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Ci vediamo dall’altra parte

Il 16 febbraio è toccato anche a me scegliere. Decidere di prendere la partenza non è così facile come sembra perché serve capire davvero cosa si vuole fare della propria vita arrivati ad un certo punto. Ecco perché ho deciso di mettere la lettera che ho scritto al clan per far capire cosa per me ha significato prendere la partenza.

Caro Clan,
è strano essere qui in mezzo ai capi a leggervi la mia lettera. Non credevo che questo momento sarebbe arrivato così presto, nonostante siano passati quattordici anni da quando ho varcato il cancello della sede per la prima volta. Non mi sarei mai aspettata che gli scout diventassero così importanti nella mia vita: mi ricordo ancora come se fosse ieri quando ho chiesto alla mia Arcanda se agli scout si dormiva fuori senza genitori e lei mi ha risposto di sì. Ecco, quello è stato il momento in cui ho realizzato che da qui non mi sarei mai più mossa. Grazie ai miei capi delle Coccinelle (sì, vado fiera di essere stata una Coccinella!), che mi hanno accolto a braccia aperte, ho capito cosa volesse dire veramente la parola “Eccomi”.
Ma come tutte le avventure, anche questa è arrivata al termine e alla fine di un percorso vanno sempre prese delle decisioni che indirizzeranno la tua vita in futuro. Da quando sono entrata sapevo già come sarebbe andata a finire: non posso andarmene senza prima aver dedicato del tempo agli altri. Ecco perché ho deciso di rimanere in Associazione: ho voglia ed energia da dare a coloro che stanno muovendo i primi passi all’interno di questo mondo che a me ha cambiato la vita e vorrei essere al loro fianco per poter scoprire tutto quello che ancora non so proprio come dice la canzone “è adesso il momento di dare il meglio a viso aperto”.
Il lavoro che vorrò fare da grande mi porta a prendere un’altra decisione fondamentale per il cammino di partenza: quella di essere un buon cittadino e fare di tutto per poter “lasciare il mondo un po’ migliore di come l’ho trovato”. Sì, perché facendo l’insegnante avrò la possibilità di insegnare a coloro che saranno i miei alunni cosa vuol dire il rispetto per il mondo, la sua cura e soprattutto tutti quei piccoli gesti che potremmo fare anche noi nel nostro piccolo.
La scelta di fede invece è stata quella più complicata ma ho ricevuto un grande aiuto in un evento a cui ho partecipato e in cui ho lasciato un pezzo di cuore: la ROSS mi ha fatto capire che la fede non è solo dentro un momento prestabilito e inscatolato ma la si vive in ogni momento. Per me si può definire come un luogo in cui andare con la mente per cercare di trovare un momento di pace, un momento per ragionare sulle scelte prese, sul tempo vissuto e cercare un dialogo vero con Dio.
Eccomi qui allora, al momento in cui finisce la mia vita da educanda e inizia quella di educatore. Sicuramente non sarà tutto rose e fiori ma proverò a dare il meglio di me e a vivere appieno tutti i momenti che arriveranno. Mi è stata data la possibilità di vivere tutto ciò dalla mia famiglia che devo ringraziare di cuore per avermi sostenuta nell’andare avanti e non mollare mai.
Dopo di loro c’è una marea di gente a cui devo molto: grazie ai miei capi clan che, nonostante tutto, mi hanno accompagnato fino a questo momento dandomi anche l’opportunità di partecipare alla ROSS, nella quale ho conosciuto delle persone stupende che porterò sempre nel cuore. Grazie a tutte le staff in cui sono stata come scolta, per avermi dato la possibilità di mettermi in gioco, sbagliare ed essere corretta in modo da diventare un buon educatore.
E infine grazie clan: grazie ad ognuno di voi per avermi permesso di condividere un pezzo della mia vita con voi e di esserci stati quando più ne avevo bisogno. Spero di avervi lasciato una briciola di me tanto quanto voi ne avete lasciate a me. Dico solo una cosa ad ognuno di voi: ci vediamo dall’altra parte!
Buona Strada,
Giulia Rossetti Colibrì solerte

Credete in voi stessi e fidatevi di chi vi sta accanto

“Accogliere con gioia”. Quando mi è stato presentato il tema di questo tuttoscout mi si sono prospettate due idee: o mandare alla redazione la mia lettera della partenza (opportunamente riadattata per non farla sembrare proprio una copiatura…) o scrivere un articolo inerente all’argomento ma senza partenza.
Ho scelto invece di spiegare perché secondo me “accogliere con gioia” è stato un po’ il motivo per cui sono finita a prendere la partenza.
Sono stata accolta con gioia dai miei genitori, che mi hanno fatto conoscere questa splendida avventura che è lo scautismo e che sempre con la stessa gioia del primo momento hanno perseverato nella convinzione che fosse il tipo di educazione di cui avevo bisogno.
Mi hanno poi accolto i miei vecchi lupi così come ero, con il mio carattere, le mie insicurezze e i miei difetti. Con gioia mi hanno accompagnato negli anni del branco, sapendo che in quel momento stavano facendo giocare una bambina, ma che quella stessa bambina poi sarebbe diventata grande.
E così i miei capi reparto, poi i miei capi clan: mi hanno accolta così come ero, senza la pretesa di plasmarmi ma con la voglia di fare di me non solo una brava persona ma anche una buona cittadina. E questa è una cosa che riempie di gioia me.
Mi hanno accolto con gioia tutte le persone che ho incontrato sul mio cammino, da quelle che ho visto per magari solo qualche uscita a quelle con cui condivido anni di avventure e amicizie.
Accogliere con gioia nell’amicizia e tra pari non è scontato, o quantomeno non è scontata la gioia.
Forse lo dico perché mi è stato inculcato sin da piccola (“il lupetto vive con gioia e lealtà” o “sorridono e cantano anche nelle difficoltà”), ma credo che in realtà sia il modo più autentico con
cui vivere le relazioni, ci piacciano o non ci piacciano.
E così -per tornare da dove sono partita- l’accogliere con gioia è stato un modo per vivere il mio cammino di partenza.
Per chi non lo sapesse o è rimasto indietro, la partenza prevede tre scelte: politica, di servizio e di fede.
Probabilmente sembrano abbastanza scontate, ma anche qui il segreto è stato scegliere accogliendo con gioia quello che sarebbe venuto.
Non nascondo che il cammino verso lo scegliere è stato costellato da dubbi e anche momenti di sconforto, ma adesso mi rendo conto davvero che se si è convinti delle scelte fatte significa che si è accolto il rischio e con gioia si è accettato quello che sarebbe arrivato. Posso umilmente dire che io ho fatto così (certo qualche incertezza l’ho ancora, ma è normale).
Quella che forse mi ha messo più in crisi è stata la scelta di servizio. Ho guardato a Dio per sapere cosa fare, e dal suo esempio ho capito che volere il bene del prossimo è sempre la scelta giusta e che per fare questo nel mio caso dovevo diventare da educanda educatrice.
In questo senso ho accolto con gioia questa sfida, perché nonostante i dubbi credo che la gioia che sapranno darmi i ragazzi sarà quella che mi insegnerà a farli crescere.
Come ho anche concluso la lettera della partenza -e qui sì che la cito!- suggerisco a tutti coloro che non conoscono la gioia dell’accogliere, di credere. Credete in voi stessi e fidatevi di chi vi sta accanto. Solo così potrete diventare prossimo per gli altri, perché sarete in grado di accoglierlo con gioia.
Anna Balossi
Gazzella Loquace

Una promessa cucita sul cuore

12 gennaio 2019 – Venegono Superiore

“Ciao Clan! Vi parlo finalmente anche io da questo particolare pulpito.
Riflettendo sul mio percorso scout, come si suole fare in questa occasione, sono riuscita a trovare solo una parola adatta a descriverlo: INCREDIBILE. Incredibile, ma proprio nel significato di in-credibile: difficile, quasi impossibile da credere. Sembra sempre retorica ma fatico, davvero, a credere di aver trascorso circa 560 weekend con, se al freddo, mio malgrado, i pantaloncini corti. Fatico a credere, e quasi mi spaventa, a quanto gli scout abbiano contribuito a rendermi la persona che sono ora, lo trovo davvero provvidenziale. Sarebbe per me poco credibile, diffiderei senza dubbi, se qualcuno mi raccontasse di aver toccato con le proprie mani l’Amore. Eppure, mi sento proprio così fortunata, mi sono resa conto di quanto sia incredibilmente tangibile l’amore che ho ricevuto fin da quando, alta appena più del mio zaino da pernotto, ho fatto la mia Promessa. Ho assaggiato la dolcezza con cui venivo consolata per tutte le pallonate che prendevo in faccia da piccola, la dolcezza di chi mi teneva la mano ai pernotti quando non riuscivo a dormire. Ho annusato l’odore, direi anche puzza, degli abbracci a fine campo o route, quelli che vengono da un ascolto sincero. Ho visto negli occhi di tutti i miei capi l’attenzione alla mia progressione personale, alle mie conquiste nella vita di ogni giorno. Ho ascoltato le parole di consolazione nelle mie innumerevoli crisi di pianto quando pensavo che le cose non stessero andando per il verso giusto. Ho toccato l’Amore. La gratuità con cui i capi si sono sempre dedicati alla crescita mia e di tutti i compagni con cui ho condiviso la strada, è per me il Miracolo del servizio.
Ed è qui che subentra la contraddizione: la mia scelta extra associativa. Mi è spesso venuto il dubbio di stare venendo meno alla Promessa che esibisco da sempre, di stare deludendo le aspettative di quanti immaginavano di vedermi con il fazzolettone quadrato ogni weekend. Mi sognavo anche io così, da sempre. Ma poi penso a quello che ho promesso: di fare del mio meglio, compiere il mio dovere verso Dio e il mio paese, di osservare la legge scout. Mi soffermo sul mio dovere che so essere quello di fare il mio, di cambiare il mondo ogni giorno. Come? Non ho dubbi: portandomi dietro la grande valigia che lo scoutismo mi ha riempito di competenze (a volte non troppo competenti), valori da trasmettere, bans e giochini da insegnare, aiuto da dare. Sento dentro che il mondo scout non è più il mezzo con cui il mondo voglio cambiarlo, pur sapendo benissimo quanto sia fondamentale nell’educazione dei ragazzi, avendolo vissuto in prima persona. Voglio farlo, ad ora, in Croce Rossa, in attività che coinvolgono i migranti che, come ricorderà il mio noviziato, sono da sempre per me fonte di grande arricchimento e dove riscontro un concreto bisogno di aiuto che un servizio (e chissà, magari un giorno, un lavoro) deve andare a colmare. Prometto di testimoniare dovunque faccia servizio il Miracolo che ho vissuto in prima persona.
Sulla mia fede piazzerei un bel “work in progress”: so però dirvi con certezza quando trovo Dio: trovo Dio nei momenti in cui la testa tace e l’emotività parla. Lo trovo nell’empatia che provo verso qualcuno in difficoltà, in tutti i legami che stringo, nel sorriso che scambio con uno sconosciuto. E poi ancora nelle cose che non so spiegare, nell’ordine che tutti cerchiamo per contrastare il caos che vediamo e che abbiamo dentro. A questo Dio ho imparato a dare il nome di Gesù, in cui vedo il paradigma della forza e della rinascita quando si è incastrati nella difficoltà e nel dolore. […]
Un’ultima cosa vorrei dire, a ciascuno di voi come singolo; dal viaggio che ho fatto quest’estate e da quando ho scelto di prendere la partenza ho quanto mai riflettuto sul fatto che la vita è mia e di nessun altro. Voi direte: ma quante ne sai?! So che è chiaro a tutti, ma capita secondo me troppo spesso di darlo per scontato e di vivere non guidati da qualcun altro, ma in balia di scelte e decisioni che neanche appaiono tali, cose che è ovvio che si facciano, che è normale fare, che tutti fanno. Neanche ci si accorge di vivere facendo delle scelte ogni minuto. E invece è così, ogni frammento della nostra giornata è una scelta, ogni cosa che non ci piace più può essere cambiata, ogni cosa che desideriamo può essere inseguita; bisogna essere incisivi, farsi spazio, dare la propria personale impronta alle cose. Quindi, è quanto mai importante mettere da parte la paura e la pigrizia, alzarci dal divano, fare cose concrete, essere protagonisti.
Vi saluto con tanto affetto e anche con un bel nodo in gola (sempre che io non stia già piangendo dalla terza riga), preoccupata per quanto il mondo scout, il MIO mondo da che ne ho memoria, mi mancherà.
Buona strada!”
Stento a crederci: il mio ultimo articolo sul Tuttoscout, che è stato, a volte mio malgrado, il portavoce di molte avventure che ho vissuto, nei lupetti, in reparto e in clan. Non ci crederete ma davvero ricordo il mio primo articolo, l’impegno che ci misi nella descrizione di un pernotto di Branco, rassicurata dall’unica direttiva che mi era stata data: concludere il pezzo con il canonico ma quanto mai vero “NEL CUORE PER SEMPRE TIKONDEROGA”. Adesso direi piuttosto un “nel cuore per sempre Busto 3, famiglia di via Pepe”, consapevole che troverò sempre le porte di casa aperte.
È la mia corsa di primavera, come qualcuno mi ha sapientemente suggerito. Lascio un pezzo di me, ma ho una promessa cucita sul cuore.

Banda Elena, Oribi emotivo

Caro capo ti scrivo

Caro capo, mi ritrovo qua, organizzatissimo come al solito, a scrivere qualcosa per scout: una volta è la lettera della partenza, un’altra l’articolo del Tuttoscout…
Proprio la partenza dovrebbe essere il tema di questo articolo. Ho pensato abbastanza a cosa scrivere, ma ero in difficoltà. Ho letteralmente l’imbarazzo della scelta. Ad una certa ora mi è venuta in mente cosa dire, ma ci arriviamo con calma.
Tu caro capo sai perfettamente, più di me perlomeno, che cosa sia la partenza. Non voglio scrivere un trattato su cosa sia filosoficamente la partenza, anche perché sarebbe un articolo abbastanza scarso, vorrei tuttavia dire qualcosina. Cercherò di essere breve, per quanto il mio essere prolisso consenta.
La partenza è un momento del proprio cammino scout nel quale si è chiamati ad effettuare una scelta. Ognuno decide quando prenderla, ma soprattutto, se prenderla.

“Fece una scelta di umile uomo: Fede, Servizio e Comunità”
(Lungo la Strada)
La Partenza si articola in tre scelte: la Scelta Politica, quella di Servizio e quella di Fede.
Lascerò a te, caro capo, spiegare bene ai prossimi Rover e Scolte che cosa sia-no queste, vorrei dire oggi qualcosa in particolare sulla Scelta di Servizio.
Il servizio non è volontariato, non è solo questo perlomeno. “Servire” significa dedicare del tempo ed energia per gli altri e non per sé stessi. L’obiettivo è il bene dell’altro e non il ritorno che avremo. Fare servizio significa aiutare una persona in difficoltà senza che lei ti ringrazi o che ti manifesti affetto o gratitudine.
Nel cercare di capire che cosa fosse il servizio non posso che menzionarti, caro capo. È questo il punto dell’articolo. Mi sono reso conto che sei l’Esempio di servizio più importante ed efficace che io abbia. Un esempio che non è solamente una citazione “a titolo esemplificativo”, ma un esempio da seguire.
Caro capo, so che non è stato facile starmi dietro in questi anni. I momenti di tensione, di incomprensione, di difficoltà, ci sono stati, è indubbio. È disarmante però vedere che eri lì, nonostante non ascoltassi, non scegliessi, fossi in ritardo, non portassi a termine gli impegni, croci comprese. Con questo non voglio dire che sei perfetto: penso di avere ancora ragione in alcuni, se pur pochi, casi. Nonostante ciò tu però c’eri, questo conta. Eri sempre pronto nonostante fosse estremamente difficile ottenere la nostra fiducia, essere rispettati, saper comunicare etc. etc.
Magari ciò che facevi non era palese ai nostri occhi, tu però lavoravi comunque per noi, lo so.
Per comprendere l’essenza del servizio credo che sia necessario essere disposti a fare qualcosa che non piace ma che serve.
Le soddisfazioni immediate del servizio sono sicuramente una grande risorsa che ti aiuta nella tua attività ma non è il requisito essenziale della partenza. La scelta di servizio non si basa su quanto sia divertente e appagante farlo. Questa si basa sul voler aiutare l’altro. Il venir meno del “piacere di prestare servizio” non deve intaccare le tue scelte. Certo, nessuno dice che sia facile, ma abbiamo scelto noi di essere qui.
Tanta fatica e “poche soddisfazioni”. Questo rapporto credo che raggiunga il massimo peso nel servizio in clan. Bada bene, non intendo dire che il servizio in clan sia più difficile di altri, ogni servizio ha le sue difficoltà e non c’è una gerarchia tra queste, penso però che la mancanza di soddisfazioni “quotidiane” sia una caratteristica che raggiunge la massima dimensione quando si è capi R/S.
Questa mancanza io non l’ho ancora vissuta, un po’ mi spaventa. Ritengo però di essere pronto per affrontare questa sfida. Scelgo di esserlo.
Caro capo, vorrei dirti così GRAZIE. Lo faccio a modo mio: in ritardo, in maniera disordinata e confusa, ma sono sicuro che tu mi abbia capito.
Sono carico per affrontare questa nuova sfida che è la partenza: essere un buon cittadino.
I dubbi ci sono, le difficoltà arriveranno, gli esempi da seguire rimangono.
Grazie. Buona Strada.

Canguro Amletico

Ho scelto di partire

“Eccomi qua, davanti a tutti voi, pronto per partire, dopo dodici anni con il fazzolettone al collo. E’difficile descrivere con una lettera questi anni, le migliaia di esperienze vissute, le persone conosciute e quelle con cui ho condiviso un pezzo del mio percorso (più o meno grande), penso quindi che iniziare ringraziando tutti sia la cosa migliore.”
Così inizia la mia lettera della Partenza, che ho letto davanti a tutto il clan e agli ospiti presenti, sabato scorso 24 novembre al Campo dei Fiori. Anche dopo una settimana, ragionando a mente fredda su tutto quello che ho scritto nella lettera, resto convinto che la cosa migliore sia stata ringraziare tutte le persone che ho incrociato sulla mia strada, chi per qualche anno e chi anche solo qualche minuto, se sto scrivendo queste parole è anche grazie a loro.
La scelta di prendere la partenza non è stata semplicissima, è partito tutto da un cammino di partenza durato circa un anno che si è concluso con la consapevolezza di voler Servire, di voler essere testimone, di voler “aiutare gli altri in ogni circostanza”; motivo per cui ho scelto di continuare il mio percorso all’interno dell’A.G.E.S.C.I. La cosa più difficile però è stata lasciare il gruppo che ormai si era creato con i miei compagni di Clan, un gruppo di amici con cui ho condiviso esperienze, momenti di allegria, di gioia e stupidità; momenti in cui abbiamo fatto fatica, ci siamo aiutati, non abbiamo mollato anche se tutto sembrava contro di noi, e quando magari mettevamo insieme queste due cose, come mentre andavamo verso Venezia in kayak, ci siamo fermati nel fango, sotto al diluvio, sul bordo di un canale, e ci siamo messi a cantare a squarciagola, perché noi siamo scout, e ridiamo e cantiamo anche nelle difficoltà… ecco, credo mi mancherà tutto questo…
Concludo augurando a tutti Buona strada e con la speranza di poter lasciare, durante questa nuova avventura all’interno del nostro Busto 3, quanto i miei capi hanno lasciato a me in questi dodici anni.

Tommaso

Niente di speciale… o forse sì?

Venerdì scorso in università, mentre cercavo di spiegare a una mia compagna per quali ragioni lo scoutismo – e la mia partenza – mi assorbissero a tal punto da portarmi a saltare le lezioni pur di trovare il tempo necessario da dedicargli, mi sono trovata in difficoltà. Il fatto è che mi sono ormai abituata a giustificare i pantaloncini corti con la neve e con il sole, l’assenza di ombrelli anche con il diluvio universale, le “vacanze estive” passate a fare scarpinate di 10 ore avendo come unico carburante le canzoni della Disney e beh, sì, anche un po’ di Polase.
- “sì, sì quasi ogni domenica ci alziamo presto per andare a messa, sì riesco a trovare il tempo per studiare e, ok, una volta mi è capitato di cagare nei boschi, ma non è questo il punto!”
Eppure la mia amica, non si accontentava di risposte preconfezionate a domande cariche di pregiudizi, no lei voleva capire il mio mondo!
Niente da fare: 5 anni di liceo classico, lacrime e sudore versati sul greco e il latino non sono serviti a fornirle una risposta convincente!
Lo scoutismo è una fetta consistente della mia vita, niente di meno e niente di più; è parte della mia essenza, come lo sono il cioccolato fondente o l’odio per il colore giallo. Questo discorso – o almeno la prima parte – credo sia condivisibile da voi, miei colleghi del clan e miei lettori che suppongo abbiate un qualche legame con il mondo scout; ed è proprio qui che sta l’inghippo: come spieghi qualcosa che è così intrinsecamente parte di te che quando provi a delimitarla in un’area precisa ti trovi a non sapere chi saresti senza quella parte?
Prima degli scout ero una bambina spaventata dal mondo a tal punto che nel dubbio se affrontarlo o meno mi rinchiudevo in libri di 1000 pagine- bellissimi per carità, ma anche la realtà ha il suo perché, come ho scoperto quando la mia saggia Akela, mi ha convinta che forse, lasciando i libri a casa, mi sarei divertita ancora di più. Così, la bambina timida, senza rinunciare del tutto alla sua fantasia, ha iniziato i lupetti, nonostante una prima uscita traumatizzante al Sacro Monte. Di uscita in uscita, è cresciuta sino a diventare una ragazzina brontolona e incazzata con tutti. Sì certo tutti, ma le sue amiche del reparto in realtà sapevano come renderla felice quasi quanto un tè caldo dopo una giornata sotto la pioggia (rigorosamente in calzoncini corti). In noviziato poi, la “famiglia” che si era creata in reparto, si è allargata per poi crescere ancora in clan, dove ho iniziato a intravedere i principi dietro allo scoutismo.
Ed eccomi qui.
Il 03/09 di quest’anno sono stata trascinata, più o meno controvoglia, a un concerto gratuito dello Stato Sociale, e, si sa, di solito se non si conoscono le canzoni il divertimento non è alle stelle; con questa prospettiva di serata, una canzone mi ha commossa. Oggi penso perché cattura perfettamente cosa lo scoutismo è, ed è stato per me in questi anni.
Infatti all’inizio recita “non è sognare che aiuta a vivere, è vivere che deve aiutarti a sognare”, sostanzialmente la prima lezione che Chiara-lupetta ha ricevuto dalla sua Akela, poi continua: “come faccio a dirti che non mi piace il tuo tenermi nascosto agli occhi del mondo, quando è il mondo che non sai guardare?”, che rappresenta esattamente quello che, se lo scoutismo fosse una persona, mi avrebbe detto in reparto, quando mi vergognavo di definirmi scout con i compagni delle medie. Poi prosegue: “vorrei una domenica pomeriggio per ogni lunedì che non ho saputo iniziare, ma siamo una storia che non si può dire, non abbiamo niente di speciale, non fosse che io ho paura di crescere”, però “non scegliere è scegliere di subire” e “ogni volta che scegli, scegli il tipo di schiavo che non sarai” ed è qui che descrive come mi sento adesso: sul punto di crescere, di scegliere, l’unica cosa che mi sento di chiedervi è di “tenermi le mani e tenervele a vicenda, potrà capitarci di bere, ma non annegheremo”. Tutti questi insegnamenti e molti altri che ora l’emozione non mi consente di esprimere se non con parole di altri, mi hanno portato a fare dello scoutismo e del servizio la mia scelta di vita; i giorni in cui non mi presentavo come scout sono finiti e con loro la paura di crescere, sbagliare, cadere, annegare, rialzarmi, semplicemente vivere non mi paralizza più. Concludo incoraggiando tutti voi a seguire sempre i vostri sogni, senza perdere il contatto con la realtà e sapendo sempre che avete la comunità scout su cui poter fare affidamento, e questo credo sia il dono più grande dello scoutismo – che però va coltivato: una famiglia.
Buona Strada a tutti voi.
Chiara Sidoti
(Ornitorinco Shackerato)

Farsi dare una mano

Il periodo di avvento è iniziato: si inizia a parlare di Natale, si mettono già le prime decorazioni per casa, si pensa già ai regali… E perché non citare uno dei racconti natalizi più iconici per ricordare che il Natale non è solo nei suoi simboli ma anche nelle nostre azioni?
Tempo fa un signorotto inglese, con il mio stesso intento, mise in gioco il suo talento di scrittore per creare “a Christmas Carol”, uno dei più famosi testi natalizi mai scritti, che vede la vicenda avvolta attorno a un avido e egoista signore che, tramite l’intervento di alcuni spiriti, stravolge il suo comportamento diventando un uomo buono.
Uno degli spiriti ad un certo punto della storia si rivolge al protagonista dicendo una frase abbastanza iconica: “Se la malattia e la tristezza sono contagiose, non c’è niente al mondo così irresistibilmente contagioso come il riso e il buonumore”, e cosa può mettere più allegria di un sorriso e di un sincero “grazie”? Ricordiamoci che infatti l’aiutare il prossimo non solo è un valore cardine della religione cristiana (valore che dovrebbe essere amplificato dall’atmosfera natalizia), ma è anche forse uno dei punti più caratteristici del nostro essere scout. Ci identifica, insomma.
Tuttavia, per quanto sarebbe bello avere la possibilità di poter aiutare chiunque, nessuno è perfetto… quindi, nonostante si possano avere tutti i buoni propositi immaginabili, capitano delle volte in cui siamo noi stessi a dover chiedere aiuto. A proposito, voglio raccontarvi brevemente un’altra storia, ma stavolta non è né un racconto natalizio né un romanzo inglese: è infatti l’esperienza di una scolta al suo primo anno di servizio:
“La mia prima esperienza di servizio è stata in branco, più precisamente nel branco Lupi della Brughiera.
Inizialmente ero un po’ in ansia e preoccupata perché non sapevo cosa mi sarei dovuta aspettare: avevo paura di cimentarmi nello sconosciuto ambiente del servizio e avevo paura soprattutto di non trovarmi bene con la staff e di non riuscire a stare con i bambini… Insomma, temevo di non riuscire ad integrarmi.
Queste ansie però sono state subito smentite: mi hanno accolto tutti con molta gioia facendomi sentire parte sin da subito della grande “famiglia” che è il branco. Spronata dal fatto che la staff era lì presente anche per darmi una mano nella mia crescita personale, sono partita per il campo con lo spirito giusto, e infatti non ho mai smesso di fare del mio meglio, grazie soprattutto all’ottimo clima e all’ottima compagnia. Quest’anno la mia avventura sta continuando con loro, e spero davvero di passare un anno bellissimo.”
È verissimo che ciò che accompagna ognuno di noi durante il nostro percorso scout è il servizio, la nostra disponibilità ad aiutare, sostenere, insegnare a chi ha bisogno di noi, ma nel prossimo futuro, durante il nostro percorso d’avvento, dovremmo lasciare che anche gli altri, chi ci vuole bene e chi si rende disponibile, possa aiutare noi, lasciando l’orgoglio da parte e togliere la corazza che ogni giorno copre le nostre debolezze… Mettere da parte l’orgoglio insomma: Il “vero” scout non è quello che, dopo aver rotto le scarpe durante una route, è capace a proseguire tra fiacche e riparazioni continue, ma quello che è capace di mettere da parte per un breve momento l’orgoglio voltandosi verso un volto amico e chiedere aiuto con un sorriso.
-Usignolo radioso
-Scoiattolo spensierato
-Yak frenetico

Clan Kypsele – L’unione fa la forza!

22Festa di Chiusura 2018: chi c’era sicuramente non può non ricordarsi gli urli dei reparti! Certamente non noi ex-Pegaso e ex-Orione (sì Elena, sentiti esclusa!).
Quel fiume di lacrime che ha pervaso un po’ tutti era motivato dal fatto che dall’anno prossimo le unità E/G del Busto 3 diventeranno una di meno: il reparto Pegaso e il Reparto Orione infatti sono stati uniti.
Se da un lato la cosa è tutto sommato semplice, dall’altro non possiamo -anche per il dovere di informare voi lettori- non nascondere le difficoltà che la CoCa ha dovuto affrontare per giungere a questa decisione.
Dicevamo semplice: per usare il linguaggio corretto dobbiamo parlare della chiusura di due unità e di apertura di una nuova. Come stabilisce l’Agesci entrambe sono decisioni che assume la Comunità capi del Gruppo, dopo un’attenta e delicata analisi delle esigenze del Gruppo stesso e ancor prima del bene dei ragazzi.
Questa indagine in particolare ha tenuto conto dei coprotagonisti di un’unità: i ragazzi e i loro capi.
Entrambe le unità soffrivano di una lieve ma costante diminuzione degli esploratori e delle guide, un po’ perché con il tempo qualcuno decideva di lasciare, ma in larga parte perché i lupetti che ogni anno passavano non erano sufficienti a garantire i numeri per tre reparti.
Il bilancio è presto detto: tre branchi in meno offrono meno passandi, che comunque si devono distribuire in tre reparti. Se ai nostri tempi (ah! La vecchiaia!) ad ogni passaggio in ogni reparto entravano 10 persone, nell’ultimo periodo poteva anche accadere che non tutte le squadriglie avessero un novizio, e per una squadriglia vi assicuriamo che può essere un problema!
Per quanto riguarda i capi invece il discorso è analogo, ma con motivazioni differenti.
Benché essere scout sia la cosa più bella del mondo, può capitare che per motivi diversi un capo decida che il suo servizio si debba interrompere (ragazzi, vogliate bene ai vostri capi!). Questa circostanza è accaduta o sarebbe accaduta a molti capi E/G, e questo capite bene che può essere un grosso problema, non tanto perché costoro non siano sostituibili da aitanti rover e scolte che prendano il loro posto, ma perché questi ultimi non possono (sia perché lo dice il Metodo, sia perché per essere un buon capo occorre un percorso formativo molto lungo) “condurre un’unità”, cioè esserne i capi responsabili.
Accantonando per un attimo le questioni burocratiche, vorremmo spostare l’attenzione sull’effettiva difficoltà che un’unione può comportare nella vita di un repartista. Noi pensiamo, però, che sia quantomai paradossale parlare di unione in uno spirito negativo: la parola, infatti, racchiude nel suo significato il concetto di stringersi l’uno intorno all’altro e di ripartire, insieme, nell’ottica dello slogan, che mai fu più azzeccato, “l’unione fa la forza”. I ragazzi sono partiti col piede giusto, avendo compreso che tutti i repartisti condividono lo stesso spirito e voglia di fare e hanno iniziato a darsi un’identità comune: è nato il reparto Perseo che ha già fatto sentire la sua voce in quadrato (hanno spaccato eh?!).
È già capitato, nella storia del Gruppo, che dei reparti dovessero unirsi/dividersi per diverse esigenze e tutti l’hanno fatto nel migliore dei modi. Auguriamo, quindi, ai ragazzi del reparto Perseo, un buon anno scout e che possano cogliere l’opportunità che hanno di scrivere una pagina di storia e di adempiere alla grande responsabilità di portare questo nuovo reparto “per aspera ad astra”.

Alessandro Lupo
Chiara Sidoti
Elena Banda
Shobha Mazzucchelli

Le scelte di oggi per una SEDE che cambia

Ciao Bustotre,
si, lo sappiamo, abbiamo saltato qualche numero della rubrica di Clan, ma anche i migliori cadono specialmente quando le cose da fare sono tante.
Siamo qui oggi non solo per sperare di rimediare a questa mancanza, ma anche e soprattutto per informarvi, arricchirvi, rendervi partecipi, di ciò che sta accadendo alla nostra bella casa, il Macello!
In uno degli ultimi articoli abbiamo parlato del contratto di affitto e di come siamo legati economicamente e legalmente al Comune per l’usufrutto di questo spazio. E’arrivato il momento di affrontare un nuovo tema: le utenze.
Per i più piccoli, le utenze rappresentano i soldi che spendiamo per mantenere la sede calda, per poter accendere le luci e per poterci lavare le mani e bere in sede, si parla quindi di Gas, Elettricità e Acqua.
Il tema è molto vasto e complesso ma cercheremo di riassumerlo.
Iniziamo dall’Oro blu quest’ultimo, infatti, al momento non è a carico nostro, ma dell’AGESP anche se è in corso la voltura dei contratti.
Per quanto riguarda l’elettricità la situazione è molto più complessa. L’impianto è infatti in fase di partizione, ovvero si sta cercando di capire, con il Comune, quali zone siano a carico nostro e quali no (ad esempio le luci perimetrali accese tutta la notte tutti i giorni, sono per ragioni di sicurezza degli spazi dedicati al Tribunale, non per esigenza nostra), inoltre andrà progettata la messa a norma degli impianti.
Arriviamo ora al fulcro dell’articolo, il tema sul quale ci sono state più novità ultimamente: il gas, e partiamo dall’inizio.
Fino a qualche mese fa l’unica fonte di riscaldamento di tutta la sede era una vecchia centrale “termonucleare” (non lo è davvero ma lo sembra) situata sul retro, inoltre il gas veniva distribuito per scaldare anche le altre zone del Macello. Si è però realizzato che non fosse una situazione ottimale, così il riscaldamento è stato confinato solo al corridoio principale (quello dei branchi per intenderci), cucinare è diventato impossibile se non con i fornelloni, ed il salone ha raggiunto le temperature della Siberia invernale: urgeva una soluzione.
Qualche mese fa la nostra Co. Ca. (Comunità Capi) ha così iniziato i lavori per mettere a norma l’impianto del gas della cucina e del salone, lavori finanziati dal bando sedi sicure dell’AGESCI Lombardia (grazie agli ingressi dell’8xMille) e ultimati nel mese di Gennaio.
È così che da circa 4 mesi abbiamo nuovamente una cucina funzionante e un salone riscaldato, ma la centrale “termonucleare” che abbiamo menzionato prima?
Beh, quella parte del riscaldamento è per ora a carico del Comune con il quale stiamo cercando delle soluzioni, infatti, non molto tempo fa l’AGESP ha posizionato dei contabilizzatori per verificare quanti metri cubi di gas effettivamente consumiamo, dato necessario alla risoluzione della trattativa.
Caro Busto3, tutto ciò che potevamo dirvi riguardo le ultime novità della nostra sede è stato detto, ci rimane però ancora un punto da trattare: la consapevolezza. Sta infatti a noi avere cura non solo degli spazi ma anche di ciò che facciamo, ad esempio: chiudere la porta con il riscaldamento acceso aiuta ad abbattere i costi che potrebbero diventare molto alti, fare bene la raccolta differenziata evita di prendere multe (oltre a dispensare il Clan dall’infilarsi nei bidoni per spostare i rifiuti sbagliati), pulire bene dopo le cene e non lasciare cibo sparso per la sede elimina la presenza di topi e il relativo costo per tenerli lontani, la sede è nostra e siamo noi i primi a doverne avere cura!

Grillo Cangiante,
Ippopotamo Vorace, Lepre Loquace