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A.E.: “Farsi piccoli”

“Gesù e i discepoli partirono di là e attraversarono tutta la Galilea”. Queste parole del Vangelo di Marco ci introducono nel viaggio appena intrapreso da Gesù dalla Galilea verso Gerusalemme; un viaggio che più volte l’evangelista ricorderà nei capitoli seguenti.
La scena che ci viene presentata dal Vangelo è semplice: Gesù prende con sé i discepoli e “cammina davanti a loro” – è così del pastore che guida il suo gregge – dirigendosi verso Gerusalemme. Potremmo vedere in questa bella immagine evangelica il ritrovarsi dei cristiani ogni domenica attorno al loro Maestro e Pastore. Lungo la strada, com’è suo solito, Gesù parla con i suoi discepoli. Ma questa volta non appare anzitutto come maestro bensì come l’amico che apre il suo cuore ai suoi amici più intimi.
Sì, Gesù, che non è un eroe freddo e solitario che può fare a meno di tutti, sente invece il bisogno di confidare ai discepoli i pensieri più segreti che agitano in quel momento il suo cuore. E dice loro: “Il figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno”. Forse i discepoli ricorderanno queste parole solo al termine del viaggio, a Gerusalemme, quando esse si realizzeranno quasi alla lettera sulla croce. Ora, nessuno comprende. Eppure, le parole sono drammaticamente chiare.
Ma perché i discepoli non le comprendono? La risposta è semplice. Non comprendono quel che Gesù dice perché il loro cuore e la loro mente sono lontani dal cuore e dalla mente del Maestro; le loro ansie sono altre rispetto a quelle di Gesù, e il loro cuore batte per ben diverse preoccupazioni. Come possono capire stando così distanti? Gesù è angustiato per la sua morte, mentre loro sono preoccupati per il posto, per chi di loro è il primo. È un’esperienza che ci è molto familiare: in questo non siamo dissimili da loro, e continuiamo a comportarci come loro. Il seguito del racconto evangelico, potremmo dire, è davvero disarmante. L’evangelista fa supporre che Gesù, durante il cammino, sia restato solo davanti al gruppo dei discepoli, i quali, rimasti appunto indietro senza tener conto delle drammatiche parole confidategli dal Maestro, si sono messi a discutere su chi tra loro dovesse prendere il primo posto. Arrivati in casa a Cafarnao Gesù chiede loro di cosa stessero discutendo lungo la via. Ma “essi tacevano”, nota l’evangelista. Finalmente provavano almeno un po’ di vergogna per quello di cui avevano discusso. E fecero bene. La vergogna è il primo passo della conversione, essa nasce, infatti, dal riconoscersi distanti da Gesù e dal Vangelo. Il peccato è la distanza da Gesù, prima ancora che un gesto cattivo in particolare. E se la vergogna per tale distanza non c’è, dobbiamo preoccuparci. Quando non c’è vergogna del proprio peccato, quando si attutisce la coscienza del male che si compie, quando non si dà il peso al proprio peccato, ci si esclude di fatto dal perdono. E il vero dramma della nostra vita è quando non c’è nessuno che ci chiede, che ci interpella, come fece Gesù con i discepoli: “di cosa stavate discutendo?” Resteremmo prigionieri di noi stessi e delle nostre ben misere sicurezze.
Gesù, guardando con speranza quel piccolo gruppo di discepoli, iniziò a parlare ribaltando completamente le loro concezioni: “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”. Anche a Giacomo e Giovanni risponderà nello stesso modo: “Chi vuol essere grande tra di voi sia vostro servitore e chi vuol essere il primo tra voi sia il servo di tutti” (Mc l0, 43-44). Gesù sembra non contestare la ricerca di un primato da parte dei discepoli. Ne rovescia però la concezione: è primo chi serve, non chi comanda. E perché comprendano bene quello che vuol dire, prende un bambino, lo abbraccia e lo mette in mezzo al gruppo dei discepoli, è un centro non è solo fisico, ma di attenzione, di preoccupazione, di cuore.
Quel bambino – vuol dire il Signore ai discepoli – deve stare al centro delle preoccupazioni delle comunità cristiane. E ne spiega immediatamente il motivo: “Chi accoglie uno di questi bambini, accoglie me”. L’affermazione è sconvolgente: nei piccoli, negli indifesi, nei deboli, nei poveri, nei malati, in coloro che la società rifiuta e allontana, è presente Gesù, anzi il Padre stesso. “Farsi piccoli” non significa assumere un atteggiamento umilista e remissivo (spesso questo vuol dire disinteresse, rassegnazione o fuga da responsabilità), bensì accogliere dentro le nostre preoccupazioni e dentro i nostri pensieri (il che non significa trovare sempre soluzioni) tutti i piccoli e gli indifesi. Essi continuano ad essere posti da Gesù stesso al centro di ogni comunità cristiana. Beati noi se li accogliamo e li abbracciamo come fece Gesù con quel bambino.

Qumran2.net

Convertiti e credi al Vangelo

IMPATTO. Se rifletto sul primo collegamento mentale che questa parola mi evoca, mi viene da pensare ad un incidente. Ma credo che questo sia il modo peggiore per intendere la capacità dello scautismo di lasciare un segno nel mondo. Un incidente, qualcosa di brutto generato da uno scontro. Questo è il risultato che otteniamo quando pretendiamo di mostrarci i migliori di tutti, quando crediamo che le cose così siamo bravi solo noi a farle, che se non vivi l’avventura da scout non la vivi proprio, che puoi sperimentare una fede vera solo se ti lasci interrogare dalle tracce di Dio nella natura, altrimenti sei un bigotto. Generiamo uno scontro che separa, che incattivisce, che chiama ciascuno a far prevalere le proprie ragioni con troppa determinazione, proprio come fanno i due guidatori delle macchine coinvolte nel sinistro. Invece credo che noi abbiamo ben altra responsabilità, che è quella di “spingere contro”. Sono andato a riesumare il vecchio dizionario di latino, e questo è il significato più profondo della parola IMPATTO. Se ti spingo contro a qualcosa, in qualche modo tu ne rimani segnato. Se ti spingo contro una superficie fredda, ti trasmette la sua temperatura. Se spingo un sigillo contro la ceralacca, ne lascerà impressa la sua forma. Allora sì, noi scout siamo chiamati a spingere gli altri contro una sorgente incandescente di bene, un sogno meraviglioso che deve necessariamente lasciare il segno. Io penso che siamo chiamati, in fine dei conti, a spingere gli altri verso Dio. Non credo che se ne avrà a male, anche se saremo poco delicati. Una volta che noi avremo generato questo IMPATTO, poi sarà lui a decidere di lasciare il suo segno. Un segno buono, che non separa i migliori dai peggiori, ma chiama tutti a riunirsi sotto lo stesso Amore. Castorini, lupetti, esploratori e guide, novizi, rover e scolte, capi, AE ognuno nel suo piccolo fallisce la propria missione se alla fine di tutti i propri sforzi, dopo aver costruito la diga, cacciato nella giungla, tracciato il sentiero, fatto strada servendo, educato nella testimonianza, trasmesso la fede non riusciamo a dire di aver “spinto contro Dio” ognuno dei nostri compagni di cammino, aver permesso che ad ognuno di loro rimanesse impresso il Suo segno. E tra tutti i segni che Dio ci ha trasmesso, penso che quello della cenere, che nella domenica all’inizio della quaresima riceviamo sulle nostre teste, sia il più eloquente. Quella cenere, generata dal rogo degli ulivi portati in processione nella domenica delle Palme precedente, dice bene su cosa dobbiamo contare: non certo sul successo nel mondo, sulla gloria dei palcoscenici, sui like dei social network. Cos’è rimasto degli ulivi e delle palme che venivano mosse per rendere omaggio al Salvatore? Un pugno di cenere. E non diciamoci che fine ha fatto quel Salvatore, prima osannato, poi appeso al legno. Ma quel che conta, quello che importa davvero, è ciò che si dice mettendo la polvere sulle nostre teste: “Convertiti e credi al Vangelo”. Ecco quello che importa sul serio, il segno indelebile del nostro “appartenere a Dio”: la conversione continua, la sensazione di non essere mai arrivati, di poterci mettere sempre in discussione; e il Vangelo, quel testo infuocato che ha resistito al trascorrere dei millenni senza mai diminuire la propria intensità. Se riusciremo a trasmettere questo, a spingere contro questa logica, a determinare questo IMPATTO, allora quella “C” prenderà di nuovo tutta la sua consistenza. Buona Quaresima, buon IMPATTO con un amore sprecato che ci permette di risorgere.
don Claudio

Crescere

C’era una volta un bambino che non voleva crescere: guardava i grandi e gli sembrava che fossero un po’ poco felici. Allora disse alla mamma: “Mamma, ho deciso che non voglio crescere!”. “Come mai?” chiese la mamma. “Perché non voglio diventare triste!” “Bene!” disse la mamma: “Allora, da bravo bambino, farai tre cose: mi aiuterai nelle faccende di casa, andrai a scuola (perché i bambini vanno a scuola, si sa) e giocherai molto con i tuoi amici!” Il piccolo non poteva credere alle sue orecchie: la mamma era d’accordo con lui, la mamma gli dava il permesso di rimanere bambino! Era così felice che da quel giorno si mise a fare con grande impegno i tre compiti che la mamma gli aveva affidato: la mattina andava a scuola e con entusiasmo cercava di capire più cose che poteva e nel pomeriggio usciva a giocare con gli amici ma si ricordava sempre, prima o dopo, di dare una mano alla mamma.
Un giorno un certo don Bosco venne a cercare il nostro amico mentre era impegnato a giocare con gli amici, lo chiamò e gli disse: “La tua mamma mi dice che non vuoi crescere, è vero?” “Certo” rispose con un sorriso. “Molto bene! Posso chiederti un favore?” chiese don Bosco. “Certo” rispose di nuovo. “Vorrei presentarti una persona!  È un giovane uomo, contento della vita, che ha imparato molte cose grazie alla scuola, che conosce il valore del gioco e dell’allegria grazie ai suoi amici ma anche quello dell’impegno e della generosità grazie alla sua mamma. Vorresti conoscerlo?” “Certo” rispose per la terza volta. Don Bosco infilò la mano in tasca e tirò fuori un fazzoletto di stoffa che nascondeva qualcosa e glielo mise in mano. Il nostro amico con cautela aprì il fazzoletto e si trovò a fissare uno sguardo pieno di gioia e di voglia di vivere. Il suo.

-Don Matteo

Scegli il bene… con gioia!

Ci complichiamo le cose, adesso! Non bastava quest’anno chiederci di “scegliere il bene!”, questo avvento ci chiede anche di sceglierlo con il cuore che esplode per la felicità!
Non credere che basti spendere tutte le energie a disposizione di te stesso per metterti in gioco, per dire da che parti stai. A noi scout, oggi, ci è chiesto di farlo ancora meglio: con il sorriso nel cuore!

Credici, fa tantissima differenza! Un sorriso sulle labbra contagia, ma quando si capisce che la gioia arriva dal “di dentro”, allora tutto cambia: abbiamo scoperto che chi ci sta davanti ha fatto strada insieme a Gesù, e ha scoperto il sentiero che porta alla Felicità! Cerchiamo insieme cuori contenti!
Cosa vedrà di noi, allora chi ci incontrerà? Quali parola ascolterà da noi chi ci saluterà? Volti felici e parole contente!

Eliminiamo subito i brontolamenti, le lamentele, le “menate” inutili! Se faremo così, diventeremo dei trasmettitori di gioia, dei ripetitori di felicità, delle antenne per la serenità! Saremo una “casa accogliente”, che forse convincerà qualche Muso Lungo a cambiare faccia!

Quali sono gli ingredienti per questa impresa? Dai, da scout li conosciamo già: fraternità nella comunità, capacità di alleggerire le forme di chiusura e maldicenza, non rimanere mai inattivi o passivi, cercare di essere sempre accattivanti e coinvolgenti! L’animazione, il divertimento, la spontaneità, l’amicizia e la condivisione possono davvero cambiare le cose, in Bene, in Meglio!

Don Claudio

Canto delle salite (della Co.Ca.)

Ecco il frutto di un momento di preghiera con il nostro A.E. (assistente ecclesiastico) don Matteo: un salmo “composto”, redatto mettendo insieme versi tratti dai “salmi delle ascensioni” (Salmi dal 119 al 133).

Canto delle salite (della Co.Ca.)

Dal profondo a te grido, o Signore,
Signore ascolta la mia voce:
se tu, Signore, non costruisci la casa,
invano si affaticano i costruttori.

Se il Signore non fosse stato per noi,
quando eravamo assaliti,
allora le acque ci avrebbero travolti,
un torrente ci avrebbe sommersi.

Il Signore è il tuo custode,
il Signore è la tua ombra
e sta alla tua destra.
Di giorno non ti colpirà il sole,
ne la luna di notte.

Non resterà lo scettro dei malvagi
sull’eredità dei giusti,
perché i giusti non tendano le mani
a compiere il male.
Il mio aiuto viene dal Signore:
egli ha fatto cielo e terra.

Della fatica delle tue mani ti nutrirai,
sarai felice e avrai ogni bene.

Signore, non si esalta il mio cuore
né i miei occhi guardano in alto;
non vado cercando cose grandi
né meraviglie più alte di me.
A te alzo i miei occhi,
a te che siedi nei cieli.

Troppo tempo ho abitato
con chi detesta la pace.
Il nostro aiuto è nel nome del Signore:
egli ha fatto cielo e terra.

Grandi cose ha fatto il Signore per noi:
eravamo pieni di gioia.
Chi semina nelle lacrime
mieterà nella gioia.

Della fatica delle tue mani ti nutrirai,
sarai felice e avrai ogni bene.

Chi confida nel Signore è come il monte Sion
non vacilla, è stabile per sempre
Perché il Signore manda la benedizione
la vita per sempre.

Dice il Signore: “Questo sarà il luogo del mio riposo per sempre:
qui risiederò perché l’ho voluto.
Su di te sia pace.”