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La bellezza di un piccolo gesto

Come definireste la gioia? Non parlo delle grasse risate che nascono da un battuta epica del nostro amico o dal ricorrente film comico di Aldo, Giovanni e Giacomo. 

No, vorrei parlare della gioia che nasce dalla semplice condivisione di storie, pensieri e azioni tra singoli individui; parlo della gioia che si può respirare solo osservando l’apertura di una persona verso un’altra, pur non avendo alcun legame apparente. 

Questo è solo uno scorcio del servizio che abbiamo svolto di clan qualche sabato fa, presso “Ca’ Nostra di Cornaredo”, una casa alloggio per malati di AIDS. Gli ospiti non hanno punti di riferimento familiari o abitativi o si trovano in condizione di non poter essere assistiti dai loro familiari: la struttura mira al miglioramento delle condizioni e della qualità della vita degli ospiti, riferito non soltanto agli aspetti fisici o psichici, ma anche al recupero della dignità personale e quindi anche nell’ambito esistenziale (aspetti sociali, etici e spirituali).

 

Innanzitutto c’è da dire che un incontro del genere ha avuto un grande riscontro sulla nostra crescita personale, in particolare per quanto riguarda la disinformazione legata ad AIDS e HIV. La casa alloggio è stata fondata negli anni 80, in un periodo in cui dell’AIDS non si sapeva ancora molto e questo generava paura e sicuramente un atteggiamento ostile. Oggi c’è molta più informazione riguardo la malattia, i diversi aspetti che la concernono e fortunatamente non si pensa più (almeno nella maggioranza della popolazione) a coloro affetti da questa malattia negativamente, come a qualcosa di infettivo e quindi da evitare. 

Non è tuttavia qualcosa che va dato per scontato: è importante continuare ad abbattere questi pregiudizi ed essere testimoni di nuove realtà ed esperienze. 

 

E non è difficile farlo! In un semplice pomeriggio di febbraio siamo riusciti a creare un bell’ambiente con i 9 ospiti della casa e gli educatori presenti, semplicemente sfruttando qualche gioco tipico di un bivacco scout, qualche canzone con le chitarre e una bella sfilata di moda. 

Queste persone si sono presentate a noi nella loro purezza, mostrandosi come libri aperti e  accogliendoci come fossimo amici di lunga data. 

Uno di loro ci ha fin da subito mostrato la sua grandissima dote da poeta, recitandoci nel corso della giornata almeno 15 poesie scritte di suo pugno nel corso degli anni (e ve ne sono molte di più!). Una che ci ha colpito particolarmente si chiama “L’amore è immenso” e recita:

Immenso è l’amore,

se dolce come il polline di un fiore.

Immenso è l’amore,

se nasce dal cuore.

L’amore solo immenso se la propria umiltà

e dovere lo si porta dentro.

Immenso è l’amore, perché tutto ha una ragione.

 

“Immenso è l’amore” che ci è stato trasmesso nell’arco della giornata passata con queste persone stupende e piene di storie ed esperienze che hanno condiviso con noi. 

Non penso si possa quantificare la ricchezza di questo incontro, tanto per noi quanto per loro, che hanno espresso e trasmesso la loro gioia in tutti i modi possibili: 

“Grazie per essere venuti, vi voglio bene”; cosi ci hanno salutato e si è conclusa la nostra esperienza di servizio. Non sempre si è abbastanza forti per ricevere un ‘grazie’ di tale portata detto da persone estremamente sensibili e che hanno la tenacia di tenere testa ad una malattia. 

Proprio come uno dei punti della legge scout cita e cioè che ‘la guida e lo scout sorridono e cantano anche nelle difficoltà, tutti siamo stati in grado, grazie a questa esperienza, non solo di guardare il mondo da un’altra prospettiva, ma di trovare la bellezza nelle piccole cose che se assaporata rende trascurabile ogni avversità.

 

Mangusta sgargiante

Donnola fidata

Ocelot creativo

Cerbiatto loquace 

Ermellino sognatore

Tigre meticolosa

Civetta perseverante

Rinoceronte caparbio 

Upupa alacre

Panda rosso affidabile

Geco versatile

Gufo irreprensibile

BLOG DE PAPEL IV: siamo tutti nel Game

Ciao, chi se lo sarebbe aspettato: pensavamo di poter mantenere il controllo, vero? Di poter tenere la realtà di qua e il Game di là, giusto? Eppure guardiamoci: ora la realtà è chiusa fuori dalla finestra e non possiamo più toccarla e siamo ora più che mai parte del Game, il grande videogioco che ci collega e che ci coinvolge tutti (che lo si voglia o no). La scuola è una partita multiplayer giocata con cuffie e microfono, il lavoro si trasmette con una virtualità reale (più che con la realtà virtuale) e tutti siamo diventati come fossimo virtuali e distanti, conoscibili e comunicabili solo attraverso webcam, smartphone e social. I nostri “contatti” si sono svuotati del “tocco” vero e proprio, dell’abbraccio, della stretta,del pugno… È rimasto solo il tocco sullo schermo. 
Ma ve li ricordate quei momenti al parchetto con gli amici in cui si parlava di più con chi era dall’altro lato della chat che con chi era a fianco sulla panchina? E poi, quando eravamo con la persona della chat di prima, ci perdevamo con altre notifiche. Il Game ci porta spesso a non essere “qui ed ora” ma ad essere già (o ancora) da un’altra parte a fare qualcos’altro con qualcun altro. Infatti possiamo anticipare e posticipare le esperienze: il calendario ci ricorda ogni minuto, possiamo spostare impegni con giusto un messaggio in un gruppo WhatsApp, o ritardare il godimento di un evento grazie allo streaming. Invece adesso siamo bloccati in questo “ora” prolungato e in questo “qui” blindato e dobbiamo farci i conti. Ci stiamo provando, lo so, a evadere attraverso il Game visitando luoghi lontani, guardando concerti mai visti o trasformando un piccolo schermo domestico nel cinema interdetto di questi giorni. Ma la verità è che il Game poggia sui pilastri della realtà e ne è impregnato: il Game è reale e la realtà è nel Game. Prima, condividere senza provare era così facile! Ma ora è frustrante. 
Ora siamo qui, ma la nostra vita non è in stand-by. La finestra di casa è il nostro schermo su di un mondo per il quale non abbiamo la password e al quale non possiamo più accedere. Ma il Game va avanti, la ruota della realtà gira e noi siamo passeggeri del nostro stare e guardiamo dall’oblò senza avere il controllo del timone. Ma non è questa la cosa più sconvolgente…
La cosa più sconvolgente è che tutto questo non è cambiato rispetto a prima: pensavamo di avere il controllo, di avere il timone, di dirigere la nostra vita usando il pollice veloce su uno schermo user-friendly. Evitare un litigio? tap!Si silenzia una conversazione! Cavarsene fuori senza troppe spiegazioni? tap! Si abbandona un gruppo! Zero sbatti di imparare a fare una certa cosa? tap! Basta diventare follower di qualcuno che lo sa fare e condividere un po’ di emozioni di rimbalzo.
Forse, alla fine di questo livello del Game, dopo che avremo sconfitto il boss Covid-19, ci faremo un’indigestione di realtà fisica, tangibile (toccabile) come quella che prima snobbavamo in favore dell’agilità del Game dove non ci sono lunghi silenzi da sopportare, sguardi da reggere o parole giuste da non demandare. Da ultimo, come più grande successo, torneremo a rimpiangere il silenzio, la noia e il lusso incommensurabile del doversi inventare un modo per occupare il tempo.

Caster

PS: Questo episodio di “Blog de Papel” non sarà “di carta” (papel) appunto ma questa volta sarà davvero un articolo simil-blog pubblicato solo online sul sito del Bustotre. Fate un salto nel Game per commentare e condividere ;-) 

PPS: Ebbene sì, ho usato la combianzione di tasti ;-)  invece di un emoticon che ammicca. Sono nato quando il Millennium bug era ancora un problema rimandabile, mi dispiace.

PPPS: E sì, si chiamano “emoticon”, non “emoji”, chiaro?

Diversità, equità ed inclusione

Diversità, equità ed inclusione

Tre parole molto belle, parole importantissime, forse quasi scontate e banalizzate in molte situazioni, però in ogni caso hanno un certo valore, su cui io vorrei soffermarmi.
Come noviziato abbiamo svolto alcune attività in servizio per aiutare chi ne aveva bisogno, e questi momenti di umanità che abbiamo vissuto insieme sono stati bellissimi, e molti ricompensati con sorrisi e gesti amorevoli. Avete mai dato una coperta, del cibo, indumenti o anche solo condiviso un momento guardando negli occhi una persona che vive in una realtà diversa dalla vostra? Avete mai pensato a quanto siete fortunati, nonostante a volte non pensiate di esserlo? Avete mai riflettuto sul fatto di avere ogni giorno un pasto caldo, un letto in cui dormire, od il costante affetto di qualcuno? Sapete, purtroppo ci sono persone che queste cose, così ovvie per altri, non le hanno sempre, ma spesso sono proprio alcune associazioni a condividere amore e fare piccoli gesti, ma utili, per i bisognosi. La loro ricompensa? Dei sorrisi, dei ringraziamenti, delle parole sincere arrivate dal cuore, non superficiali. Quando siamo andati a Milano, alla mensa dei poveri, alla messa un signore è venuto ed ha scambiato con ognuno di noi il segno della pace dicendoci testuali parole: “Grazie perché ieri mi avete dato da mangiare”. Sapete, quelle parole mi hanno quasi strappato le lacrime, mi hanno rallegrata, ed ho riflettuto molto. Bisognerebbe imparare ad accontentarsi di ciò che si ha, e a non voler sempre di più, di più e di più ancora, perché così non si riuscirà mai ad apprezzare completamente la vita. Guardate a quel signore, senza una casa o un lavoro, solo e senza nessuno, si ritiene fortunato di avere quel poco che ha, e di poter contare su alcune associazioni che lo aiutano quando possibile.
Vorrei soffermarmi un po’ su ognuna delle tre parole dette prima, in modo da conoscerle e capirle meglio.
Diversità. Bisognerebbe capire il valore di ogni momento, e anche delle persone che lo rendono bello, perché ognuno ha un qualcosa di speciale, che nessuno ha, ognuno è diverso dagli altri, e per questo ognuno è unico nel suo modo di essere. Purtroppo però queste differenze vengono fatte pesare su certi individui, e sappiate che non è bello sentirsi diversi dalla massa, credere di non essere abbastanza o, peggio, di non poterlo diventare. Ognuno ha il compito di stare con il prossimo, di amarlo e capirlo, e se si vede che qualcuno non si comporta bene con lui, bisogna sempre far notare il proprio errore e, se ancora non si capisce e si ripete lo sbaglio, però apposta, bisogna rivolgersi sempre a qualcuno, restare in silenzio potrebbe essere la scelta peggiore per tutti.
Equità. Qua secondo me bisognerebbe prima capire la differenza tra questa parola e “uguaglianza”. Possono sembrare la stessa cosa, però mentre la seconda si riferisce a dare a tutti gli stessi diritti e doveri, quindi a fornire gli stessi mezzi a tutti, l’altro mira ad offrire le stesse opportunità, quindi a dare un possibile punto d’arrivo a tutti, aiutando chi ne ha bisogno, ma senza dare uno slancio in più a chi è già abbastanza agevolato. Questo concetto è abbastanza difficile da spiegare, però anche semplice da capire con l’utilizzo di un’immagine che mira a sintetizzare le spiegazioni in due semplicissime vignette. Parlando quindi di equità, ci sono da dire un paio di cosette, partendo dal presupposto che non sempre questo diritto (che è tale in quanto scritto anche nella Costituzione!) è applicato, c’è infatti qualcuno che ha meno possibilità perché c’è gente che, come dicevo prima, fa pesare le differenze altrui.
Inclusione. Questa parola è molto bella, secondo me, ha un significato davvero importante, e meriterebbe di essere scritta a caratteri cubitali in qualsiasi posto, perché spesso e purtroppo questa parola viene sottovalutata o, peggio ancora, dimenticata. Quando parliamo di inclusione, spesso pensiamo agli immigrati, o a persone nuove in un contesto, però questa parola può essere applicata anche in contesti più vicini a noi, perché non è un concetto tanto lontano, anzi dovrebbe esserci in noi sempre, come un pensiero fisso, dentro la nostra mente o nel cuore, una parola tanto semplice, però complessa. Certo, se arriva qualcuno da un paese straniero bisogna stargli vicino e trattarlo come merita, quindi normalmente, cosa che pur sembrando scontata per alcuni, per altri non lo è. Se abbiamo un nuovo compagno di classe, uno dei primi pensieri dovrebbe essere “Voglio andare da lui e conoscerlo, voglio essere suo amico.” E la stessa cosa vale se arriva un nuovo fratellino o una nuova sorellina, bisogna sempre essere disposti ad accogliere ed includere nel gruppo i nuovi arrivati, e non solo! Provate a pensare di andare con il vostro gruppo a fare una gita, vi state divertendo tantissimo, ma vedete un ragazzino che se ne sta sulle sue, non vi viene voglia di andare da lui? Ecco, quello è un episodio di inclusione, ed è gratificante da ambedue le parti, perché se voi state meglio dopo essere andati dal vostro amico, lui a sua volta sarà felice perché non è più solo.
Spero questo articolo vi sia stato d’aiuto e che vi sia piaciuto almeno quanto ha fatto piacere a me scriverlo! Con affetto,
Canarino Stravagante

BLOG DE PAPEL- Episodio III: La chat

Per questo episodio di “Blog de Papel” lascerò la parola ai ragazzi dell’oratorio San Filippo di Sacconago che mi hanno molto impressionato con un momento di riflessione prima della veglia di Natale: su uno schermo compare una chat, non si capisce bene, ma poi iniziano le parole vere che riempiono la navata…

Quando mi hanno aggiunto a questo gruppo su Whatsapp ho pensato: “No, un nuovo gruppo! Non ce la posso fare!”, e allora l’ho subito silenziato in modo da non ricevere continue notifiche. Infatti si è dimostrato essere il solito gruppo in cui ci si mandano sempre gli stessi messaggi. Tutte le mattine Marco ci manda il buongiorno e questo, secondo lui, è il modo attraverso cui riesce a mantenere un legame con ciascuno di noi. E ovviamente, solo per cortesia, tutti gli rispondono, compreso Andrea, il più attivo della chat, quello che risponde ai messaggi tempo zero, a qualsiasi ora del giorno e della notte, ma quando si propone di vedersi non c’è mai, troppo impegnato! Il copione si ripete tutti i mesi, quando Michela propone di incontrarsi ed ovviamente Stefania è sempre quella che esulta di gioia, non vede l’ora di vederci, ma alla fine, anche se non si riesce a combinare nulla le va bene lo stesso. Perché finisce sempre cosi: Marta propone gli unici orari liberi che ha nell’arco della settimana, Daniele dice di essere a dieta da tre anni e quindi se si propone aperitivo lui non c’è a priori, Claudio non può mai e Stefano, sempre il primo a sostenere la proposta di Michela, alla fine scompare dal gruppo e non risponde più.
Ma che senso ha questa chat?
Ma che senso ha questa chat?
Nessuno, nessun senso! Per questo sono uscita dal gruppo! Certo, sarò passata per l’antipatica di turno, ma uscire è la cosa più bella che possiamo fare!
Ce lo diciamo dall’inizio dell’anno pastorale, dobbiamo essere chiesa in uscita… e poi cosa facciamo? Restiamo intrappolati in queste chat… non facciamo lo sforzo di uscire neanche per incontrare i nostri amici, figuriamoci se facciamo lo sforzo di andare ad incontrare gli ultimi.
Siamo diventati pigri! Ci accontentiamo dell’illusione che ci dà la tecnologia: crediamo di essere vicini e di avere relazioni perfette perché con un telefono ci si può sentire in qualsiasi momento, siamo sempre disponibili e reperibili… ma la verità è che siamo lontani, siamo soli perché non ci guardiamo più faccia a faccia! Il nostro arcivescovo nella “lettera per il tempo di Avvento” ci ha scritto che “l’amore gioisce per la speranza dell’incontro, trova compimento nella comunione. L’anima della vita cristiana è l’amore per Gesù: il Desiderio dell’incontro” con lui.
Come possiamo incontrare il volto di Dio se non riusciamo a vedere nemmeno il volto dei nostri cari? Pensate ai Magi che si mettono in cammino e intraprendono un lungo viaggio pur di incontrare quel bambino nella mangiatoia. Noi abbiamo perso il desiderio dell’incontro con l’altro, il desiderio dell’attesa, il contare le ore prima di potersi rivedere… abbiamo dimenticato quanto è bello stare in compagnia delle persone che amiamo, abbiamo dimenticato la potenza di uno sguardo.
Ma non è forse questo il senso del Natale? L’incontro con l’altro, l’incontro con Dio, che si fa uomo. Dobbiamo predisporre i nostri cuori per saper cogliere il mistero del Natale.
Nel mistero dell’Incarnazione possiamo scoprire la Grazia di Dio che ci raggiunge, il Verbo che si fa carne e si mette in cammino con gli uomini.
Ora tocca a noi, dobbiamo alzarci, uscire dalle nostre case, dalle nostre chiese, dalle nostre comodità.
Siamo chiamati a camminare per il mondo e incontrare gli altri con lo stile di Gesù. Siamo chiamati a riconoscere nel volto degli altri, il volto di Gesù! Siamo chiamati ad essere scintille capaci di generare scintille. Siamo chiamati ad essere missionari nel nostro quotidiano.
È giunto il momento di accantonare le nostre pigrizie e di riscoprire il senso del natale. Oggi incontriamo ancora una volta il Signore Gesù!

Generzione X- Din-Don: “Avete udito la buona novella”

Buongiorno a tutti cari amici ed amiche e bentornati sulla nostra rubrica di generazione X.
Le giornate ormai si fanno sempre più brevi, buie e freddolose, il peso dell’anno e di tutto quello che in esso è accaduto inizia a farsi sentire e, per via del clima sopra descritto, le uniche distrazioni per affrontare l’inevitabile malinconia consistono nel distrarsi a casa, oppure certo uscire, ma dirigersi il prima possibile verso un nuovo luogo caldo ed asciutto. Nel tragitto, poi, sarà facile imbattersi in qualche vetrina ed ecco allora che veniamo assaliti dal pensiero dei regali natalizi: Abbiamo iniziato abbastanza presto gli acquisti? Riusciremo a trovare tutto? Cosa comprare a QUELLA persona?
In un clima del genere non è difficile trovare una “buona novella”, che possa risollevarci il morale. Ci si potrebbe affidare al concetto classico e cristiano di “buona novella” che, spero non risulti una novità per nessuno, coincide con la nascita di Gesù Cristo. Ma anche questa realizzazione riesce a consolare poco lo spirito, e funziona bene solo durante la giornata del 25 Dicembre (del resto un compleanno si festeggia nel giorno del compleanno, non prima dopo, no?).
Tutti i 12 lettori e ½ abituali di questa rubrica sapranno come a me piaccia molto osservare il periodo natalizio anche attraverso le sue lenti antiche, precisamente attraverso il fatto che la festa originale di cui il cristianesimo si è appropriato si trovava verso la fine di dicembre perché, nell’antichità, già sopravvivere a metà di quel gelido periodo che andava da Novembre a Febbraio era un traguardo che meritava di essere festeggiato. Una festa che insomma non nasceva dal desiderio di lodare una divinità (anche se molte culture lo facevano… e lo fanno ancora, ops!) o di festeggiare qualche raccolto, ma era semplicemente un’occasione per ritrovarsi attorno ad un fuoco nelle tenebre di Dicembre e stare allegramente in compagnia, consapevoli che sia prima che dopo sarebbero stati tempi duri. Una tradizione che in realtà è continuata fino al ’700, fra ubriachissimi monaci amanuensi e giovanotti del New England pronti a sfondarti una finestra a sassate se non ricompensati con dei dolci (per chi se lo stesse chiedendo, sì, originariamente “dolcetto scherzetto” era una tradizione natalizia).
Oggi la situazione in realtà non appare tanto diversa. Per essere un mese di preparazione ad un evento che viene giustamente visto come un’occasione profondamente gioiosa, ci sono infinite motivazioni per arrivare stressati al Natale. Proprio per questo, anziché aspettare una “lieta novella” che potrebbe non arrivare mai, prendiamo spunto da quelle antiche tradizioni ancestrali e cerchiamo di essere noi quella buona novella. Facciamo in modo di essere una persona che porta allegria, o quantomeno un po’ di umano calore a tutti quelli che incontriamo, senza nessun’altro motivo sottostante che non sia il fatto che essere umani ed essere arrivati fino a questo punto della nostra vita, qualunque esso sia, è un evento che merita di essere festeggiato.
Filippo Mairani

CINEMA E SCAUTISMO- Aquile randagie: una recensione

Al cinema sono immerso in uno stato di riposo e di mezzo sonno, con un racconto messo in immagini davanti ai miei occhi e, se il racconto, come troppo spesso accade, non vale niente, mi addormento tranquillamente- questo scriveva Baden-Powell nel 1922 in “La strada verso il successo”. Il rapporto, fra cinema e scoutismo, da “Up” alla scena iniziale de “Indiana Jones e l’ultima crociata” è sempre stata abbastanza tumultuosa, fra generici richiami ad una gioventù avventurosa e competente alle inevitabili parodie dove aiutano le vecchiette ad attraversare la strada. Ma recentemente un film ha provato a raccontare una storia di vero scoutismo, partendo da fatti realmente avvenuti nel corso di uno dei momenti più bui del nostro Paese: il ventennio fascista.
Lo scorso 30 settembre è infatti uscito nelle sale del paese “Aquile Randagie”, opera prima del regista Gianni Aureli, di cui sicuramente bisogna rispettare la scelta di voler raccontare al grande pubblico la storia di questi scout antifascisti, i cui atti di coraggio sono da tempo parte della “mitologia” di tutti i gruppi scout del nord Italia e non solo, ma la cui presenza purtroppo è nulla nella coscienza generale.
Ma il suo progetto è riuscito a risultare accattivante per il pubblico generalista e coerente con gli ideali e le aspettative di coloro che, già scout, sono cresciuti con quelle storie?

I fatti storici
Nel film Aquile Randagie, come tutti i film che hanno anche uno scopo di intrattenimento e non solo documentaristico, la trama è stata adattare per cercare di trasmettere certi messaggi e dei concetti che stavano a cuore a chi l’ha realizzato. Come ogni creazione anche questo film ha “l’impronta” dei suoi autori che inevitabilmente hanno fatto emergere dei punti di vista piuttosto che altri. Tralasciamo i veri e propri artifici più o meno necessari, come Barbareschi che fugge tra le raffiche di mitra dei nazisti (cosa mai successa) o la figura della partigiana che, giustamente, da un po’ di spazio anche alla parte femminile di una storia che sembra fatta solo di maschi.
Parlando in generale dell’impostazione storica del film quello che sembra emergere è un quasi esclusivo riferimento alla testimonianza di don Giovanni Barbareschi, che ci ha lasciato l’anno scorso. Barbareschi fu un’aquila randagia ma vide solo una parte della storia perché fu poi impegnato in seminario, con la FUCI e in altre realtà; non da ultima quella del giornale “Il Ribelle” che giustamente il film menziona. Anche la creazione dell’OSCAR, l’Opera Scout Cattolica Aiuto Ricercati, nel film sembra partire da Barbareschi stesso mentre è documentato che i primi ideatori furono don Andrea “Baden” Ghetti e don Enrico Bigatti che iniziarono con i salvataggi di ricercati dopo l’8 settembre 1943.
Il vero peccato di questo film, che non ha a che vedere con il budget ridotto o l’apertura al pubblico anche non scout, è che viene data una grande rilevanza all’OSCAR (periodo dal 1943 al 1945) ma si passa via velocemente su quello che accadde tra lo scioglimento dell’ASCI nel 1928 e le prime attività in Val Codera. Dal film sembra che Kelly e i suoi, dopo le leggi fascistissime siano passati dalle riunioni nei sotterranei delle chiese al “nascondiglio” della Val Codera. In realtà le Aquile Randagie iniziarono ad usare la Val Codera per i loro campi solo dal 1940! Per i 12 anni precedenti continuarono a fare le loro uscite ogni fine settimana nei dintorni di Milano, sotto il naso dei fascisti. Questo è il merito delle Aquile. Baden disse “Ci piaceva giocare a guardie e ladri coi fascisti”. Questo spiega la scena in cui gli scout in perfetta uniforme salgono sul palco delle autorità durante la parata (nascondendo il saluto scout nel braccio teso per quello romano). Nella seconda parte del film si vedono i membri di OSCAR comunicare e nascondersi utilizzando tecniche scout, ma questo è quello che facevano i ragazzi in età di reparto durante tutto il periodo della giungla silente.

La narrativa
Sicuramente quello che più colpisce del film è la sua impostazione di tipo corale: piuttosto che focalizzarsi su un solo personaggio, Aquile Randagie cerca di rimanere il più fedele possibile al suo titolo presentando un gruppo di personaggi che, nel corso della pellicola, saranno protagonisti di diverse vignette consecutive, occasionalmente intervallate da alcuni momenti comuni, come la beffa ai nazisti durante la parata romana o le attività in Val Codera. Una scelta che è lodabile nell’intento (mostrare la varietà ed il numero del gruppo scout) ma un po’ zoppicante nell’esecuzione. Benché la trama non sia difficile da seguire, a volte mi sono trovato a chiedermi quanto tempo fosse effettivamente passato tra una scena e l’altra, o esattamente in quale luogo fosse ambientata la scena. Una soluzione al problema sarebbe potuta essere l’utilizzare la cornice durante la quale Baden scorta un nazista verso dei soldati alleati come punto di sbocco per le varie scenette, che sarebbero state nel contesto lunghi flashback, oppure seguire, per tutta la durata del film quel giovanissimo che ha pronunciato la promessa nel momento in cui il fascismo dichiarava illegale ogni associazione non affiliata al partito, scout compresi. Considerando che il film vuole chairamente essere goduto dal grande pubblico, perché non usare come principale finestra su questo mondo fatto di escursioni in montagna, resistenza al fascismo e pantaloni corti anche d’inverno qualcuno che, come il pubblico, sa relativamente poco delle Aquile Randagie?

Conclusione
Per essere un primo tentativo di un regista esordiente, ed essere un film che parla di resistenza alla dittatura, la pellicola manca paradossalmente di coraggio. La storia che racconta è godibile e non si segue con grande difficoltà, ma manca di riferimenti davvero profondi alle Aquile Randagie per accontentare chi già conosce le loro imprese, ed è un po’ troppo lento e disconnesso per accattivare davvero il grande pubblico. Rimane comunque un valido punto d’inizio per farsi un’infarinatura su chi fossero le Aquile Randagie e quale sia stato il loro ruolo di opposizione al fascismo. Rimane anche un buon punto d’inizio per lanciare progetti più ambiziosi inerenti allo scoutismo, e nonostante tutto quanto si è scritto la presenza di una pellicola simile, in un periodo dove gli estremismi stanno tornando più subdoli che mai rincuora e fa sperare che, anche stavolta, si sopravviverà un giorno in più rispetto al fascismo.

 
scritto a quattro mani da Phil & Guss.

La buona novella

10

La buona novella è che mi farete fare una bellissime attività di Natale e che mi divertirò in famigia!
Camilla

Colonia GRANDE ALCE
Non vedo l’ora

A me il Natale piace tanto per tutte le luci colorate che si vedono per le strade e nelle case.Mi rende molto felice l’idea di fare l’albero di Natale con la mamma e il papà e addobbare tutta la casa. Non vedo l’ora dei giorni di festa per poterli passare con tutta la mia famiglia a giocare e divertirci tutti insieme. Ovviamente non vedo l’ora che arrivi Babbo Natale per scartare qualche regalino …speriamo che ho fatto il bravo!
Andrea

Il mio passaggio

passaggio tikonderoga
Sabato 5 ottobre sono finalmente diventata un “lupetto scout”.
Il passaggio da “castorino” a “lupetto” è avvenuto di sera, al parco del Museo del Tessile.
Ero con il mio gruppo di castorini, la “Colonia Stella Azzurra”, era buio e mi sentivo molto emozionata.
Uno alla volta, io e altri quattro “castorini” abbiamo percorso un sentiero illuminato che conduceva ad una misteriosa capanna; sono entrata, ancora più emozionata di prima, e ho incontrato uno dei miei capi, Giulia, che mi ha detto che ero pronta a lasciare la colonia per entrare a far parte di un’altra comunità.
Poi sono passata sotto un lungo telo azzurro, agitato dai genitori, che simboleggiava il fiume dei castorini e al termine sono stata accolta dal mio nuovo gruppo: il “branco Tikonderoga”! Con loro mi aspettano nuove esperienze avventurose!
Ho voluto raccontare questa esperienza perché spero che la mia vita da scout continui e penso che i passaggi come questo siano molto importanti.

Sara

Avvento

Reparto Perseo

Inizia domenica 2 dicembre, l’Avvento, il tempo forte dell’Anno liturgico che prepara al Natale. La prima domenica di Avvento apre il nuovo Anno liturgico. L’Avvento inizia con i primi Vespri della prima Domenica di Avvento e termina prima dei primi Vespri di Natale. Il colore dei paramenti liturgici indossati dal sacerdote è il viola; nella terza domenica di Avvento facoltativamente si può usare il rosso, a rappresentare la gioia per la venuta di Cristo. Nella celebrazione eucaristica non viene recitato il Gloria, in maniera che esso risuoni più vivo nella Messa della notte per la venuta del Signore.