Attendere è mettersi in viaggio

Che cosa significa attendere il Natale?
Ci sono due modi per attendere il Natale. O aspettare che il 25 dicembre arrivi da noi senza doverci scomodare più di tanto per accoglierlo, oppure metterci in viaggio per andargli incontro facendoci strada in mezzo a tutti i nostri impegni e a tutte le nostre preoccupazioni. A livello di calendario non cambia nulla: il giorno di Natale arriva sempre e comunque, i regali compaiono sotto l’albero e tutti sono più buoni (anche solo per finta). A livello di cuore, invece, è tutta un’altra storia.
C’è chi aspetta che il Natale gli piombi addosso tutto d’un tratto con le sue luci colorate e il suo buonismo sdolcinato e chi, invece, giorno dopo giorno, attraversa l’Avvento per raggiungere la mezzanotte della festa tanto attesa. Il primo non si accorge nemmeno di che cosa stia capitando, perché continua a condurre la sua vita come se nulla fosse: non succede niente, non cambia niente, rimane fermo. Il secondo attende, quindi si mette in moto sul serio, perché sente che nel Natale è nascosta una promessa di bene per la sua vita e desidera raggiungerla: per questo si mette in viaggio. Attendere, in fondo, significa mettersi in viaggio: partire dalle proprie certezze per andare alla ricerca di una novità. E il Natale è per definizione una novità, perché si tratta di una nascita, della venuta al mondo di qualcosa di nuovo, sebbene Gesù sia sempre lo stesso.
Attendere il Natale significa mettersi in viaggio per il Natale. Sì, ma questo viaggio dove si svolge? In che modo coinvolge la nostra vita? Cosa succede quando ci mettiamo veramente ad attendere il Natale? Almeno tre cose, direi.
Attendere il Natale significa innanzitutto mettersi in viaggio dentro noi stessi. L’attesa del Dio fatto uomo ci chiama ad entrare nella nostra umanità e a prendere coscienza delle attese più profonde riposte nel nostro cuore. A Natale possiamo sentire più intensamente che desideriamo essere felici e vivere in pace. A Natale possiamo renderci conto di che cosa conti davvero nella nostra vita. A Natale possiamo scoprire che noi contiamo davvero. Sì, perché la nascita di Dio va incontro alla nostra umanità e la benedice: Gesù nasce perché Dio ci ama. C’è bisogno di metterci in viaggio dentro noi stessi, perché proprio al fondo della nostra vita risiede la gioia del dono del Natale; il nostro cuore, pur malmesso che sia, è pur sempre una mangiatoia adatta per accogliere il Salvatore.
Attendere il Natale, poi, significa mettersi in viaggio incontro agli altri. L’attesa di Gesù che si fa incontro all’umanità bisognosa ci chiama ad andare incontro al prossimo. A tutti, nessuno escluso, ma a partire da chi è più vicino. È più facile fare la carità ai lontani che non possiamo vedere piuttosto che ai vicini che, a forza di vederli di continuo, ci hanno persino scocciato. Gesù ha iniziato a cambiare la vita di quelli che gli stavano accanto: la mamma e il papà, poi i pastori che l’hanno visitato a Betlemme, i magi e poi quelli che l’hanno conosciuto di persona. Quanto amore si è raccolto intorno a quella culla! E quanto amore da quella culla è partito ed ha irradiato il mondo fino ad oggi. Tutto è iniziato con quel primo Natale, che prima ha messo in moto molte persone radunandole presso Gesù e poi le ha rimesse in moto perché andassero da altri a portare la gioia di quell’incontro straordinario con Dio. Attendere il Natale, dunque, significa partire dalla propria autosufficienza e andare incontro agli altri per condividere con loro il dono dell’amore di Dio.
Attendere il Natale significa infine mettersi in viaggio verso Dio. L’attesa di Dio che nasce in un bambino è l’occasione più propizia per incontrare Dio, perché in quel modo Dio si è reso avvicinabile da tutti. Tutti ci sentiamo a nostro agio di fronte ad un bambino piccolo; tutti rimaniamo affascinati dal mistero poderoso della vita che nasce e prende forma in un corpo piccolo, indifeso e bisognoso di aiuto. Ebbene, Dio è nato proprio così e per questo è alla portata di ciascuno. A Natale abbiamo tutti una possibilità in più di incontrare o di avvicinarci a Dio, perché lui si presenta a noi come un bambino. A Natale abbiamo l’occasione di considerare che la vita è più grande, più larga, più profonda e più bella di quanto ci appare alla superficie della nostra quotidianità. Se accettiamo di scrollarci di dosso la supponenza che talvolta prende noi adulti, allora abbiamo una possibilità concreta di fare esperienza del Salvatore. A Natale, infatti, siamo noi a doverci abbassare per incontrare Gesù bambino.
Chi quest’anno sta aspettando il Natale senza curarsi di fare niente forse sta facendo meno fatica, ma non sa che cosa si sta perdendo. Il Natale è sempre l’occasione buona per dare una svolta alla propria vita, perché chiede di mettersi in viaggio per raggiungere Gesù. Solo chi osa entrare dentro di sé, uscire incontro agli altri e stare alla presenza di Dio può sperare in un reale cambiamento. E solo il richiamo del Signore che viene nel mondo ha la forza per farci intraprendere e portare a termine questo grande viaggio.
Buon Natale, buon viaggio!

Don Alberto

Hanno lasciato una traccia: Don Giovanni Barbareschi

Don Giovanni BarbareschiA darci un passaggio verso questo Natale, tra gli altri, sarà sicuramente don Barbareschi, uno scout diventato “Giusto tra le Nazioni” e medaglia d’argento per la Resistenza. Ci ha lasciati il 4 ottobre scorso a 96 anni, tanto che è stato ricordato anche alla nostra Festa di Apertura. Era l’ultimo delle Aquile Randagie, coloro i quali, nonostante il divieto imposto dal fascismo, continuarono l’attività scout clandestinamente. Ma non fece solo questo: dopo l’8 settembre 1943, con la resa dell’Italia e l’inizio dell’occupazione tedesca, assieme a Teresio Olivelli, Carlo Bianchi, David Maria Turoldo, Mario Apollonio, Dino Del Bo, partecipa agli incontri che porteranno alla fondazione del giornale Il Ribelle. Il giornale delle brigate partigiane “Fiamme Verdi”, attive in Lombardia ed Emilia, esce quando può per 26 numeri, facendo correre ai suoi sostenitori, che si definivano “ribelli per amore”, grandi rischi sia per stamparlo sia poi per distribuirlo: infatti uno dei tipografi, Franco Rovida, e lo stesso Teresio Olivelli finiranno la loro esistenza in un campo di concentramento. Oltre a questa attività si impegna con le Aquile randagie e l’O.S.C.A.R. (Organizzazione Scout Collocamento Assistenza Ricercati) con il compito di portare in salvo, in Svizzera, ebrei, militari alleati e ricercati politici per un totale di 2166 espatri clandestini.
Il 10 agosto 1944 va dal cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, pregandolo di andare ad impartire la benedizione ai partigiani uccisi in piazzale Loreto, ma il cardinale gli ordina di andare lui stesso, benché ancora diacono. Davanti ai cadaveri lasciati come crudele monito alla popolazione si inchinò e recitò la preghiera di benedizione. Una volta terminata si accorse che tutta la piazza si era inginocchiata con lui. Tre giorni dopo (13 agosto) viene ordinato sacerdote dal cardinale Schuster e celebra la sua prima messa il 15 agosto; la notte stessa viene arrestato dalle SS mentre si sta preparando per accompagnare in Svizzera degli ebrei fuggitivi. Resta in prigione fino a quando il cardinale non ne ottiene la liberazione e, quando in seguito si presenta a lui, il cardinale si inginocchia e gli dice:
«Così la Chiesa primitiva onorava i suoi martiri. Ti hanno fatto molto male gli Alemanni?»
Passa qualche giorno e don Barbareschi parte per la Valcamonica, dove si aggrega alle Brigate Fiamme Verdi e diventa cappellano dei partigiani. Dopo essere stato arrestato viene portato nel campo di concentramento a Bolzano (Durchgangslager Bozen), da dove riesce a fuggire prima di essere trasferito in Germania; ritornato a Milano diventa il “corriere di fiducia” tra il comando alleato ed il comando tedesco durante le trattative per risparmiare da rappresaglie le infrastrutture milanesi. Dal 25 aprile 1945, su mandato del cardinale Schuster, si adopera per evitare rappresaglie contro i vinti e con l’avallo dei comandi partigiani e alleati opera per salvare dal linciaggio il maresciallo Karl Otto Koch, il generale Wolff e il colonnello Dollmann (il quale il 4 marzo 1948 gli offrirà il suo diario personale come ringraziamento per avergli salvato la vita), direttamente responsabili delle sue sofferenze in carcere.
Dopo la guerra continuò ad insegnare (fu anche professore di religione di mio padre!) e ad essere attivo nella FUCI e nello scoutismo, verso il quale non smise mai di attivarsi per il ricordo della Resistenza.

e. g.

Caro capo ti scrivo

Caro capo, mi ritrovo qua, organizzatissimo come al solito, a scrivere qualcosa per scout: una volta è la lettera della partenza, un’altra l’articolo del Tuttoscout…
Proprio la partenza dovrebbe essere il tema di questo articolo. Ho pensato abbastanza a cosa scrivere, ma ero in difficoltà. Ho letteralmente l’imbarazzo della scelta. Ad una certa ora mi è venuta in mente cosa dire, ma ci arriviamo con calma.
Tu caro capo sai perfettamente, più di me perlomeno, che cosa sia la partenza. Non voglio scrivere un trattato su cosa sia filosoficamente la partenza, anche perché sarebbe un articolo abbastanza scarso, vorrei tuttavia dire qualcosina. Cercherò di essere breve, per quanto il mio essere prolisso consenta.
La partenza è un momento del proprio cammino scout nel quale si è chiamati ad effettuare una scelta. Ognuno decide quando prenderla, ma soprattutto, se prenderla.

“Fece una scelta di umile uomo: Fede, Servizio e Comunità”
(Lungo la Strada)
La Partenza si articola in tre scelte: la Scelta Politica, quella di Servizio e quella di Fede.
Lascerò a te, caro capo, spiegare bene ai prossimi Rover e Scolte che cosa sia-no queste, vorrei dire oggi qualcosa in particolare sulla Scelta di Servizio.
Il servizio non è volontariato, non è solo questo perlomeno. “Servire” significa dedicare del tempo ed energia per gli altri e non per sé stessi. L’obiettivo è il bene dell’altro e non il ritorno che avremo. Fare servizio significa aiutare una persona in difficoltà senza che lei ti ringrazi o che ti manifesti affetto o gratitudine.
Nel cercare di capire che cosa fosse il servizio non posso che menzionarti, caro capo. È questo il punto dell’articolo. Mi sono reso conto che sei l’Esempio di servizio più importante ed efficace che io abbia. Un esempio che non è solamente una citazione “a titolo esemplificativo”, ma un esempio da seguire.
Caro capo, so che non è stato facile starmi dietro in questi anni. I momenti di tensione, di incomprensione, di difficoltà, ci sono stati, è indubbio. È disarmante però vedere che eri lì, nonostante non ascoltassi, non scegliessi, fossi in ritardo, non portassi a termine gli impegni, croci comprese. Con questo non voglio dire che sei perfetto: penso di avere ancora ragione in alcuni, se pur pochi, casi. Nonostante ciò tu però c’eri, questo conta. Eri sempre pronto nonostante fosse estremamente difficile ottenere la nostra fiducia, essere rispettati, saper comunicare etc. etc.
Magari ciò che facevi non era palese ai nostri occhi, tu però lavoravi comunque per noi, lo so.
Per comprendere l’essenza del servizio credo che sia necessario essere disposti a fare qualcosa che non piace ma che serve.
Le soddisfazioni immediate del servizio sono sicuramente una grande risorsa che ti aiuta nella tua attività ma non è il requisito essenziale della partenza. La scelta di servizio non si basa su quanto sia divertente e appagante farlo. Questa si basa sul voler aiutare l’altro. Il venir meno del “piacere di prestare servizio” non deve intaccare le tue scelte. Certo, nessuno dice che sia facile, ma abbiamo scelto noi di essere qui.
Tanta fatica e “poche soddisfazioni”. Questo rapporto credo che raggiunga il massimo peso nel servizio in clan. Bada bene, non intendo dire che il servizio in clan sia più difficile di altri, ogni servizio ha le sue difficoltà e non c’è una gerarchia tra queste, penso però che la mancanza di soddisfazioni “quotidiane” sia una caratteristica che raggiunge la massima dimensione quando si è capi R/S.
Questa mancanza io non l’ho ancora vissuta, un po’ mi spaventa. Ritengo però di essere pronto per affrontare questa sfida. Scelgo di esserlo.
Caro capo, vorrei dirti così GRAZIE. Lo faccio a modo mio: in ritardo, in maniera disordinata e confusa, ma sono sicuro che tu mi abbia capito.
Sono carico per affrontare questa nuova sfida che è la partenza: essere un buon cittadino.
I dubbi ci sono, le difficoltà arriveranno, gli esempi da seguire rimangono.
Grazie. Buona Strada.

Canguro Amletico

Ho scelto di partire

“Eccomi qua, davanti a tutti voi, pronto per partire, dopo dodici anni con il fazzolettone al collo. E’difficile descrivere con una lettera questi anni, le migliaia di esperienze vissute, le persone conosciute e quelle con cui ho condiviso un pezzo del mio percorso (più o meno grande), penso quindi che iniziare ringraziando tutti sia la cosa migliore.”
Così inizia la mia lettera della Partenza, che ho letto davanti a tutto il clan e agli ospiti presenti, sabato scorso 24 novembre al Campo dei Fiori. Anche dopo una settimana, ragionando a mente fredda su tutto quello che ho scritto nella lettera, resto convinto che la cosa migliore sia stata ringraziare tutte le persone che ho incrociato sulla mia strada, chi per qualche anno e chi anche solo qualche minuto, se sto scrivendo queste parole è anche grazie a loro.
La scelta di prendere la partenza non è stata semplicissima, è partito tutto da un cammino di partenza durato circa un anno che si è concluso con la consapevolezza di voler Servire, di voler essere testimone, di voler “aiutare gli altri in ogni circostanza”; motivo per cui ho scelto di continuare il mio percorso all’interno dell’A.G.E.S.C.I. La cosa più difficile però è stata lasciare il gruppo che ormai si era creato con i miei compagni di Clan, un gruppo di amici con cui ho condiviso esperienze, momenti di allegria, di gioia e stupidità; momenti in cui abbiamo fatto fatica, ci siamo aiutati, non abbiamo mollato anche se tutto sembrava contro di noi, e quando magari mettevamo insieme queste due cose, come mentre andavamo verso Venezia in kayak, ci siamo fermati nel fango, sotto al diluvio, sul bordo di un canale, e ci siamo messi a cantare a squarciagola, perché noi siamo scout, e ridiamo e cantiamo anche nelle difficoltà… ecco, credo mi mancherà tutto questo…
Concludo augurando a tutti Buona strada e con la speranza di poter lasciare, durante questa nuova avventura all’interno del nostro Busto 3, quanto i miei capi hanno lasciato a me in questi dodici anni.

Tommaso

Niente di speciale… o forse sì?

Venerdì scorso in università, mentre cercavo di spiegare a una mia compagna per quali ragioni lo scoutismo – e la mia partenza – mi assorbissero a tal punto da portarmi a saltare le lezioni pur di trovare il tempo necessario da dedicargli, mi sono trovata in difficoltà. Il fatto è che mi sono ormai abituata a giustificare i pantaloncini corti con la neve e con il sole, l’assenza di ombrelli anche con il diluvio universale, le “vacanze estive” passate a fare scarpinate di 10 ore avendo come unico carburante le canzoni della Disney e beh, sì, anche un po’ di Polase.
- “sì, sì quasi ogni domenica ci alziamo presto per andare a messa, sì riesco a trovare il tempo per studiare e, ok, una volta mi è capitato di cagare nei boschi, ma non è questo il punto!”
Eppure la mia amica, non si accontentava di risposte preconfezionate a domande cariche di pregiudizi, no lei voleva capire il mio mondo!
Niente da fare: 5 anni di liceo classico, lacrime e sudore versati sul greco e il latino non sono serviti a fornirle una risposta convincente!
Lo scoutismo è una fetta consistente della mia vita, niente di meno e niente di più; è parte della mia essenza, come lo sono il cioccolato fondente o l’odio per il colore giallo. Questo discorso – o almeno la prima parte – credo sia condivisibile da voi, miei colleghi del clan e miei lettori che suppongo abbiate un qualche legame con il mondo scout; ed è proprio qui che sta l’inghippo: come spieghi qualcosa che è così intrinsecamente parte di te che quando provi a delimitarla in un’area precisa ti trovi a non sapere chi saresti senza quella parte?
Prima degli scout ero una bambina spaventata dal mondo a tal punto che nel dubbio se affrontarlo o meno mi rinchiudevo in libri di 1000 pagine- bellissimi per carità, ma anche la realtà ha il suo perché, come ho scoperto quando la mia saggia Akela, mi ha convinta che forse, lasciando i libri a casa, mi sarei divertita ancora di più. Così, la bambina timida, senza rinunciare del tutto alla sua fantasia, ha iniziato i lupetti, nonostante una prima uscita traumatizzante al Sacro Monte. Di uscita in uscita, è cresciuta sino a diventare una ragazzina brontolona e incazzata con tutti. Sì certo tutti, ma le sue amiche del reparto in realtà sapevano come renderla felice quasi quanto un tè caldo dopo una giornata sotto la pioggia (rigorosamente in calzoncini corti). In noviziato poi, la “famiglia” che si era creata in reparto, si è allargata per poi crescere ancora in clan, dove ho iniziato a intravedere i principi dietro allo scoutismo.
Ed eccomi qui.
Il 03/09 di quest’anno sono stata trascinata, più o meno controvoglia, a un concerto gratuito dello Stato Sociale, e, si sa, di solito se non si conoscono le canzoni il divertimento non è alle stelle; con questa prospettiva di serata, una canzone mi ha commossa. Oggi penso perché cattura perfettamente cosa lo scoutismo è, ed è stato per me in questi anni.
Infatti all’inizio recita “non è sognare che aiuta a vivere, è vivere che deve aiutarti a sognare”, sostanzialmente la prima lezione che Chiara-lupetta ha ricevuto dalla sua Akela, poi continua: “come faccio a dirti che non mi piace il tuo tenermi nascosto agli occhi del mondo, quando è il mondo che non sai guardare?”, che rappresenta esattamente quello che, se lo scoutismo fosse una persona, mi avrebbe detto in reparto, quando mi vergognavo di definirmi scout con i compagni delle medie. Poi prosegue: “vorrei una domenica pomeriggio per ogni lunedì che non ho saputo iniziare, ma siamo una storia che non si può dire, non abbiamo niente di speciale, non fosse che io ho paura di crescere”, però “non scegliere è scegliere di subire” e “ogni volta che scegli, scegli il tipo di schiavo che non sarai” ed è qui che descrive come mi sento adesso: sul punto di crescere, di scegliere, l’unica cosa che mi sento di chiedervi è di “tenermi le mani e tenervele a vicenda, potrà capitarci di bere, ma non annegheremo”. Tutti questi insegnamenti e molti altri che ora l’emozione non mi consente di esprimere se non con parole di altri, mi hanno portato a fare dello scoutismo e del servizio la mia scelta di vita; i giorni in cui non mi presentavo come scout sono finiti e con loro la paura di crescere, sbagliare, cadere, annegare, rialzarmi, semplicemente vivere non mi paralizza più. Concludo incoraggiando tutti voi a seguire sempre i vostri sogni, senza perdere il contatto con la realtà e sapendo sempre che avete la comunità scout su cui poter fare affidamento, e questo credo sia il dono più grande dello scoutismo – che però va coltivato: una famiglia.
Buona Strada a tutti voi.
Chiara Sidoti
(Ornitorinco Shackerato)

Farsi dare una mano

Il periodo di avvento è iniziato: si inizia a parlare di Natale, si mettono già le prime decorazioni per casa, si pensa già ai regali… E perché non citare uno dei racconti natalizi più iconici per ricordare che il Natale non è solo nei suoi simboli ma anche nelle nostre azioni?
Tempo fa un signorotto inglese, con il mio stesso intento, mise in gioco il suo talento di scrittore per creare “a Christmas Carol”, uno dei più famosi testi natalizi mai scritti, che vede la vicenda avvolta attorno a un avido e egoista signore che, tramite l’intervento di alcuni spiriti, stravolge il suo comportamento diventando un uomo buono.
Uno degli spiriti ad un certo punto della storia si rivolge al protagonista dicendo una frase abbastanza iconica: “Se la malattia e la tristezza sono contagiose, non c’è niente al mondo così irresistibilmente contagioso come il riso e il buonumore”, e cosa può mettere più allegria di un sorriso e di un sincero “grazie”? Ricordiamoci che infatti l’aiutare il prossimo non solo è un valore cardine della religione cristiana (valore che dovrebbe essere amplificato dall’atmosfera natalizia), ma è anche forse uno dei punti più caratteristici del nostro essere scout. Ci identifica, insomma.
Tuttavia, per quanto sarebbe bello avere la possibilità di poter aiutare chiunque, nessuno è perfetto… quindi, nonostante si possano avere tutti i buoni propositi immaginabili, capitano delle volte in cui siamo noi stessi a dover chiedere aiuto. A proposito, voglio raccontarvi brevemente un’altra storia, ma stavolta non è né un racconto natalizio né un romanzo inglese: è infatti l’esperienza di una scolta al suo primo anno di servizio:
“La mia prima esperienza di servizio è stata in branco, più precisamente nel branco Lupi della Brughiera.
Inizialmente ero un po’ in ansia e preoccupata perché non sapevo cosa mi sarei dovuta aspettare: avevo paura di cimentarmi nello sconosciuto ambiente del servizio e avevo paura soprattutto di non trovarmi bene con la staff e di non riuscire a stare con i bambini… Insomma, temevo di non riuscire ad integrarmi.
Queste ansie però sono state subito smentite: mi hanno accolto tutti con molta gioia facendomi sentire parte sin da subito della grande “famiglia” che è il branco. Spronata dal fatto che la staff era lì presente anche per darmi una mano nella mia crescita personale, sono partita per il campo con lo spirito giusto, e infatti non ho mai smesso di fare del mio meglio, grazie soprattutto all’ottimo clima e all’ottima compagnia. Quest’anno la mia avventura sta continuando con loro, e spero davvero di passare un anno bellissimo.”
È verissimo che ciò che accompagna ognuno di noi durante il nostro percorso scout è il servizio, la nostra disponibilità ad aiutare, sostenere, insegnare a chi ha bisogno di noi, ma nel prossimo futuro, durante il nostro percorso d’avvento, dovremmo lasciare che anche gli altri, chi ci vuole bene e chi si rende disponibile, possa aiutare noi, lasciando l’orgoglio da parte e togliere la corazza che ogni giorno copre le nostre debolezze… Mettere da parte l’orgoglio insomma: Il “vero” scout non è quello che, dopo aver rotto le scarpe durante una route, è capace a proseguire tra fiacche e riparazioni continue, ma quello che è capace di mettere da parte per un breve momento l’orgoglio voltandosi verso un volto amico e chiedere aiuto con un sorriso.
-Usignolo radioso
-Scoiattolo spensierato
-Yak frenetico

Una nuova era…

Una nuova era…
Heilà eccomi
Vi starete chiedendo il perché di questo titolo un po’ insolito…
Iniziamo.
Una nuova era è simbolo di novità, speranza, gioia, felicità ma anche paura, timore e tanta ansia.
Una nuova era è un momento dove si decide cosa fare per il futuro.
Una nuova era è anche dare origine al bene facendo dei bei gesti aiutando i più piccoli aiutando la comunità…
Il noviziato è lieto di presentarvi qui ora mentre stai leggendo il nome del noviziato…
Ed è… (rullo di tamburi…)
Noviziato Mohloding
Cioè una nuova era e l’origine del bene
Ah mi sono scordata in che lingua è in sotho del sud.
Niente spero vi piaccia.
Vi saluto.
-Civetta perseverante

L’idea del dono

Buongiorno, come state?
Sono sempre io, qua a parlarvi di cose nuove ogni TuttoScout.
Oggi voglio parlarvi di una cosa molto importante, che secondo me dovrebbe esserci nella vita di ognuno: l’idea del dono. Se ci guardiamo intorno, tante persone vogliono il nostro bene e ad altrettante ne vogliamo noi. E spesso qualcuno ci rende felici anche con piccole cose quali un abbraccio, un regalo o, semplicemente, un messaggio. E l’idea del dono non è altro che il semplice istinto di ricambiare, di dimostrare affetto alle persone cui vogliamo bene e cercare di strappare loro un sorriso anche nei momenti più bui per un semplice motivo: i veri amici farebbero questo e molto altro per noi! Quindi voglio anche io mostrare il mio affetto alle persone a me care e per questo dico spesso loro frasi come “Ti voglio bene.” “Mi manchi.” Perché questi messaggi, per quanto possano sembrare ovvi e naturali, in realtà non lo sono sempre, e di sicuro sentirsele ripetere non fa male! Anzi, è un atto davvero benvoluto e ideale per ricordare ai propri amici che loro sono tali e che gli vogliamo bene!
Io questo anno ho fatto tante amicizie ed ho creato legami profondi anche con persone lontane e la distanza, spesso, mi sembra crudele perché separa le persone. Ma allo stesso tempo la vedo come una sfida, un incentivo per cercare di vincere e impegnarmi affinché un giorno io possa andare a vedere questi miei amici, tanto è vero che la distanza non significa nulla se una persona significa tutto. Questa è una delle cose che ho capito dalla vita e che tengo a condividere con voi.
Fatevi valere. Non abbiate paura di essere voi stessi, perché siete bellissimi esattamente come siete. Non permettete a nessuno di cambiare voi o le vostre idee. Perché ognuno è unico, speciale, meraviglioso. Sfidate voi stessi ed i vostri limiti, imparate ad avere determinazione, perché essa è il passaporto della vita. Non abbiate paura di errare perché sbagliando si impara e, a volte, le scelte sbagliate ci portano nei posti giusti.
Ma ora veniamo al dunque, al tema di questo articolo, vi voglio parlare di un viaggio, ma non uno qualsiasi, uno verso il Natale.
Il Natale è una festa bellissima, mi ha sempre affascinata insieme a tutte le sue tradizioni, che mi conducono tutte a un solo pensiero: l’amore. Perché in fondo è quella la magia del Natale, no? Saper donare agli altri la gioia ed i sentimenti che loro ci hanno donato, saper restituire un sorriso e saperlo far nascere anche sul volto di chi sta passando brutti momenti. Domenica 18 siamo entrati in avvento, quindi direi che ci avviciniamo sempre di più a questo periodo. Per avvicinarci ad esso io vi propongo un “viaggio” per scoprire e capire meglio voi stessi e gli altri. Quindi vi chiedo questo: mettetevi anche voi in viaggio per scoprire qualità che magari prima non conoscevate, o per migliorare certi aspetti che vorreste cambiare. E, specialmente se siete adolescenti come me, mettetevi in viaggio per conoscere voi stessi. Perché questa è un’età in cui il nostro carattere si sta ancora plasmando, quindi dobbiamo capire ancora come funziona la vita. E abbiamo ancora tempo per capire come siamo fatti davvero e come sono fatti gli altri. E dobbiamo usarlo, sfruttarlo al meglio. Dobbiamo essere noi stessi e capire il nostro rapporto con il mondo. Certo, non sarà semplice, d’altronde la vita è questa: niente è facile e nulla è impossibile.
Prima di concludere vorrei lasciarvi una citazione molto bella di George Bernard Shaw: “Certi uomini vedono le cose come sono e dicono: perché? Io sogno cose mai esistite e dico: perché no?”
Puntate sempre in alto, e ricordatevi che viviamo tutti sotto lo stesso cielo ma non tutti abbiamo il medesimo orizzonte.

-Canarino Stravagante
-(Carmela Scida)