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Per il cervo Gustavo la libertà ha il calore di una stalla

Alla libertà dei boschi e alla vita con il branco preferisce il tepore di due stalle tutte per lui, il cibo che trova pronto e i vizi garantiti dalle persone che ogni giorno salgono in un piccolo paese dell’Ossola, a mille metri di quota, per fotografarlo come fosse una celebrità. La «star» è il cervo Gustavo, un esemplare di 15 anni e 200 chili che da quattro inverni passa i mesi freddi nella casa di un allevatore. Teatro di quella che è stata battezzata una «fiaba vera» è Trasquera, borgo di meno di 200 abitanti in valle Divedro, incastonato tra le montagne a pochi chilometri dal confine con la Svizzera. Un paese dove la scuola è frequentata da una sola bambina, l’unico bar sulla piazza resta chiuso d’inverno e la presenza di questo cervo che sceglie di vivere in una stalla è diventata l’attrazione, tanto da essere segnalata con cartelli lungo la strada. L’ «angelo custode» del cervo è Romeo Manna, allevatore di 62 anni che a Trasquera accudisce tre mucche, un toro e 11 gatti. «E poi c’è il cervo Gustavo – racconta -. La prima volta che è arrivato, una mattina di quattro anni fa, ho avvisato la Forestale: mi hanno chiesto se volevo tenerlo e ho accettato. Da allora lo accudisco come un figlio. Ha due stalle, senza porte o recinti. Potrebbe andarsene quando vuole e invece resta qui: è diventato la mia famiglia e io la sua. È troppo vecchio per tornare nel branco, lo ucciderebbero». Gustavo a Trasquera ha prati dove passeggiare e due pasti al giorno assicurati da Romeo: uno al mattino con mele e verdura e un altro alle 20 con gli avanzi della giornata. «A volte anche la pastasciutta – racconta l’allevatore, la cui abitazione è attaccata a una delle stalle diventate la casa del cervo -. Se per caso tardo, viene alla mia porta e con le corna picchia sul vetro». Durante la giornata ci sono gli spuntini che gli portano alcune persone del paese e i curiosi che salgono a Trasquera per lui. Ad accompagnare i visitatori a conoscere il cervo è lo stesso Romeo: non sempre però è possibile accarezzarlo. «A Gustavo non tutte le persone vanno a genio, svela l’allevatore, sembra che riconosca quelle che trasmettono negatività».
da “LaZampa.it”

Le avventure di Oo

Ciao amici!
…e le avventure di Oo?
…non è “aria”, scusate ma devo correre…
Riuscirò un giorno a raccontarvi di quando la mitica tartaruga incontrò Mowgli, se vi va leggete questa storia, ora!
vostra t. r.

Scuola, Ingrid unica alunna con tre maestre
Trasquera (Verbano Ossola Cusio), 15 settembre 2016 – HEIDI in realtà si chiama Ingrid e abita a Trasquera, paese mignon dell’Ossola. Unica alunna di una scuola elementare che doveva essere cancellata dalla spugna burocratica del ministero. E invece è stata salvata dall’amministrazione comunale. Frequenta la classe quinta: una sola scolara con tre insegnanti: la maestra (signora maestra, quanti ricordi in queste due parole) Monica Egoli, l’insegnante di inglese Lisanna Cuccini, e quella di religione Pieranna Romussi. Trasquera, ultimo paese della Valle, a una manciata di chilometri dal confine con la Svizzera. All’inizio del secolo scorso, prima che iniziasse la diaspora della manodopera, i residenti erano più numerosi che a Domodossola. Oggi sono 270 su una superficie di quasi 40 chilometri quadrati. Un centinaio gli emigrati, in Svizzera, Francia, Argentina. Le sagome imponenti del Monte Rosa, del Leone, del Cistella, vegliano su paesi spopolati e alpeggi verdeggianti. «Alla fine dell’ultimo anno scolastico – dice Arturo Lincio, agronomo e sindaco al terzo mandato – la dirigenza scolastica ci ha segnalato che non c’erano la condizioni per mantenere la classe e quindi che la nostra scuola doveva chiudere. Ci siamo subito attivati con la Regione Piemonte perché fosse applicata la legge regionale sul mantenimento dei servizi scolastici nel territorio montano. Abbiamo fatto presente che siamo a 1.100 metri, che la strada per il fondovalle è tortuosa e può diventare impraticabile nei mesi invernali, con la neve, che non disponiamo di uno scuolabus. Abbiamo sottolineato che l’anno prossimo avremo due scolari, nel 2018 saranno cinque, nel 2021 arriveranno a nove. Ci è stato assegnato un contributo. Noi ci abbiamo messo del nostro. La scuola è rimasta».
IL PAESE ha preservato le sue elementari e Ingrid Quaresima è tornata a sedersi al suo banco, quello che divideva con l’amica Marica. Tutto a portata di voce perché il comune dove lavora mamma Elia e la scuola sono nello stesso edificio. Bella storia. Sarebbe piaciuta a De Amicis. Nell’unica aula maestra e allieva stanno rivedendo i compiti delle vacanze. Superata la timidezza iniziale, Ingrid fa pierre. Idee chiare sul presente, prospettive ben delineate per il futuro. «Le materie che preferisco sono scienze e matematica. Da grande voglio fare la cuoca oppure la pasticcera. Le mie specialità sono la frittata e il riso al radicchio». L’insegnamento è escluso? «La maestra no. Troppo casino». Studiare le piace. Si stupisce e si rammarica che sia già arrivata la pausa di mezzogiorno. Un attimo di ripensamento, da bambina avveduta. «Mamma, mi potevi dire che venivano i giornalisti. Mi preoccupa di finire sul giornale. Bisogna stare attenti. Ho paura di sbagliare». Insieme da sempre, Ingrid e la maestra Monica trascorreranno a scuola ventidue ore ogni settimana. Il tu reciproco è quasi d’ordinanza. Con il tempo è nata la confidenza. La bambina parla all’insegnante degli animali che alleva il nonno, le racconta dei dispetti che deve subire dalla sorellina più piccola. «Anche se avessi venti alunni – dice Monica – non darei una impostazione formale, rigida. L’importante è il rispetto e questo non è mai mancato. L’impostazione della giornata è quella classica, con anche l’intervallo. Una cosa importante. I nostri scolari non sono mai stati degli isolati. L’anno scorso hanno partecipato con la quinta elementare di Varzo a un progetto sull’Odissea. Vanno in gita con gli alunni di Varzo. Partecipano alle prove di verifica con tutti gli scolari del circolo didattico».
BELLA storia. Piccola fiaba di montagna. Anche se il sindaco Lincio ha uno strale amaro da lanciare. «Pare di assistere ad azioni deliberate che provocano lo spopolamento dell’arco alpino, la fuga delle giovani coppie, la chiusura delle scuole, dei presidi medici, dei negozi. I finanziamenti vanno alle città, dove ci sono i grandi numeri e anche i grandi voti. Poi ci dicono che le nostre elementari devono smettere di esistere. So di posti dove ci sono tre scuole a 500 metri di distanza una dall’altra e dove i genitori pretendono lo scuolabus». De Amicis si rabbuia. Ma subito ripensa alla storia di Ingrid e ritrova il sorriso.

-Gabriele Moroni

Realizzate la vostra ARCA, ogni giorno

Scegliendo di prendere la partenza, qualche mese fa ragionavo su cosa implicasse “partire” e “essere pronti a servire”. Alcune delle conclusioni che mi hanno spinto a intraprendere la strada del servizio all’interno del gruppo sono le stesse che cerco di mettere in pratica ogni giorno, seguendo l’esempio della mia famiglia. Il film “Un’impresa da Dio” ci regala un insegnamento molto prezioso: “Il mondo si cambia con un gesto di reale e cortese affetto alla volta”; in inglese l’acronimo porta alla parola ARCA, che spiega il compito affidato al protagonista all’inizio del film. Questa massima è stata per me fondamentale durante il cammino di partenza, e lo rimane tutt’ora nella mia vita. Non bisogna mai sottovalutare quello che si può fare quotidianamente per gli altri. Stupirsi ogni giorno, per i gesti anche piccoli e le cose quotidiane è la base di ogni sogno. Bisogna sempre cercare di sorridere perché non si sa mai a chi possa servire il nostro sorriso e quanta distanza esso possa coprire. Pensate: siamo uomini, animali sociali, viviamo in grandi città brulicanti di anime, di persone, non donare ogni giorno anche solo un sorriso ci renderebbe molto più simili a ingranaggi che a esseri umani. In fondo donare amore, perché è di questo che si tratta, a noi cosa costa? A volte un abbraccio, a volte chiedere “Come stai?” e ascoltare la risposta, a volte perdonare. È incredibile pensare che proprio da un piccolo gesto, il mondo possa iniziare a cambiare davvero; eppure incominciando il mio servizio, nulla mi è parso più vero. Al momento della scelta mi sembrava tutto abbastanza chiaro: volevo essere testimone dei valori scout e cristiani nel servizio verso il prossimo. Poi sono entrata in contatto coi ragazzi, con il loro esuberante e strabiliante mondo e ho iniziato a capire verso dove stavo “partendo”. C’è una differenza abissale tra l’essere pronti ad amare e servire guardando le cose da fuori campo, e il giocare la partita di persona. La scelta, quella vera, la viviamo ogni giorno: la sfida sta nell’usare il cuore in ogni occasione che ci si presenta durante la giornata. Bisogna amare, e poi amare di nuovo; cercare sempre nuove avventure, rischiare, produrre cambiamento e una volta fatto ciò condividere la gioia che ne deriva con chi ne ha meno. È necessario donare senza ripensamenti e senza preoccupazioni, consci del fatto che il bene, prima o poi, germoglierà nell’altro e darà frutto.

-Giorgia Broggi

Un anno a bocca aperta

In famiglia, mi prendono tutti in giro, perché la mia esclamazione più frequente è “ooooooh! ”.
Occhi e labbra si muovono indipendenti dalla mia volontà, e così mi ritrovo spesso a sentirmi dire che parlo con gli occhi e che non sono in grado di nascondere quello che provo.
Non so le volte che, a bocca aperta, ho ascoltato i racconti del “Libro della giungla”, da Bagheera e da Akela, come un bambino e mi sono ritrovata a chiudermela, la bocca, con le mani…
E le lacrime di commozione nel veder cantare la mia comunità capi… preciso che sono intonati…
A 46 anni ho vissuto un anno di “ooooooh”, inaspettato, voluto e vissuto, pian piano, con gioia.
Non ero scout, pare che ora io lo sia.
Bè, voglio tenermi per me i ricordi del campo estivo con il mio branco e non dimenticare i visi dei lupetti durante le avventure dell’anno trascorso. Esperienze belle e troppo grandi per scriverne e raccontare.
Grazie!

 
Una tartaruga che ora ha le ali

Prendersi la colpa: il castorino che voleva essere capo

«Erica, lo sai? Ho deciso che da grande voglio fare il capo scout!»
È il mio castorino preferito a parlare. Mi guarda dal basso in alto, con un larghissimo sorriso sdentato non proprio pronto a rosicchiare.
Lo so, lo so! Non si dovrebbe avere un castorino preferito, ma se può essere un’attenuante, confesso che in effetti ho moltissimi castorini preferiti: praticamente tutti quelli che ho incontrato.
Ad ogni modo, non faccio in tempo ad aprire bocca che lui è già scomparso. Chiaramente stava parlando a decisione già presa, dirlo ad alta voce era puramente a titolo informativo.
Il giorno dopo, si ripresenta con un’espressione più seria: «Erica, sai, ho deciso che non voglio più fare il capo scout.»
Sono colta alla sprovvista, di nuovo. Ogni tanto dimentico che i castorini sono bestioline complicate.
Mi guarda dal basso in alto e questa volta si aspetta una risposta.
«E come mai?» chiedo.
«Beh, perché se un bambino va a giocare nel bosco e si perde o si rompe la testa è tutta colpa tua.»
La sensazione è quella di trovarmi di fronte alla sintesi di un sofisticato studio di fattibilità, con una chiara definizione dei pro e dei contro. Pare che a questa storia del capo scout abbia pensato davvero per bene, così cerco di ribattere in modo altrettanto intelligente, ma mi trovo subito in difficoltà.
Parlare con i castorini è estremamente bello e al contempo tremendamente complicato, perché ti costringono a quella linearità che arriva direttamente all’essenza delle cose, districandoti dal groviglio dei giri di parole tipici dei discorsi eruditi, nei quali è facile perdere il filo. Tutto questo senza però scadere nella banalità o camuffarsi dietro a fuorvianti diminutivi e vezzeggiativi. Vogliono risposte vere, risposte semplici. Veloci, anche. Quelli più tosti ti intrappolano con una lunghissima catena di rapporti causa-effetto, che procede indefinitamente attraverso una raffica di “perché” che sembrano dover portare alla comprensione dell’origine del mondo o alle prove dell’esistenza di Dio.
Come dei piccoli Socrate, ti interrogano spronandoti a snocciolare fino all’osso qualsivoglia argomento, fino a farti concludere da te, che in effetti non sai proprio niente di niente.
Ci provo:
«Sì, è vero, ma se i capi avessero paura di prendersi le colpe non potremmo giocare insieme, né fare i pernotti, né i campi… e poi i castorini lo sanno che non si devono mettere nei pericoli. Al massimo ti può capitare che ti sbucci un ginocchio.»
«Io me lo sono sbucciato il ginocchio!»
Mi mostra con una punta di fierezza le pellicine miste a sangue coagulato, quasi fossero ferite di guerra.
«Lo so, ma va bene ogni tanto sbucciarsi le ginocchia.»
Ci pensa su, non l’ho convinto.
«Va beh, tu fa’ come vuoi!» conclude pacifico. Mi abbraccia frettoloso e se ne va con il solito sorriso sdentato. È così poco, ma anche ripensandoci adesso non ci trovo nulla da aggiungere.
Erica

Servizio: lettera della partenza

Caro Clan,
anche per me è giunto il momento di salutarvi e scrivervi la mia lettera della partenza. Intanto un grazie a voi, mia comunità di clan, che mi avete trasmesso tanti valori ed emozioni che non dimenticherò mai; Ad elencarli tutti, la lettera sarebbe diventata troppo lunga, ma grazie a questi valori sono riuscito nonostante la mia forte timidezza ad esprimermi e a mettermi in gioco nelle differenti realtà (quella scout e quella al di fuori).
La mia gratitudine verso lo scoutismo è così grande che ho voluto fare una scelta di servizio in associazione. Certamente la gratitudine non basta per fare una scelta di questo tipo.
Infatti credo che lo scoutismo, attui una azione educativa veramente efficace, che veramente incide nella crescita dei ragazzi, un metodo che consente a ciascuno di dare il meglio di sé. La mia esperienza personale dice proprio questo: nello scoutismo impariamo a superare i nostri propri limiti e guardare il futuro con ottimismo, sconfiggendo le nostre paure.
Nel mio cammino di fede ho imparato che la sofferenza, che tutti incontriamo nella vita, si può affrontare e sostenere creando relazioni d’amore significative con le persone che ci circondano. Questo amore, che il Signore mi ha fatto conoscere facendosi carne, lo voglio vivere e testimoniare.
Ho trovato tanta ricchezza nello scautismo e una cosa che mi ha sempre particolarmente colpito è stato accorgermi di quanto fosse importante il servizio, sia quando ero oggetto che quando ero soggetto attivo dello stesso.
Infatti spesso ripenso a tutti quei capi che ho incontrato nella mia storia scout, senza i quali non potrei essere la persona che sono.
Sono convinto che in una realtà che ci presenta molte contraddizioni e disuguaglianze, ciascuno di noi debba fare la propria parte per lasciare il mondo migliore di come l’ha trovato. Bisogna sporcarsi le mani per attuare un cambiamento che parte dalla singola persona per riflettersi nel territorio in cui viviamo.
Sono dunque pronto a prendermi il mio zaino di responsabilità e mettermi in marcia.
Mi auguro di incontrare lungo il mio cammino molti di voi per condividere insieme questo impegno.
Vi aspetto, dall’altra parte della barricata a braccia aperte.
Buona strada
Peruzzo Matteo
(Koala Compagnone)

La sindrome del nonno pantofolaio

Con un grande salto di Akela, all’inizio di questo anno scout, ho lasciato la Giungla e sono atterrato nel villaggio degli uomini: la branca EG. Un cambiamento di servizio inaspettato, accompagnato da molte curiosità: che cos’è il reparto oggi? Quali competenze mi occorrono per abitare la verde avventura? I ragazzi di oggi sono come ero io, come erano i miei compagni di reparto? A queste e a molte altre domande ho cercato di dare una risposta in questi primi tre mesi di attività.
È stato inevitabile paragonare la mia esperienza di reparto, di squadriglia, in generale di relazione, con l’esperienza vissuta oggi dagli esploratori e dalle guide del reparto Orione. Non posso dire di aver risposto a tutto, ma posso comunque proporvi una prima serie di considerazioni.

I ragazzi sono cambiati: pare un’affermazione scontata, ma occorrono delle precisazioni. Siamo un po’ tutti vittima, noi capi, della sindrome del nonno pantofolaio: “Non c’è più il reparto di una volta! Ai miei tempi…”. Veterani di innumerevoli campi invernali, di Pasqua ed estivi ci sentiamo forti nell’affermare il primato del reparto di allora contro la mediocrità del reparto di oggi. Non posso avere certezze, ma credo che si tratti soltanto di una questione di prospettiva. Ora che siamo noi i grandi, i ragazzi ci sembrano davvero piccoli. I ragazzi sono cambiati perché è mutato l’ambiente che vivono e perché i capi non sono più gli stessi. Ogni peggioramento, se c’è, è da ricondurre a questi due fattori. Esemplifico: quando ero io in reparto WhatsApp non esisteva ancora ed oggi la dinamica dei gruppi, delle visualizzazioni senza risposta e degli status influenza decisamente il modo in cui i ragazzi si relazionano (ecco allora il compito della Staff: leggere il fenomeno, tenere ciò che di buono c’è, buttare il superfluo…); quanto al fattore capi possiamo dire con saggezza Bellottiana: la squadriglia è lo specchio del capo squadriglia, il reparto è lo specchio dei capi reparto (da qui si deduce che ogni staff ha uno stile, predilige aspetti diversi dell’avventura scout e quindi, in definitiva, lascia un’impronta diversa).
Quanto alle competenze richieste al capo (in particolar modo in branca EG), penso che non serva molto più di quel bagaglio minimo costituito dalle capacità e dalla tecnica dell’uomo dei boschi (che il capo avente una formazione scout dovrebbe già possedere). B.-P. stesso ci ha tranquillizzato su questo punto: “vorrei smentire il diffuso preconcetto che, per essere un buon capo, uno debba essere una persona perfetta o un pozzo di scienza” (Il libro dei capi, capitolo I). Oltre a questo, oggi più che mai occorre ricordare la competenza fondamentale, ben sintetizzata da una frase del Papa che costituisce il tema di questo numero di Tuttoscout: “essere costruttori di ponti”, cioè essere abili tessitori di relazioni, essere capaci di arrivare a tutti e specialmente ai più lontani, ai più soli, ai più deboli.
Carlo Maria

Sono Musulmana e porto il velo…

Cari amici, il numero di questo mese è dedicato ad un tema particolare: il “fare ponti”, come ci dice Papa Francesco, una cosa che noi scout sappiamo (e dobbiamo saper fare) bene!
Mi vengono in mente le parole di Greg Monterson, alpinista, scrittore di “Tre tazze di te” e “La bambina che scriveva sulla sabbia”, e costruttore di scuole “negli ultimi posti al mondo”, che racconta di quando la sua associazione, il Central Asia Institute, costruì la sua prima scuola alle pendici del K2: in pratica, dopo tanto pianificare per costruire la scuola, ci si rese conto che non sarebbe stato possibile fare nulla senza prima costruire un ponte che portasse la strada, e quindi i mattoni e tutto il necessario, fino allo sperduto villaggio. “Da quel giorno – dice Greg – ogni volta che abbiamo costruito una scuola abbiamo dovuto, prima, costruire un ponte. Non un ponte fisico, ma un ponte di relazioni
Ecco, noi scout siamo (e dobbiamo essere) bravi a fare entrambi ma, questa volta, vorrei raccontarvi un esempio di come si possa “costruire un ponte” in men che non si dica, anche mentre si aspetta l’autobus…

Salma ha 21 anni e studia giurisprudenza all’università. Da mesi percorre la stessa strada per prendere il pullman e, ogni mattina, incrocia un signore di mezza età che la guarda dall’alto in basso, sbuffa, borbotta qualche frase razzista e prosegue. Salma sarebbe anche capace, con il suo caratterino, di rispondere in modo poco educato facendosi anche un paio di risate, ma si trattiene fino all’ultimo.
Arriva poi, inattesa e mai voluta, la strage di Parigi. La reazione dell’anziano signore è da quel giorno ancora peggiore: ogni volta che vede Salma alla fermata, scappa! Il primo giorno, anche Salma è spaventata, il secondo, rimane allibita dal suo comportamento, il terzo giorno, ride!
Al quarto giorno, decide di fermarlo e chiacchierarci nel modo più educato che esista: “Senta, stia ad ascoltarmi, una volta che avrò finito, scapperò io! Io sono musulmana, glielo dico perché ritengo che sia giusto darle delle spiegazioni. Dunque, sono Musulmana, con la M maiuscola (in fondo è una fede come le altre e va rispettata) porto il velo e sotto di esso ho dei capelli, ben lavati con uno shampoo italiano, a base di keratina. La mattina ho il piacere di incontrarla perché frequento l’Università di Milano e capirà anche che anche se sono un’immigrata pago le tasse, anzi non sono io a pagarle ma mio padre, un uomo che lavora duro, è un operaio e trascorre più ore al lavoro che con noi…
E quindi? – risponde duro il vecchietto – Che c’entra? Stai solo perdendo tempo: voi” musulmani “siete dei terroristi senza cuore!
Aaaalt – riprende, ferma, Salma – non ho ancora finito! Come musulmana non mi dissocio da nulla, significherebbe distaccarsi da un’idea alla quale avevo precedentemente aderito. Non giustifico la mia religione, perché, come lei saprà, tutte le fedi diffondono amore, fratellanza, giustizia e equità! L’Islam vieta il crimine, chi uccide un solo uomo è come se avesse ucciso l’umanità intera.”
C’è un attimo di pausa, forse solo un prender fiato o forse il cenno di un primo collegamento…
Una domanda – continua lei con un sorriso – sa fare qualche conto in matematica? Io non sono bravissima ma ci vuole poco per dire che 1+1=2.
Certo che so contare – risponde ancora, offeso, il passante – che credi? che io sia analfabeta, per chi mi ha preso?
No, ma si figuri, tutti – precisa Salma - siamo ignoranti su qualcosa: a scuola o nella vita ignoriamo sempre qualche materia o situazione mondiale e, quando qualcuno ne parla con noi, non riusciamo a rispondere a tale argomento. Questo significa ignorante: che non sa qualcosa!
Ma tornando al discorso di prima: Musulmano = Terrorismo, giusto?
La risposta è un “sì” secco: “c’è poco da spiegare qui!
Ma Salma non si arrende: “Certo, come si chiama lei e che lavoro fa?
“M… e faccio lo spazzino!
Ok, ma allora se ragioniamo come prima potremmo dire: italiano= mafioso, M… = spazzino. suona bene?
Qualcosa si muove…
Certo che no! Smettila di usare certe metafore! noi non siamo tutti mafiosi e io non mi chiamo spazzino
Ecco, le ha dato fastidio vero? Beh è esattamente la stessa cosa che provo io ogni volta che lei sbuffa, borbotta o scappa; anzi mi spaventa.
La voce della ragazza col velo è calma, ma decisa: “Ha dimenticato le stragi della prima e seconda guerra mondiale? E quello che sta succedendo in Siria, Iraq, Palestina… la lista è lunga non sto qui ad elencarle. Quello si chiama terrorismo, esso non ha etichette religiose, culturali. Ha solo un nome: disumanità.
La disumanità è un terrorismo a cui piace la moda: una volta si veste all’americana, una alla musulmana… sono sicura che un giorno andrà in giro anche in “minigonna e top”… Ci lascerà a bocca aperta e ci spappolerà il cuore, vedrà!
Ultimamente la disumanità, ha deciso di mettere la tunica e far crescere un po’ di barba. Prima o poi passerà anche questa moda. Persino il silenzio è una forma di terrorismo: abbiamo calpestato la nostra dignità, spazzato la misericordia, oppresso la coscienza e ucciso l’umanità.
È stata dura, ma la lotta contro il fiume è stata vinta e sono state gettate le fondamenta di un nuovo ponte, di un nuovo legame…
Beh, signorina – la voce dell’anziano signore ora è diversa, quasi dolce – non so che dire. mi ha lasciato senza parole… ha ragione dobbiamo imparare a informarci un po’ di più, prima di aprir bocca… mi perd…
Lo sa che adoro il caffè?”, dice Salma ancora prima che l’altro possa finire di scusarsi, perché ormai il ponte sembra saldo e bisogna solo provare ad attraversarlo…
Il bar è qui davanti a noi. Questo significa che accetta le mie scuse?
Per un buon caffè farei di tutto – ammette la nostra amica - domani mattina scapperà ancora quando mi vedrà? Perché mi divertiva vedere la sua faccia terrorizzata!
Il signore, con un sorrisone stampato in faccia, risponde: “Lei è riuscita a cambiare la mia prospettiva, io le strapperò un sorriso per il resto della settimana…

Enrico Gussoni

La sindrome del nonno pantofolaio

Con un grande salto di Akela, all’inizio di questo anno scout, ho lasciato la Giungla e sono atterrato nel villaggio degli uomini: la branca EG. Un cambiamento di servizio inaspettato, accompagnato da molte curiosità: che cos’è il reparto oggi? Quali competenze mi occorrono per abitare la verde avventura? I ragazzi di oggi sono come ero io, come erano i miei compagni di reparto? A queste e a molte altre domande ho cercato di dare una risposta in questi primi tre mesi di attività.
È stato inevitabile paragonare la mia esperienza di reparto, di squadriglia, in generale di relazione, con l’esperienza vissuta oggi dagli esploratori e dalle guide del reparto Orione. Non posso dire di aver risposto a tutto, ma posso comunque proporvi una prima serie di considerazioni.

I ragazzi sono cambiati: pare un’affermazione scontata, ma occorrono delle precisazioni. Siamo un po’ tutti vittima, noi capi, della sindrome del nonno pantofolaio: “Non c’è più il reparto di una volta! Ai miei tempi…”. Veterani di innumerevoli campi invernali, di Pasqua ed estivi ci sentiamo forti nell’affermare il primato del reparto di allora contro la mediocrità del reparto di oggi. Non posso avere certezze, ma credo che si tratti soltanto di una questione di prospettiva. Ora che siamo noi i grandi, i ragazzi ci sembrano davvero piccoli. I ragazzi sono cambiati perché è mutato l’ambiente che vivono e perché i capi non sono più gli stessi. Ogni peggioramento, se c’è, è da ricondurre a questi due fattori. Esemplifico: quando ero io in reparto WhatsApp non esisteva ancora ed oggi la dinamica dei gruppi, delle visualizzazioni senza risposta e degli status influenza decisamente il modo in cui i ragazzi si relazionano (ecco allora il compito della Staff: leggere il fenomeno, tenere ciò che di buono c’è, buttare il superfluo…); quanto al fattore capi possiamo dire con saggezza Bellottiana: la squadriglia è lo specchio del capo squadriglia, il reparto è lo specchio dei capi reparto (da qui si deduce che ogni staff ha uno stile, predilige aspetti diversi dell’avventura scout e quindi, in definitiva, lascia un’impronta diversa).
Quanto alle competenze richieste al capo (in particolar modo in branca EG), penso che non serva molto più di quel bagaglio minimo costituito dalle capacità e dalla tecnica dell’uomo dei boschi (che il capo avente una formazione scout dovrebbe già possedere). B.-P. stesso ci ha tranquillizzato su questo punto: “vorrei smentire il diffuso preconcetto che, per essere un buon capo, uno debba essere una persona perfetta o un pozzo di scienza” (Il libro dei capi, capitolo I). Oltre a questo, oggi più che mai occorre ricordare la competenza fondamentale, ben sintetizzata da una frase del Papa che costituisce il tema di questo numero di Tuttoscout: “essere costruttori di ponti”, cioè essere abili tessitori di relazioni, essere capaci di arrivare a tutti e specialmente ai più lontani, ai più soli, ai più deboli.

A tutti l’augurio per un sereno e Santo Natale!

Carlo Maria

assemblea

Assemblea di Zona Ticino-Olona AGESCI

assembleaConvocazione per la prossima Assemblea della Zona Ticino-Olona a cui parteciperanno tutti i capi censiti nei 12 Gruppi AGESCI della Regione Lombardia appartenenti alla zona.

Per permettere ai membri della Comunità Capi del Gruppo di partecipare a questo importante momento di confronto e di democrazia associativa, nella giornata di Domenica 26 Ottobre il Gruppo Busto Arsizio 3 non farà attività.