale (Lord Robert Baden Powell) e basato anche sul patriottismo, la salute fisica e la disciplina, è in realtà un principio opposto al militarismo, poiché tende a trasmettere ai giovani esempi e non ordini, e mira all’autoeducazione, controllata da Capi-educatori: “guida da te la tua canoa” è una delle frasi allegoriche, ovvero ogni giovane deve scegliere, nella vita, le azioni da intraprendere e accettarne le conseguenze, senza affidarsi totalmente agli altri); quindi scoprire e sviluppare al meglio il proprio carattere, per essere un “buon cittadino”: la buona azione, il servizio verso gli altri, la spiritualità presente in ogni Fede, ecc.

Non è un caso che il primissimo esperimento scout in Italia, il 26 giugno del 1910 ai Bagni di Lucca, dette vita ai “Boy Scout della Pace”, che avevano per distintivo un giglio bianco in campo azzurro; l’intento pacifista di Sir Francis Vane, che ne fu l’iniziatore, era ancora più significativo proprio perché non erano ancora scoppiate le due guerre mondiali…
Nel 1911 Baden Powell scriveva: «mi sembra che prima che si riesca ad abolire gli armamenti, prima di poter fare promesse a mezzo di trattati, prima di costruire palazzi dove possano sedere i delegati per la pace, il primo passo sia quello di abituare le giovani generazioni, in ogni nazione, a lasciarsi guidare in tutte le cose da un assoluto senso di giustizia. Quando gli uomini avessero questo senso di giustizia come un istinto nella loro condotta in ogni questione della vita, così da guardare imparzialmente ogni problema da entrambi i punti di vista prima di sposarne uno, allora al sorgere di una crisi tra due nazioni essi sarebbero spontaneamente più pronti a riconoscere ciò che è giusto e ad adottare una soluzione pacifica; cosa questa che rimarrà impossibile finché la loro mentalità sarà abituata a considerare il ricorso alla guerra come la sola soluzione».

In alcuni casi ci fu qualche tentativo di strumentalizzazione all’interno dello scoutismo, che venne spesso visto come un’associazione paramilitare o premilitare: a Busto Arsizio come in tutta Italia, dietro sollecitazione del Ministero dell’Istruzione, la sottosezione del CNGEI (Corpo Nazionale Giovani Esploratori Italiani) nacque e venne patrocinata il 20 maggio 1915, quattro giorni prima della dichiarazione di guerra all’Austria-Ungheria; anche se i “venti di guerra” erano diventati ormai una presenza inesorabile…
La successiva nascita, nel 1917, del gruppo bustese dell’ASCI (Associazione Scout Cattolici Italiani) veicolò un atteggiamento meno nazionalista, anche se improntato ad un patriottismo che vedeva nella guerra una inevitabile difesa della Patria.

Dopo l’esperienza terrificante della “Grande Guerra” ci fu una tendenza, in campo internazionale, decisamente orientata verso il mantenimento della pace, da cui la nascita della “Società delle Nazioni” (1919).
Se a ciò aggiungiamo che il Movimento raggiunse, in breve tempo, quasi tutti i paesi del mondo e che già nel 1920 si organizzò, in Gran Bretagna, il primo Jamboree, cioè un campo scout aperto a tutte le nazioni, razze e religioni del pianeta, si può intuire come lo scoutismo ebbe un ruolo fondamentale nella costruzione di una fratellanza mondiale (nonostante gli ovvii e inevitabili fallimenti delle politiche estere e dei totalitarismi della prima metà del novecento).
B.P. scrive nel 1925: «l’addestramento e la disciplina militare sono esattamente l’opposto di quello che insegniamo nel Movimento scout. Essi tendono a produrre macchine invece di individui, a sostituire una vernice di obbedienza alla forza del carattere».

Nella stessa epoca dell’avvento dei regimi totalitari, quando lo scautismo viene abolito in Italia (1928), in Germania, e in tutti quei paesi in cui il governo si trova in contrasto con le idee di pace e fratellanza che il movimento va diffondendo, BP scrive: «Noi dovremmo inculcare nei nostri ragazzi un patriottismo che sia al di sopra di quel sentimento ristretto che generalmente ci rinchiude nella nostra nazione ed ispira gelosie ed inimicizie verso le altre. Il nostro patriottismo è di un genere più ampio e più nobile, che riconosce la giustizia e la ragionevolezza delle richieste altrui e porta la nostra nazione al riconoscimento ed alla fraternità con fraternità con gli altri popoli del mondo».

Sappiamo, da un libro custodito a Busto Arsizio, che l’ “Aquila Randagia” Mons. Enrico Violi acquistò, in regime di clandestinità, il bellissimo libro in lingua inglese “The World Jamboree 1929”, campo internazionale scout che si tenne ad Arrowe Park in Inghilterra, e che riporta in una pagina questa didascalia:

SQUADRIGLIE DI PACE
La “Lega delle Nazioni” dice, rivolta agli scout: “dicono che non ho
armi, ma perché dovrei volerne, con questi alleati?”
The World Jamboree, 1929 – Arrowe Park

Sempre Baden Powell, nel 1932, scriveva: «Non è l’abolizione degli eserciti che farà scomparire la guerra, così come non è abolendo la polizia che si fa scomparire la criminalità. Bisogna eliminare la causa della guerra: gli eserciti sono piuttosto l’effetto, cioè sono il prodotto della paura e dell’istinto combattivo. E questo è il compito dell’educazione.»
Più oltre nel 1937, una grande speranza: «Anche se l’aspetto più spettacolare del nostro lavoro, i Jamboree e le crociere di pace dei tempi più felici rimane sospeso per la durata della guerra, vi è sempre l¹altra più importante parte del nostro programma, che consiste nel dare ai nostri ragazzi, senza clamore e metodicamente, con l¹esempio e con la pratica, l’abitudine alla buona volontà, tolleranza e comprensione verso gli altri. Queste qualità, se radicate nei nostri scout di oggi, renderanno in futuro la guerra un fenomeno inconcepibile. Perciò non scoraggiatevi. Non c’è mai stato, nel mondo, tanto bisogno di scout in gamba come oggi: e coloro di voi che cooperano alla loro formazione possono essere sicuri di star validamente contribuendo all’avvenire del mondo.»

Il clima internazionale divenne sempre più cupo e inquietante, tanto che B.P. scrisse, nell’imminenza del secondo conflitto mondiale: “Fra poco voi giovani sarete divisi e dovrete uccidervi l’un l’altro, ma quando la guerra sarà finita, ricordatevi, toccherà a voi essere i costruttori della pace”. Baden Powell – Jamboree di Vogelensang – Olanda, 1937

Una volta che la nuova guerra divenne realtà: (nel gennaio 1940) un’idea che era anche di grande attualità: «Nessuno sa quale forma prenderà la pace. Unioni federali, unioni economiche, una Società delle Nazioni risuscitata, gli Stati Uniti d’Europa e varie altre proposte sono sul tappeto. Ma una cosa è essenziale per una pace generale e permanente, di qualsiasi forma: e cioè una totale trasformazione di spirito fra i popoli, una trasformazione nel senso di una più intima reciproca comprensione, di un soggiogamento dei pregiudizi nazionali, e la capacità di guardare con gli occhi degli altri in amichevole simpatia.»

E gli scout in guerra cosa fecero? Ecco alcuni esempi toccanti della 2^ Guerra Mondiale che videro scout di opposti schieramenti salvarsi la vita, come nel caso di un soldato italiano. «Nordafrica: alcuni soldati italiani stavano per essere fucilati da un plotone britannico; l’ufficiale di Sua Maestà vide un Italiano che portava la cintura scout, fermò improvvisamente l’ordine di far fuoco e si avvicinò all’Italiano, seppe che era un ex scout di Roma. L’Inglese era stato scout a Londra, l’Italiano ebbe così salva la vita… »

Persino nella clandestinità alla quale erano costretti gli (ex) scout italiani, ci furono slanci di altruismo non violento: le “Aquile Randagie” aiutarono perseguitati ed ebrei a fuggire in Svizzera; uno di quei ragazzi perse la vita per salvare un perseguitato.

A Busto Arsizio abbiamo la testimonianza dello scout/partigiano Ugo Chierichetti che ricorda l’esperienza di un servizio verso i bisognosi, proprio durante l’occupazione nazifascista: «…Nell’anno 1944, un giovane sacerdote Don Romano Cesana, nuovo coadiutore dell’oratorio della parrocchia di San Michele, iniziava a raccogliere dei giovani non praticanti l’oratorio per organizzarli in un piccolo gruppo clandestino di Scout, con attività prevalentemente di aiuto volontario ai più deboli. A Busto erano giunti molti sfollati per i bombardamenti aerei su Milano e altre città, e ci si trovava in piena carestia. Gli alimenti erano insufficientemente razionati con tessere annonarie personali, e imperava il mercato nero per chi poteva, mancava legna per il riscaldamento, molti anziani, a causa della partenza in guerra di tutti gli uomini validi, erano abbandonati a se stessi. Per costoro ci si diede da fare, come nostra B.A. quotidiana [Buona Azione - N. d. A.], nel limite del possibile e nel silenzio più assoluto.»
Alcuni di loro invece, per forza di cose, parteciparono agli eventi della Resistenza nelle modalità belliche tradizionali, e per questo si autodefinirono i “Ribelli per Amore”, ovvero ragazzi e uomini che avevano imbracciato forzatamente le armi per amore della Libertà e nonostante i principi cristiani a cui si ispiravano le loro formazioni paramilitari.

Nel dopoguerra alcuni rover (scout over 16), anche bustesi, si interessarono al tema dell’obiezione di coscienza, allora non ammessa, incontrando, nel 1964, personalità politiche come Lidia Menapace.
Negli anni sessanta si terranno i processi agli obiettori cattolici. A questo si aggiunsero le forti prese di posizione in favore dell’obiezione di coscienza da parte di padre Ernesto Balducci e di don Lorenzo Milani che trattò l’argomento nella sua opera “L’Obbedienza non è più una virtù” subendo anche un processo.
Nel 1970 viene presentata in Parlamento, una proposta di legge per legalizzare l’obiezione di coscienza. La proposta viene approvata dal Parlamento due anni dopo, con l’istituzione del servizio civile obbligatorio per chi rifiuta di prestare il servizio militare.
L’AGESCI (Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani) fece successivamente una chiara scelta preferenziale per il servizio civile.

Nel 2001, dopo la tragedia delle “Torri Gemelle”, questo comunicato ufficiale dell’AGESCI: Combatteremo fino all’ultimo alito della nostra vita contro la legge del più forte usando quella dell’amore. Contro chi vuole strapparci dalla “normalità” per gettarci nella fossa del terrore. Progettando il domani per noi e per i nostri figli. Rispondendo col rimetterci in cammino, senza dimenticare che il nostro obiettivo è concludere il nostro pellegrinaggio su questa terra, avendo raccontato e testimoniato concretamente l’amore che Gesù ci ha fatto sperimentare in vita. Dio ci ha fatto il grande dono d’incontrare gente che lo chiama col nome di Allah, Jhavè, Buddha, a fianco della quale abbiamo lavorato, riso, sofferto e pianto e scoperto la grande verità della storia:
L’AMORE DI DIO non ha nome, razza, lingua, religione, politica, confine o nazione. E per non dimenticare in ogni regione italiana è stata organizzata una veglia di preghiera la sera del 4 ottobre, Festa di S. Francesco, Santo della Pace.
Grazia Bellini, Edoardo Patriarca Presidenti AGESCI Mons. Diego Coletti Assistente Ecclesiastico Nazionale

Prendendo spunto dal fatto che il Gruppo AGESCI del Busto Arsizio 1° aveva aderito ai valori di educazione alla pace ed alla fratellanza tra i popoli del Coordinamento Cittadino per la Pace, vogliamo evidenziare un triste evento che colpì lo scoutismo italiano nel 2003; il servizio reso da alcuni scout-militari caduti a Nassirya va interpretato come una vera forma di patriottismo, e non come una sterile manifestazione di pacifismo indirizzato contro le nostre forze militari; infatti i seguenti Italiani, morti mentre compivano un’operazione di pace, avevano un passato scout:
- Il Vice Brigadiere dei Carabinieri Ivan Ghitti (caduto a Nassirya, e rover del Milano 24);
- il civile Marco Beci della “Cooperazione Italiana” (caduto a Nassirya);
- il dirigente della Polizia di Stato Nicola Calipari (scout dell’ASCI a Reggio Calabria);
Lo scoutismo italiano fu addolorato per queste morti ingiuste, ma non stupito perché, se è ancora attuale leggere le prime righe di “Scoutismo per Ragazzi”, dove B.-P. scrive che: “Immagino che ogni ragazzo desideri rendersi utile alla sua Patria in un modo o nell’altro. C’è un mezzo con cui può farlo facilmente, ed è quello di diventare un Esploratore…” “…oltre agli esploratori militari ci sono anche altri tipi di esploratori, uomini che in tempo di pace compiono un lavoro che richiede lo stesso genere di ardimento e di spirito d’iniziativa… sono uomini abituati a tenere in pugno la propria vita e a rischiarla senza esitare, se rischiarla significa servire la Patria. …E questo fanno semplicemente perché è loro dovere.” Robert Baden Powell – 1907.
Allora il posto di un Esploratore è sempre avanti agli altri, specialmente quando si tratta di rendere un servizio.

Thinking Day 2019

TD2019Anche quest’anno ci siamo. Il 22 febbraio è alle porte e tutti siamo già pronti, manuale con le attività alla mano, per parlare di leadership. Ma la Giornata del Pensiero è anche altro… o meglio soprattutto altro: oltre ad essere un’occasione di festa, compleanno di Baden Powell e Lady Olave, è una straordinaria opportunità per sviluppare nel nostro territorio iniziative ed attività, che diventano di impegno comune e che si uniscono idealmente a quelle di milioni di ragazze e ragazzi in altri paesi.

Fin dal 1926 la Giornata del Pensiero, in inglese World Thinking Day, è la celebrazione della fratellanza internazionale. WAGGGS (World Association of Girl Guides and Girl Scouts – associazione mondiale del guidismo) è stata, e tutt’oggi è ancora, promotrice di questa giornata per ricordare che facciamo parte di un movimento mondiale che coinvolge 10 milioni di giovani guide e scout in 150 paesi nel mondo, che supporta le ragazze e le giovani donne dandogli nuove opportunità di crescita e che sostiene i guidismi in quei paesi dove il movimento è più in difficoltà oppure in cui la donna ha minori possibilità di aver2 un ruolo paritario nella società.

Il Thinking Day è solo una delle diverse occasioni per ragionare su come è possibile essere cittadini attivi, scoprendo che ognuno può portare un contributo diverso ma altrettanto valido al raggiungimento del bene comune. È un nostro diritto ma anche un nostro dovere. Questa la vera sfida: considerare idee e capacità diverse non più come un ostacolo, ma come una meravigliosa potenzialità, ognuno ha talenti da far fruttare, punti di forza da mettere a disposizione di tutti: “Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità” (Matteo 25,14-15).

Buona Giornata del Pensiero a tutti.

Matteo Citterio
ex-incaricato al Settore Internazionale di AGESCI Lombardia

Attendere è mettersi in viaggio

Che cosa significa attendere il Natale?
Ci sono due modi per attendere il Natale. O aspettare che il 25 dicembre arrivi da noi senza doverci scomodare più di tanto per accoglierlo, oppure metterci in viaggio per andargli incontro facendoci strada in mezzo a tutti i nostri impegni e a tutte le nostre preoccupazioni. A livello di calendario non cambia nulla: il giorno di Natale arriva sempre e comunque, i regali compaiono sotto l’albero e tutti sono più buoni (anche solo per finta). A livello di cuore, invece, è tutta un’altra storia.
C’è chi aspetta che il Natale gli piombi addosso tutto d’un tratto con le sue luci colorate e il suo buonismo sdolcinato e chi, invece, giorno dopo giorno, attraversa l’Avvento per raggiungere la mezzanotte della festa tanto attesa. Il primo non si accorge nemmeno di che cosa stia capitando, perché continua a condurre la sua vita come se nulla fosse: non succede niente, non cambia niente, rimane fermo. Il secondo attende, quindi si mette in moto sul serio, perché sente che nel Natale è nascosta una promessa di bene per la sua vita e desidera raggiungerla: per questo si mette in viaggio. Attendere, in fondo, significa mettersi in viaggio: partire dalle proprie certezze per andare alla ricerca di una novità. E il Natale è per definizione una novità, perché si tratta di una nascita, della venuta al mondo di qualcosa di nuovo, sebbene Gesù sia sempre lo stesso.
Attendere il Natale significa mettersi in viaggio per il Natale. Sì, ma questo viaggio dove si svolge? In che modo coinvolge la nostra vita? Cosa succede quando ci mettiamo veramente ad attendere il Natale? Almeno tre cose, direi.
Attendere il Natale significa innanzitutto mettersi in viaggio dentro noi stessi. L’attesa del Dio fatto uomo ci chiama ad entrare nella nostra umanità e a prendere coscienza delle attese più profonde riposte nel nostro cuore. A Natale possiamo sentire più intensamente che desideriamo essere felici e vivere in pace. A Natale possiamo renderci conto di che cosa conti davvero nella nostra vita. A Natale possiamo scoprire che noi contiamo davvero. Sì, perché la nascita di Dio va incontro alla nostra umanità e la benedice: Gesù nasce perché Dio ci ama. C’è bisogno di metterci in viaggio dentro noi stessi, perché proprio al fondo della nostra vita risiede la gioia del dono del Natale; il nostro cuore, pur malmesso che sia, è pur sempre una mangiatoia adatta per accogliere il Salvatore.
Attendere il Natale, poi, significa mettersi in viaggio incontro agli altri. L’attesa di Gesù che si fa incontro all’umanità bisognosa ci chiama ad andare incontro al prossimo. A tutti, nessuno escluso, ma a partire da chi è più vicino. È più facile fare la carità ai lontani che non possiamo vedere piuttosto che ai vicini che, a forza di vederli di continuo, ci hanno persino scocciato. Gesù ha iniziato a cambiare la vita di quelli che gli stavano accanto: la mamma e il papà, poi i pastori che l’hanno visitato a Betlemme, i magi e poi quelli che l’hanno conosciuto di persona. Quanto amore si è raccolto intorno a quella culla! E quanto amore da quella culla è partito ed ha irradiato il mondo fino ad oggi. Tutto è iniziato con quel primo Natale, che prima ha messo in moto molte persone radunandole presso Gesù e poi le ha rimesse in moto perché andassero da altri a portare la gioia di quell’incontro straordinario con Dio. Attendere il Natale, dunque, significa partire dalla propria autosufficienza e andare incontro agli altri per condividere con loro il dono dell’amore di Dio.
Attendere il Natale significa infine mettersi in viaggio verso Dio. L’attesa di Dio che nasce in un bambino è l’occasione più propizia per incontrare Dio, perché in quel modo Dio si è reso avvicinabile da tutti. Tutti ci sentiamo a nostro agio di fronte ad un bambino piccolo; tutti rimaniamo affascinati dal mistero poderoso della vita che nasce e prende forma in un corpo piccolo, indifeso e bisognoso di aiuto. Ebbene, Dio è nato proprio così e per questo è alla portata di ciascuno. A Natale abbiamo tutti una possibilità in più di incontrare o di avvicinarci a Dio, perché lui si presenta a noi come un bambino. A Natale abbiamo l’occasione di considerare che la vita è più grande, più larga, più profonda e più bella di quanto ci appare alla superficie della nostra quotidianità. Se accettiamo di scrollarci di dosso la supponenza che talvolta prende noi adulti, allora abbiamo una possibilità concreta di fare esperienza del Salvatore. A Natale, infatti, siamo noi a doverci abbassare per incontrare Gesù bambino.
Chi quest’anno sta aspettando il Natale senza curarsi di fare niente forse sta facendo meno fatica, ma non sa che cosa si sta perdendo. Il Natale è sempre l’occasione buona per dare una svolta alla propria vita, perché chiede di mettersi in viaggio per raggiungere Gesù. Solo chi osa entrare dentro di sé, uscire incontro agli altri e stare alla presenza di Dio può sperare in un reale cambiamento. E solo il richiamo del Signore che viene nel mondo ha la forza per farci intraprendere e portare a termine questo grande viaggio.
Buon Natale, buon viaggio!

Don Alberto

Hanno lasciato una traccia: Don Giovanni Barbareschi

Don Giovanni BarbareschiA darci un passaggio verso questo Natale, tra gli altri, sarà sicuramente don Barbareschi, uno scout diventato “Giusto tra le Nazioni” e medaglia d’argento per la Resistenza. Ci ha lasciati il 4 ottobre scorso a 96 anni, tanto che è stato ricordato anche alla nostra Festa di Apertura. Era l’ultimo delle Aquile Randagie, coloro i quali, nonostante il divieto imposto dal fascismo, continuarono l’attività scout clandestinamente. Ma non fece solo questo: dopo l’8 settembre 1943, con la resa dell’Italia e l’inizio dell’occupazione tedesca, assieme a Teresio Olivelli, Carlo Bianchi, David Maria Turoldo, Mario Apollonio, Dino Del Bo, partecipa agli incontri che porteranno alla fondazione del giornale Il Ribelle. Il giornale delle brigate partigiane “Fiamme Verdi”, attive in Lombardia ed Emilia, esce quando può per 26 numeri, facendo correre ai suoi sostenitori, che si definivano “ribelli per amore”, grandi rischi sia per stamparlo sia poi per distribuirlo: infatti uno dei tipografi, Franco Rovida, e lo stesso Teresio Olivelli finiranno la loro esistenza in un campo di concentramento. Oltre a questa attività si impegna con le Aquile randagie e l’O.S.C.A.R. (Organizzazione Scout Collocamento Assistenza Ricercati) con il compito di portare in salvo, in Svizzera, ebrei, militari alleati e ricercati politici per un totale di 2166 espatri clandestini.
Il 10 agosto 1944 va dal cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, pregandolo di andare ad impartire la benedizione ai partigiani uccisi in piazzale Loreto, ma il cardinale gli ordina di andare lui stesso, benché ancora diacono. Davanti ai cadaveri lasciati come crudele monito alla popolazione si inchinò e recitò la preghiera di benedizione. Una volta terminata si accorse che tutta la piazza si era inginocchiata con lui. Tre giorni dopo (13 agosto) viene ordinato sacerdote dal cardinale Schuster e celebra la sua prima messa il 15 agosto; la notte stessa viene arrestato dalle SS mentre si sta preparando per accompagnare in Svizzera degli ebrei fuggitivi. Resta in prigione fino a quando il cardinale non ne ottiene la liberazione e, quando in seguito si presenta a lui, il cardinale si inginocchia e gli dice:
«Così la Chiesa primitiva onorava i suoi martiri. Ti hanno fatto molto male gli Alemanni?»
Passa qualche giorno e don Barbareschi parte per la Valcamonica, dove si aggrega alle Brigate Fiamme Verdi e diventa cappellano dei partigiani. Dopo essere stato arrestato viene portato nel campo di concentramento a Bolzano (Durchgangslager Bozen), da dove riesce a fuggire prima di essere trasferito in Germania; ritornato a Milano diventa il “corriere di fiducia” tra il comando alleato ed il comando tedesco durante le trattative per risparmiare da rappresaglie le infrastrutture milanesi. Dal 25 aprile 1945, su mandato del cardinale Schuster, si adopera per evitare rappresaglie contro i vinti e con l’avallo dei comandi partigiani e alleati opera per salvare dal linciaggio il maresciallo Karl Otto Koch, il generale Wolff e il colonnello Dollmann (il quale il 4 marzo 1948 gli offrirà il suo diario personale come ringraziamento per avergli salvato la vita), direttamente responsabili delle sue sofferenze in carcere.
Dopo la guerra continuò ad insegnare (fu anche professore di religione di mio padre!) e ad essere attivo nella FUCI e nello scoutismo, verso il quale non smise mai di attivarsi per il ricordo della Resistenza.

e. g.