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GENERAZIONE X – Nel mondo ma non del mondo

Ciao a tutti cari amici ed amiche e bentornati sulla nostra rubrica di Generazione X.
Dopo le fatiche del campo estivo tornare alla monotonia della città sarà sicuramente sembrato a molti una sorta di vacanza nella vacanza. Certo, ora che impegni scolastici e lavorativo sono ricominciati per tutti, anche i ricordi del campo estivo si tingono di malinconia ma, immersi nella beatitudine degli ultimi giorni di vacanze estive, come devono esserci sembrati faticosi quei giorni di campo senza tv, materasso o acqua calda sempre disponibile.
Eppure, nonostante lo stile spartano, non si può dire che la nostra vita al campo sia stata del tutto diversa da quella che conduciamo a casa: mangiamo, dormiamo, chiacchieriamo con le persone che ci stanno vicino, ci laviamo, lavoriamo e così via.
Le azioni che compiamo sono le stesse, la differenza sostanziale risiede nell’attenzione che mettiamo nello svolgere queste azioni e nel come ci poniamo nei confronti delle persone che ci stanno attorno: in casa è facile lavare i piatti quando c’è la lavastoviglie o qualcun altro a cui si può delegare il compito, difficile diventa riuscire a mettersi d’accordo per lavare tutti la propria gavetta, il bicchiere, le posate e poi le pentole in modo da ritagliarsi anche del tempo libero.
Questo tipo di comportamento secondo me è bene incapsulato nel detto “nel mondo, ma non del mondo” ed è quello che ci contraddistingue anche nel come viviamo la nostra vita di tutti i giorni dove non solo prendere la strada comoda, cercare di lavorare il meno possibile o col preciso scopo di affossare chi è più debole di te è possibile, ma talvolta è addirittura consigliato!
Ogni fine settima invece noi cerchiamo di insegnare l’esatto opposto, di costruire un mondo dove la comprensione, la correzione fraterna e l’impegno siano tanto gli ideali a cui ambire quanto gli strumenti da sfruttare nel quotidiano.
E sarà proprio la nostra bravura nel valorizzare questo lato di noi, soprattutto senza fazzolettone, quando tutto ci dice di fare il contrario, che ci permetterà di capire il nostro valore come individui.

Tricheco Birbante

GENARAZIONE X – Una città a misura d’uomo

Da quando la rivoluzione industriale ha reso inutile una larga forza lavoro per la coltivazione del terreno, la vita degli abitanti della maggior parte del pianeta ha iniziato ad essere vissuta nelle città. Le città sono dove mangiamo, studiamo, lavoriamo, ci innamoriamo, esistiamo. Si potrebbe dire, scomodando Aristotele, che ormai la giungla d’asfalto sia l’habitat naturale dell’animale sociale.
Nonostante questo, spazi creati apposta dagli umani per gli umani finiscono col non soddisfare. In città è facile muoversi e trovare tutto quello di cui si può aver bisogno, eppure questa illimitata possibilità di scelta ci fa sentire comunque intrappolati. Liberi di scegliere, certo, ma sempre nei limiti e nei tempi che ci impone un “altro” sempre invisibile ma mai definito, oggi più che mai: Il fondatore di Google, Larry Page, non sa esattamente come funziona l’algoritmo che gestisce le ricerche, così come non lo sa nessuno delle centinaia di programmatori che per lui lavorano; eppure questi è bravissimo a consigliarci quello che ci piace, e nessuno si fa troppe domande.
Ma se il luogo stesso dove si svolgono le nostre vite non ci è particolarmente amichevole, potrà mai esisterne uno? Italo Calvino, autore a me molto caro, partiva da uno spunto di riflessione simile per il suo libro “le città invisibili”. Luoghi fantastici e bizzarri; alcuni nascosti altri in piena vista fra cielo e terra, vita e morte, realtà e finzione. A viaggiare tra di essi non sono però tanto i personaggi del libro quanto il lettore stesso, spinto infine ad interrogarsi sulla natura di questi luoghi fantastici e decidere se posti del genere esistano, se o potranno, forse, un giorno esistere e se davvero valga la pena che esistano.
Possibile quindi che l’unica vera fuga dal grigiore delle nostre città sia possibile solo attraverso la fantasia?
Sì, ma anche no.
È vero nel senso che l’unica vera fuga possibile è attraverso qualcosa di immateriale: il rapporto che viene a crearsi tra persone diverse.
Si dice spesso che la città isoli gli individui rispetto ai paesini dove si conoscono tutti da sempre, e questo è vero, ma è anche vero che la città presenta al suo interno moltissimi luoghi di aggregazione creati apposta per interconnettere le persone, ed è proprio qui che attraverso passioni, ideali, comunanza d’intenti e di valori le persone possono iniziare a compiere le loro scelte in libertà, sicure di essere circondate da altri che condividono la loro idea di bene e con le quali possono sentirsi a casa.
E come viene designato il luogo dove molte persone hanno casa, se non città?
Ma una città diversa, non fatta di cemento e neon ma di carne ed emozioni, una vera e propria “città dell’uomo”, che si serve delle infrastrutture e della durezza della città che la circonda come mura difensive, per potersi dare una forma fisica ed iniziare via via ad espandersi per tutti i corsi e le vie, in maniera invisibile, col solo scopo di poter unire tra loro quante più persone possibili e riuscire un giorno a trasformare la città e, chissà, magari anche il mondo intero per lasciarlo, si spera, un po’ migliore di come lo si è originariamente trovato.
Oppure, se davvero il vivere costantemente in città risultasse così difficoltoso, si potrebbe provare a trascorrere ogni singolo finesettimana andando per boschi.
Ma solo un pazzo farebbe una cosa del genere.

Tricheco Birbante

Amore VS Amore

Qualunque riferimento a fatti, persone o avvenimenti realmente avvenuti è puramente casuale.
Mi sono divertito un mondo a spiegare il tema di questo Tuttoscout ai ragazzi del mio reparto che scrivono su questo giornalino perché, non appena ho pronunciato loro la parola “Discernimento” hanno strabuzzato gli occhi, alzato le sopracciglia e tirato le guance così tanto da far sembrare che i denti tentassero di fuggire dalla bocca.
Insomma, erano caduti nel panico più totale, per fortuna sopito da una traduzione in italiano del termine e la rassicurazione che, come sempre, potevano gestire il tema come meglio sentivano nelle loro produzioni.
Probabilmente anche io, anni addietro, devo aver reagito così quando ho sentito la parola per la prima volta o forse, con quella gioia spesso scambiata per vilipendio che mi suscitano le cose di chiesa, mi sono messo a ridere. Perché la prima volta che ho incontrato questa parola è stata in compagnia di un’altra parolaccia, per fortuna più comprensibile: “vocazionale”.
Il “discernimento vocazionale”, per quello che ho potuto capire, è l’atto del comprendere se il mettersi o meno al servizio del Signore è la propria strada; se la chiamata che senti è davvero quella di Dio o soltanto un seccante centralinista. Per capire bene questa differenza, esistono anche dei veri e propri seminari, che siete liberi di immaginare come i nostri campi estivi, ai quali partecipano moltissime persone.
Un mio amico è stata una di queste persone.
Alcuni penseranno di aver già intuito in che direzione vuole andare l’articolo ma, mi spiace deludervi, questa non sarà un’agiografia. Il mio amico infatti alla fine ha deciso di rimanere un semplice civile, che evidentemente Dio aveva un altro piano per lui e di cambiare agenzia telefonica.
Naturalmente, il processo decisionale non è stato semplice: non so con precisione cosa possa aver pensato in quei giorni complicati. Posso però immaginare che abbia comparato, soppesato vari aspetti della sua vita presente e futura ed abbia deciso in favore di quelli che riteneva più importanti. Qui finiscono le mie conoscenze da amico ed iniziano le mie fantasie di scrittore. Circola infatti una voce su questo mio amico la quale, benché io ritenga essere frutto di pura invenzione, ho deciso di considerare reale, per continuare più agevolmente la narrazione del mio articolo: si vuole infatti che proprio nel giorno in cui doveva partire per il seminario, questo mio amico avesse dato il suo primo bacio.
Amore di Dio, o amore terreno? Questo, secondo me, è un ottimo esempio di capacità di distinguere. Mentre spiegavo il concetto di discernimento ai miei ragazzi, infatti, ho deciso di puntare su esempi semplici, come il saper distinguere tra il bene ed il male.
La verità però è che nessuno che sappia fare questa distinzione sceglierà mai coscientemente il male e, se anche lo facesse, sarebbe perché è convinto che questo porterà ad un bene più grande in un secondo momento.
Imparare a distinguere, invece, tra due cose buone e che si amano, quale sia quella che fa per noi, è infinitamente più difficile.
E la cosa più interessante è che questo dilemma non è risolvibile. Discernimento infatti significa semplicemente questo: il saper distinguere e quindi, potenzialmente, anche il rendersi conto che entrambe le proposte che abbiamo davanti sono per noi perfette o, quantomeno, allettanti. In che modo, quindi, possiamo uscire da questa situazione?
La risposta, come in realtà immagino abbiate già intuito, è di scegliere una delle possibilità.
Il come operare questa scelta, è un viaggio che sia io che voi, cari lettori, dovremo intraprendere da soli.
Magari, se possibile, baciati da qualcuno ad inizio percorso.
Tricheco birbante

GENERAZIONE X – Impressioni a velocità luce

Sono sicuro che tutti e sei i gentili lettori che seguono con costanza i miei articoli avranno ormai compreso che amo strutturarli partendo da riferimenti a film o serie TV più o meno recenti. Faccio questo perché spero di catturare l’interesse del lettore facendo leva sulle sue possibili conoscenze pregresse, perché sono genuinamente convinto che il modo migliore di comprendere la realtà sia attraverso la narrativa e perché, in questo modo, posso dire a me stesso che tutto il tempo passato davanti alla TV non è sprecato.
Originariamente era mia intenzione procedere allo stesso modo con questo articolo, anche considerando che tema di questo numero (Il nostro impatto sul mondo extra-associativo) ben si agganciava ad un film che ho visto recentemente, la cui trama prevedeva il precipitare di meteoriti sulla Terra e protagonisti messi alla prova dalla necessità di farsi comprendere in un ambiente che non era propriamente il loro.
E prima che possiate pensarlo no, non era un blockbuster americano e sì, c’erano un sacco di belle esplosioni.
Ma come spesso accade nella vita, le decisioni finali non vengono prese da noi ma dalle circostanze che ci circondano, e così è stato per me.
Il mio progetto originale si è infatti impattato al suolo non appena ho avuto il piacere di leggere gli articoli, ed ascoltare le opinioni che i miei repartisti hanno voluto condividere con me.
Non credo di stare tradendo, con questa mia decisione, il tema scelto per il giornalino. L’idea era infatti quella di affrontare il tema dell’impatto in un luogo diverso da quello su cui ci muoviamo scoutisticamente tutti i giorni, ma nessuna nazione sulla Terra sarà mai tanto aliena e diversa da noi quanto l’animo delle persone che abbiamo vicine. Ed io sento di essere riuscito, nel bene e, ahimé, nel male, a lasciare là un vero impatto. È là che, più o meno volontariamente ho lanciato le mie meteore che hanno formato nuove alture e nuovi crateri, che si sono poi riempiti dei pensieri e delle riflessioni dei colpiti, ed hanno assunto un nuovo e bellissimo aspetto di lago.
E se questa cosa è stata possibile a me, sono sicuro che sarà avvenuta allo stesso modo in tutti i nostri ragazzi e che anche loro, come una specie di granitica pianta spaziale, con le loro parole e le loro azioni saranno in grado, anche senza fazzolettone, di impattare negli animi delle altre persone e lì, col tempo, germoglieranno.

Tricheco birbante

Generazione X – So long, and thanks for all the friendship

Benvenuti cari amici ed amiche ancora una volta sulle pagine di generazione X.
Le storie di fantasia, spesso, hanno degli inizi molto bizzarri e spettacolari: astronavi che si inseguono, esploratori che scappano da macigni giganteschi, l’intero viaggio di un proiettile dalla fabbrica fin nella testa di un uomo, spie che ci sparano contro molto altro ancora. Ovviamente la funzione principale di questi espedienti è di catturare il prima possibile la nostra attenzione (e non farci accorgere che stiamo semplicemente assistendo ai titoli di testa) ma ciò non toglie che, quando sono fatti bene, essi diventano una parte integrante della storia, nella quale noi quindi entriamo “in media res” cioè quando la vicenda è già iniziata. La storia che noi viviamo di giorno in giorno, invece, inizia insindacabilmente coi monotoni e sonnacchiosi primi giorni dopo il parto.
Ma è davvero così?
Per molti potrebbe sembrare naturale pensare alla nascita come all’inizio della propria vita, e sono sicuro che per molti dei lettori più giovani il contrario non sia nemmeno da considerare eppure capita spesso, nella vita degli uomini, di arrivare ad un punto in cui dentro scatta qualcosa. Un incontro, una scelta, che inevitabilmente finirà per essere uno spartiacque della propria esistenza. Un esempio tanto estremo quanto significativo, in tal senso, può essere la vita di san Francesco. Sappiamo tutti come lui iniziò la propria esistenza come il figlio di un ricco mercante, amante delle armi e dei romanzi di cavalieri tipici dell’epoca, per poi cambiare completamente il proprio stile di vita e dedicarsi alla vita di chiesa. È difficile pensare che San Francesco pensasse a quei giorni di ricco ozio come una parte integrante di chi era, e non piuttosto come un trampolino che lo aveva preparato al grande salto verso la fede.
Molte volte, insomma, capita che quello che possa essere inizialmente concepito come l’inizio, non sia altro che una preparazione, un trampolino, e che il vero succo del cambiamento e della progressione stia piuttosto nei finali. Ad esempio per molti, oggi, si conclude un percorso nei castori, nei lupetti, in reparto o addirittura in Clan, solo per incominciarne un altro in una branca differente dove le avventure che si vivranno saranno ancora più varie ed emozionanti.
Ed è con in mente un’idea del genere che, dopo tanti anni, ho finalmente deciso che voglio provare a chiudere un capitolo della mia esistenza ed aprirne un altro, chiudendo questa piccola rubrica.
La nostra cara “Generazione X” era nata (tra l’altro, non per mia iniziativa) come un luogo dove un giovane scout potesse esprimere il suo punto di vista sull’associazione degli scout e come il suo stile di vita ne venisse influenzato, ed io questo ho provato a fare da quando la rubrica mi fu consegnata, all’inizio della mia vita di repartista.
Non dirò esplicitamente che sento il bisogno di chiudere la rubrica perché non sono più giovane; un po’ perché già solo nell’associazione c’è chi merita l’appellativo di “vecchio” ben più di me, un po’ perché sento di non meritare ancora quella supposizione di esperienza e saggezza che il titolo comporta, però sento, questo sì, di non essere più la persona ideale per rispecchiare quello che i membri più giovani del gruppo pensano e credono.
Questi motivi, quindi, mi spingono a lasciare queste pagine, nella speranza di trovare qualcuno, giovane ed amante della scrittura, che vorrà riprendere il prima possibile il mio posto.
Purtroppo per voi, questo non vuol dire che vi siate finalmente sbarazzati di me; sfogliando questo stesso numero troverete il mio nome sotto ad altri articoli, e così sarà ancora per spero molto, molto tempo. Quindi, anziché sentirci delusi per il passato che si è appena compiuto suggerisco, piuttosto, di essere felici per il futuro che è appena iniziato.

Tricheco Birbante

The next generation

Buongiorno amici ed amiche e bentornati ancora una volta sulla nostra rubrica di Generazione ***.
Spero che il Manzoni vorrà perdonarmi se rubo la sua tecnica per non rivelare le informazioni, ma mi sembrava un metodo interessante per porre una domanda: di quale generazione stiamo effettivamente parlando?
Col tempo questa rubrica è finita col trasformarsi in un “cantuccio dell’autore” dove l’autore, cioè il sottoscritto, ha dato la sua opinione sulla vita scoutistica e sulle tematiche trattate nei rispettivi Tuttoscout. Tutto questo, si spera, senza aver mai annoiato i mie gentili 25 lettori.
Ma lo scopo iniziale della rubrica non era questo. Non proprio almeno. Quando, ormai quasi dieci anni fa, mi fu proposto di gestire questa rubrica, l’idea era di avere un posto dove poter vedere come veniva vissuta la realtà scout da un giovanotto del reparto.
Una rubrica integralmente dedicata alla gioventù insomma. Se poi il sottoscritto sia stata una buona scelta per rappresentare un’intera generazione, è una questione la cui risposta lascio ai lettori.
All’epoca il titolo della rubrica mi pareva solo un modo più interessante ed a tratti fantascientifico per indicare una generazione qualunque, proprio come la X può indicare, in matematica, una qualunque incognita.
Con mia grande sorpresa ho poi scoperto che la “Generazione X” è invece una vera e propria generazione. Per la precisazione quella generazione nata tra il 1963 ed il 1980, che ha vissuto la caduta del muro di Berlino e dell’Unione sovietica, la consacrazione degli Stati Uniti come superpotenza mondiale e la nascita di MTV.
Quindi non solo mi trovo a rappresentare un’intera generazione, ma tecnicamente neppure sto rappresentando la generazione a cui appartengo, ovvero quei Millennials che ora vanno tanto di moda. Nati tra gli anni ’80 ed il 2000, sono considerati super-tecnologici, intraprendenti, refrattari ai più tradizionali mezzi di comunicazione. Sempre connessi ma anche inguaribilmente bamboccioni ed in ultima istanza forse inevitabilmente perduti in seguito alla crisi economica iniziata nel 2008.
In prima istanza mi sono sentito un po’ giù di corda nel vedere che l’intera vita di migliaia e migliaia di individui (me compreso) fosse già stata sterilmente analizzata e catalogata da fior fiori di esperti, molti dei quali al lavoro già da quando io avevo appena tre anni. Ma il tema di questo Tuttoscout, cioè il crescere e la crescita, mi ha spinto a riflettere più approfonditamente su cosa voglia dire essere parte di una generazione e, statistiche su quanti soldi io ed i miei più o meno coetanei spendiamo in tecnologia ed imbarazzanti documentari a parte, credo che il fatto più importante che unisca gli individui facenti parte di una determinata generazione siano le esperienze comuni.
Quello che davvero ci rende unici, che ci permette di essere individui con opinioni profondamente diverse nonostante la data di nascita sfasi solo di un paio d’anni, sono i modi in cui ciascuno di noi ha reagito a quelle esperienze comuni.
Ed è questo che vuol dire crescere. Avere nuove idee e nuovi punti di vista sul mondo a partire da quanto ci avviene e rifletterci sopra.
Non so quali saranno le sfide e le esperienze che vi caratterizzeranno, giovani generazioni che solo ora vi affacciate alla storia, ma già da adesso vi dico che, se state leggendo questo giornale, ho speranza e fiducia in voi perché finché rimarrete scout, non solo con la divisa ma di mente e d’attitudine, so che non chiuderete mai la mente alle sfide che l’inesorabile marciare della storia vi porrà davanti e, quindi, non smetterete mai davvero di crescere.
Se questo articolo v’è piaciuto, vogliate un po’ di bene a chi l’ha pubblicato ed a chi scritto. Se invece mi fosse riuscito d’annoiarvi, sappiate che non s’è fatto apposta.

-Tricheco Birbante

Fare il bene è una forma di privacy

Immaginate, per un solo istante, di trovarvi catapultati nel vostro quiz Tv preferito. Intorno a voi centinaia di facce mai viste vi scrutano e giudicano mentalmente la vostra performance. Il loro sguardo perforante, misto ai riflettori puntati su di voi vi fa sentire sempre più accaldati.
Dopo qualche istante la vostra attenzione viene catturata dal conduttore. “Ansioso di essere arrivato fino all’ultima domanda?” vi chiede, con quel sorriso di chi la sa lunga.
Qualche altra frase di circostanza e poi, ecco finalmente svelata la domanda da un milione di euro.
È una domanda un po’ speciale, però. Anziché essere una domanda di conoscenza generale o una curiosità popolare, è una domanda estremamente più personale: “hai trovato un portafoglio per terra pieno di soldi: cosa fai?”
Tra le risposte ce n’è una che suona perfetta: “lo restituisco al proprietario”.
Dopo un breve silenzio, forse più per riaversi dell’emozione di essere arrivati fin lì che per indecisione, scegliete senza esitazione la risposta… facciamo che quella fosse la risposta “B”.
Avete scelto B, ed avete azzeccato, una musica trionfante inizia a suonare, luci stroboscopiche illuminano l’oscurità e coriandoli cascano dal soffitto. Il conduttore si congratula con voi “Non è stato tanto difficile, no?”
Ora cambiamo scenario.
Siete sempre voi il protagonista, ma questa volta il portafoglio, sempre naturalmente imbottito di soldi, lo trovate sul marciapiede proprio mentre state tornando a casa a piedi, stanchi ed infreddoliti dopo una lunga giornata.
Cosa fare? Lasciare il portafoglio sulla strada, considerando che magari il proprietario verrà a cercarlo più tardi? Cercare se c’è un qualche negozio nelle vicinanze e chiedere ai commessi se il portafoglio è di un cliente? Andare direttamente alla polizia? Oppure, perché no, tenerselo? In fondo chiunque possa permettersi di portare in giro così tanti soldi ne avrà sicuramente altrettanti a disposizione.
Il tempo passa, le temperature calano sempre di più e voi siete per strada, completamente da soli, a dover compiere la vostra scelta.
Ed è proprio lì che vi lascerò. Non farò compiere al vostro personaggio alcuna scelta.
La seconda situazione è decisamente la più realistica dei due esempi, ma non solo nel senso che probabilmente ci è già capitato di avere a che fare con un bene prezioso (proprio un portafoglio) smarrito e dover decidere come e se restituirlo.
La seconda situazione è più realistica nel senso che quando il destino ci pone a dover scegliere se fare o meno il bene, spesso la fa in una situazione del tutto anonima.
La scelta del bene, infatti, quasi mai comporta grandi acclamazioni o un pubblico pronto a complimentarsi con noi per la scelta appena compiuta. A volte non comporta neppure un ringraziamento e, sicuramente, scegliere il bene non è mai facile come azzeccare la risposta giusta su quattro opzioni.
Eppure, proprio per tutte questa limitazioni la scelta del bene appare, a mio avviso, incredibilmente allettante. Spesso quando si sa che si verrà premiati si compiono certe cose proprio in vista del premio, ma in questo caso il compiere una buona azione è già di per sè il premio.
Assieme alla speranza, per i più ottimisti la consapevolezza, che quel bene non potrà far altro che generare altro bene. Anche se noi magari non riusciremo mai a vederlo.

Tricheco Birbante

Prossimamente al campo scout

Chi seguisse questa rubrica da qualche tempo saprebbe che, benché non mi possa definire un esperto, provo sempre un grande piacere nel guardare e riflettere sui prodotti della settima arte, Il che non mi risulta per nulla difficile d’Estate, periodo dell’anno durante il quale escono la maggior parte delle pellicole dell’anno.
E tanti film significa naturalmente tanti, tanti trailers. Vedere un trailer a volte è divertente quanto vedere un film, perché questi ti dona una serie di piccoli elementi che, un po’ come mattoni, possono essere assemblati dalla fantasia dallo spettatore per creare il proprio film, più o meno dissimile da quello reale.
C’è sempre stato un mattone, però, a cui la mia fantasia di spettatore ha sempre faticato a trovare una posizione consona, cioè quella frase tipica dei film d’amore che fa più o meno “Quell’Estate che non potranno mai dimenticare”.
L’Estate è sempre un periodo estremamente piacevole, ma mai mi è capitato di viverne una che davvero, per utilizzare un’altra variante della frase in questione, mi rimanesse dentro.
Insomma, che fosse davvero memorabile.
Così ho continuato a vivere la mia vita senza preoccuparmene troppo, limitandomi a bollare mentalmente quella frase come una trovata pubblicitaria particolarmente efficace ma di per sé vuota.
Almeno fino a questa particolare Estate.
Quest’anno ho vissuto molte esperienze, alcune delle quali hanno avuto un forte impatto sulla mia persona, ed una di queste è stato il fatto di aver vissuto il mio primo campo da capo scout.
Un campo non semplicissimo che, per rispettare il progetto proposto dai ragazzi durante l’impresa, è stato fatto all’estero (Svizzera, ma pur sempre un altro stato), senza cambusa e con un ricambio costante tra capi e rover/scolta di servizio per riuscire a tenere fede ai diversi impegni lavorativi.
Premesse non particolarmente incoraggianti insomma, ma che non ci hanno impedito di svolgere il campo al meglio.
Abbiamo avuto degli imprevisti, certo, come quando un’improvvisa tempesta di vento ci ha quasi strappato via le tende, o dei momenti di sconforto quando i ragazzi ci hanno fatto capire che non avevano apprezzato alcune attività, ma affrontando i primi e riflettendo sui secondi siamo riusciti a portare a termine un gran bel campo, ed io credo di aver finalmente trovato quell’Estate che mi “rimarrà dentro”.
Mi rimarrà dentro perché è in questa Estate che finalmente ho visto morire la mia paura di mettermi davvero in gioco ed ho visto nascere una voglia, e soprattutto una capacità di fare che non credevo minimamente di possedere e, chissà, forse effettivamente non possedevo prima di quest’esperienza.
Questa nuova rivelazione potrebbe fare quasi paura, soprattutto considerando che è nata da una piccola frase stereotipata inventata per vendere qualche film sentimentale. Ma in fondo il marketing per funzionare davvero deve fare leva su qualcosa di vero, ed è vero che l’amore, vuoi che sia per una persona, per uno stile di vita, o anche per un ideale è un qualcosa che, quando lo scopri, ti cambia profondamente dal dentro.

 
Tricheco birbante

Generazione X: Una nuova corsa

Tutti i lettori sono pregati di rimanere seduti e di non sporgere né gambe né braccia fuori dal carrello fino alla fine della corsa. La parte che avete già affrontato potrà esservi sembrata difficile, ma vi assicuriamo che non avete ancora visto nulla.
No cari lettori non temete, non siete stati magicamente trasportati sulla giostra di un parco tematico. State semplicemente facendo esperienza dell’unica cosa esistente con più alti e bassi di un ottovolante: la vita.
Una differenza fondamentale, però, è che se sulla giostra proviamo tutti le stesse sensazioni durante le stesse parti del tracciato con la vita, invece, ognuno è indipendente. Quello che per alcuni è una curva inaspettata e spaventosa, per altri è invece un tranquillissimo rettilineo e a sua volta il rettilineo può portare ad una salita verso qualcosa di più proficuo, o precipitare verso una realtà molto spaventosa.
Eppure, ci sono alcuni momenti della vita che diverse persone vivono alla stessa maniera, e credo che quello in cui ci troviamo proprio ora tutti noi scout sia uno di questi. Certo ci sono comunque i vari modi in cui affrontiamo gli avvenimenti che ci capitano in casa, a scuola, al lavoro o con gli amici ma tutti noi, dal punto di vista scout, siamo ora in trepidante preparazione del campo estivo.
Ed io non posso fare a meno di immaginarmi questa situazione come quando l’ottovolante si incanala in una di quelle salite altissime dove il carrello dev’essere trainato verso l’alto da una catena che scatta ad ogni metro.
Un altro giorno è passato CLANG
Preparare il viaggio CLANG
Preparare il materiale CLANG
Fare lo zaino CLANG
E, dopo tutta questa preparazione, l’inevitabile discesa.
Non una discesa semplice o spensierata, ma una di quelle belle, di quelle che ti riempiono di emozioni contrastanti e che ti costringe a scoprire te stesso, e quali sono i tuoi limiti.
Personalmente, quest’anno spero di riuscire a sfruttare proprio quest’ultimo aspetto. Affrontare finalmente i miei limiti e le mie insicurezze, per poter far vivere a tutti il miglior campo estivo possibile.
E spero, in cuor mio, che la stessa cosa possa valere anche per voi.
Fine della corsa… per quest’anno.
Rincomincia un altro anno.
Tutti i lettori sono pregati di rimanere seduti e di non sporgere né gambe né braccia fuori dal carrello fino alla fine della corsa. La parte che avete già affrontato potrà esservi sembrata difficile, ma vi assicuriamo che non avete ancora visto nulla.

 

Tricheco Birbante

Chi di LEGO ferisce…

Ciao a tutti cari amici ed amiche e bentornati sulla nostra rubrica di generazione X.
Di solito quando narriamo un aneddoto, e soprattutto se vogliamo dargli una morale o trasmettere con esso un insegnamento, noi che lo raccontiamo ci troviamo nella parte dei protagonisti.
Questo serve per creare un effetto di emulazione, sperando che l’ascoltatore (o, in questo caso, il lettore) si senta spronato ad agire come abbiamo fatto noi, conscio del fatto che una persona vera, fisicamente presente davanti a lui, ha davvero compiuto le azioni che gli sono state raccontate.
Un altro motivo è che questo genere di narrazione fa sì che colui che ascolta (o legge) riesca più facilmente ad immaginarsi la situazione, e se ne senta più immerso. Quante storie dell’orrore, dove l’immedesimazione è fondamentale, iniziano con qualcosa come “alcuni ragazzi della nostra età…” se non addirittura dovete sapere che un giorno, mentre camminavo in un bosco… “!
Eppure, nonostante tutti questi trucchi narrativi, stavolta non sarò io l’eroe della nostra storia, ma piuttosto colui che sì compie molte azioni in essa, ma che alla fine ne subirà tutte le conseguenze, e soprattutto la morale.
E siccome quello che sto per raccontarvi è personale e riguarda cose di cui un po’ mi vergogno, dimenticatevi tutto quello che ho scritto prima e ripetetevi che nella storia non ci sono io, ma un amico di un amico, o che io ve la sto raccontando ma in realtà io l’ho saputa dallo zio della cugina del fabbro del terzo cugino di ottavo grado del mio idraulico.
Fatto? Bene! Iniziamo la narrazione.
Molti di voi lettori si trovano probabilmente ancora in quella fase beata della loro vita fatta di spensieratezza e pomeriggi passati a casa di amici comunemente denominata “infanzia”.
A volte sembra difficile immaginarselo ma tutti, in un modo o nell’altro, hanno avuto un’infanzia e, quella del vostro qui presente è avvenuta, più o meno, ad inizio duemila.
Era un’epoca diversa e ancora un po’ confusa, contraddittoria e talvolta insicura.
Un’epoca in cui tutti credevano che Bill Gates avesse inventato internet da solo, in cui nei film d’azione non si poteva far vedere palazzi che crollavano per via di un certo fattaccio accaduto ad inizio millennio ed in cui tutti credevano davvero, anime sciagurate, che i videofonini fossero una buona idea.
Uh? Cos’è un videofonino? Ecco, appunto.
A quell’epoca, ogniqualvolta avessi un pomeriggio libero, a prescindere che il clima fosse caldo come su Venere o freddo come su Plutone, io ero solito inforcare la mia bicicletta e pedalare fino a casa di un mio carissimo amico, dove poi avremmo giocato fino ad essere esausti.
Uno dei giochi che preferivamo erano i LEGO. Non che costruissimo chissà quali cose, la parte più divertente era mettere insieme quattro pezzi, due personaggi, e poi lasciare che tutto il resto lo facesse l’immaginazione.
Certo però che la collezione del mio amico era bella. Molto bella. Aveva tanti, ma tanti pezzi che gli invidiavo tantissimo. E così, sapete cosa ho iniziato a fare?
Incomincio a rubarglieli.
Che, detta così magari alle persone più mature un furto del genere, tra bambini, sembrerà risibile, ma io ci tengo a ricordare che, comunque la si voglia mettere, stavo rubando ad un amico. Un amico che si fidava, e stavo tradendo la sua fiducia.
E sappiamo bene dove finiscono, almeno secondo l’idea dantesca, i traditori di quelli che si fidano.
Inutile dire che mi feci sgamare praticamente subito e che il mio amico, infuriato, smise di parlarmi per settimane. Pentito, provai più volte a chiedergli scusa, ma ormai sembrava che il nostro rapporto si fosse rotto per sempre.
Eppure un giorno, mentre sono all’oratorio, ecco che questo mio amico mi si avvicina e mi dice: “ciao”.
Che belle che furono quelle parole, e quanta speranza mi diedero! Ancora oggi non so cosa abbia spinto il mio amico a perdonarmi, se solo il suo buon cuore o forse il fatto che il sangue (perché i nostri amici più cari diventano ad honorem membri della famiglia, almeno per me) sono più densi dell’acqua.
E la cosa più bella, è che siamo amici tutt’oggi.
A conclusione di questo articolo sulla misericordia, voglio solo augurarvi, quando magari vi capiterà di trovarvi in una storia come questa, di essere nella parte del mio amico.

 
Tricheco birbante