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Comprendere e giustificare

Di recente la discussione dentro e fuori l’AGESCI si è animata per la presa di posizione dell’associazione (o di sue componenti regionali e locali) rispetto al Decreto Sicurezza varato dall’attuale governo. Da chi si è dichiarato solo preoccupato (come la FIS, la Federazione Italiana dello Scoutismo) a chi sembra aver appoggiato atti di “disobbedienza civile” come nel caso di AGESCI Sicilia. Il guazzabuglio di commenti è stato variopinto, poco costruttivo e in realtà breve come quasi tutto ciò che succede sui social. Da un lato c’era chi rinfacciava a noi scout di preoccuparci per gli immigrati e non per “i terremotati” e gli altri italiani che soffrono, quando noi sappiamo benissimo di essere i primi a correre a prestare servizio ovunque la terra tremi o i ponti crollino come nelle periferie e nei quartieri “di frontiera”, mentre chi critica non si è ancora mosso dalla sedia. Dall’altro molti hanno festeggiato il fatto che l’associazione, gravata dal peso di circa 180.000 soci con pensieri e idee comuni per quanto è possibile, ma comunque distinti, abbia compiuto un atto rarissimo: prendere posizione riguardo a qualcosa. Qualcuno avrà contrapposto l’AGESCI “del dire” con quella “del fare” e qualcun altro avrà inneggiato al “fedeli e ribelli!” delle Aquile Randagie. Dopotutto restiamo un’associazione che fa dell’antifascismo un cardine del proprio statuto e dell’aiuto al prossimo lo scopo della propria esistenza, quindi da buone sentinelle e uomini dei boschi restiamo giustamente all’erta ad ogni avvisaglia di libertà violate.

Il punto che vorrei toccare, però, rimane ciò che veramente era scritto in quel comunicato dell’AGESCI Sicilia così foriero di triboli: < [AGESCI Sicilia] comprende le iniziative di “disobbedienza civile” nei confronti di leggi palesemente in contrasto con i principi etici di accoglienza e rispetto… >
La coscienza di un qualsiasi scout dovrebbe essere scossa dal leggere “iniziative di disobbedienza nei confronti di leggi”, poiché la legalità e il rispetto delle regole comuni sono l’asse di colmo della tenda dello scoutismo. Eppure, io approvo e apprezzo quanto scritto in quel comunicato per l’uso della parola “comprende”. Si può comprendere un reato? Oppure un crimine?
Io penso che non solo si possa ma sia un preciso dovere civico, sociale e umano comprendere anche l’azione che non condividiamo. Infatti, comprendere e giustificare sono due cose diverse: non possiamo giustificare senza comprendere, ma non sempre dobbiamo giustificare ciò che comprendiamo. È fondamentale, per essere cittadini attivi, scout attenti e persone giuste, cercare di comprendere cosa porta le persone ad agire in un certo modo. Solo capendo le cause si possono risolvere gli effetti. Quindi, da buoni esploratori e guide, branco in caccia, uomini e donne della Partenza, chiediamoci perché qualcuno voglia disubbidire, ma anche perché qualcuno abbia odio del diverso, paura dello straniero, astio verso chi sta peggio di lui e mille altre domande che possono affliggere le nostre sensibilità e richieste.
Comprendere e basta non risolverà i problemi. Ma è molto difficile risolvere un problema senza averlo compreso e, in particolare, è impossibile risolverlo a lungo termine.
E.G. Geco Coinvolgente

Viva la libertà, viva!

“Preziosa e fragile, instabile e precaria, chiara e magnetica, leggera come l’aria, allenami, insegnami a vivere con te!”
…Buon vecchio Giovanotti… sentivo la sua canzone e queste parole mi hanno ricordato le parole di una lupetta di nove anni.
Respirare la gioia della libertà e accettare e vivere il coraggio di perseguire obbiettivi per il bene comune. Fantastico cara lupetta!
“Viva la libertà, viva! Parola magica, mettila in pratica, senti che bella è, quant’è difficile. E non si ferma mai, non si riposa mai. Ha cicatrici qua, ferite aperte là, ma se ti tocca lei, ti guarirà”
B.P. diceva: “Il vero modo di essere felici è quello di procurare la felicità agli altri”. E aggiungeva: “Desideriamo far andare avanti i nostri ragazzi con una gioiosa autoeducazione che venga da dentro e non con l’imposizione di una istruzione formale dal di fuori”.
Ecco cara lupetta, tu me lo hai insegnato. Il bene e la gioia sono dentro di noi. Insieme cresciamo nel bene. B.P. diceva che non si ottiene disciplina punendo un ragazzo per una cattiva abitudine, ma sostituendo quest’ultima con un’occupazione migliore, che assorba la sua attenzione e gradualmente lo conduca a dimenticare e abbandonare la precedente. “ Però nulla è facile! Ecco perché i capi, soprattutto all’inizio di un anno scout, chiedono a Dio il coraggio nel perseverare il bene. E… ci si prova! Sempre!
“Le donne e gli uomini, gli esseri viventi, piante selvatiche e tutti gli animali, spiriti liberi fatevi vivi! Tempi difficili, a volte tragici, bisogna crederci e non arrendersi. Viva la libertà, viva! ”
E B.P. aggiungeva: “Vi sono opinioni diverse su ciò che costituisce il successo. Denaro, posizione sociale, potere, risultati raggiunti, onorificenze e così via. Ma non tutte queste cose sono alla portata di ciascuno, né arrecano ciò che è il vero successo, cioè la felicità”.
…Ed ecco che il cerchio si chiude, cari Giovanotti e mia lupetta.
“ Viva la libertà, viva. Con gioia, per la felicità!
Grazie!

t. r.

Che bello stare al Busto 3

Cari amici,

Io vorrei ringraziare tutti voi perché mi avete accolto e perché mi avete permesso di fare una lunga strada insieme.
I miei genitori mi hanno portato agli scout di Busto da Tradate e non conoscevo nessuno.
Prima sono stato accolto dal reparto e poi pian piano mi sono trovato nel clan.
Non è stato facile capire perché mi trovavo lì e tante volte ho fatto fatica a seguire, a camminare, a giocare e a fare le attività.
Però che bello quando ci riuscivo ed ero uguale a tutti voi.
Grazie perché mi avete sempre trattato come uno uguale agli altri e non speciale.
Anche quando mi sgridavate.
Poi mi sono accorto che con voi non solo stavo bene, ma che mi avete aiutato a diventare grande.
E con voi ho fatto la mia prima scelta da solo.
Quando ho scritto la lettera che volevo fare la partenza non l’ho detto alla mamma.
L’ho scelto io perché ho pensato che mi sarebbe piaciuto tanto continuare a stare con voi.
Io sono un ragazzo down e frequento un’associazione dove mi insegnano a vivere in questa società con le sue regole e le sue consuetudini.
Molto spesso mi sono accorto che le cose che faccio in associazione le avevo già viste con voi.

Ma la cosa più importante che sto imparando è che anche noi persone disabili dobbiamo impegnarci per insegnare alla società l’accoglienza del diverso, del più debole o di tutti coloro che hanno difficoltà.

Io so che sono stato aiutato tanto e vorrei quindi aiutare tutti coloro che hanno bisogno e, attraverso i miei gesti, testimoniare l’importanza di costruire un mondo accogliente.

Per questo mi piacerebbe dedicarmi al servizio con i piccoli.
Quando riesco ad aiutarli e fargli capire che è bello avere degli amici e stare insieme, mi sembra di dire il bello che ho provato io.
A volte quando sono a Messa mi sembra che questi pensieri nascano dal sentire le parole di Gesù che mi dice di aiutare gli altri.

Ecco questo è quello che volevo dirvi.Un grande grazie a tutti voi, buona strada
Eugenio

I miei traguardi in noviziato

Nel momento in cui ho fatto i passaggi sul ponte, in cui me ne andavo via dal mio reparto Orione, con loro ho concluso un pezzo di strada. Salendo sul ponte dei passaggi mi è venuto da piangere.
Ho fatto il segno della Promessa, che ho promesso a Dio, e ho salutato il mio ex-reparto. Sono scesa dal ponte e ho fatto l’ingresso in noviziato in cui iniziava la mia nuova avventura con i nuovi capi e amici. Nuove amicizie e nuove attività.
Il momento in cui ho fatto servizio nei mitici Tiko.

Carissimi Tikonderoga,
se sono qui a scrivere questo per voi è perché sento mancanza dei miei adorabili bambini che mi vogliono bene con tutto il loro amore.
Vi dico grazie di quello che avete fatto per me ma posso dire che mi mancate moltissimo. Siete i miei cuccioli e io sono la vostra Mamma Rasha. Siete la cosa più bella che ho. Veramente.

I passaggi nei mitici Tiko
Quando ho fatto i passaggi su quel ponte ho concluso il mio servizio nei miei Tiko. Mi è venuto da piangere quando ho fatto il segno del saluto al branco. Mi sono sentita l’angoscia di tornare indietro. Dovevo stare con il mio branco.
Sono scesa da quel ponte e sono tornata di nuovo nella Stella Azzurra.

Granchio Coccoloso – Mamma Rasha

Bontà o pseudo-bontà?

Nell’ultimo periodo ho in mente un pensiero, l’uomo è capace di “fare” bontà?
Mi spiego con una storia:
il Dio che ha creato il mondo un giorno lanciò una maledizione ad un adolescente. Venne condannato a provare dolore, ogni qualvolta avesse visto gente che soffriva. Per evitare di provare dolore, il ragazzo dava una mano alla gente afflitta. Poco dopo il creatore creò una copia fasulla del ragazzo, la copia non aveva una volontà propria, ma avrebbe fatto le stesse azioni del giovane. Anche lui iniziò ad offrire il suo aiuto alla gente sofferente.
Quale dei due personaggi può essere chiamato ’Bontà’ e chi ’Pseudo-Bontà’?
A rigor di logica, si potrebbe dire che il ragazzo è reale, mentre l’imitazione che è una copia del giovane, può essere considerato un falso. Inoltre il ragazzo aiutava la gente sofferente e questo è un atto di bontà, mentre la copia non ha una volontà autonoma, quindi il bene che fa verso gli altri è solo frutto di un’imitazione. Pertanto il ragazzo dovrebbe essere chiamato ’Bontà’ mentre la copia ’Pseudo-Bontà’.
Anche se questa risposta può essere considerata la più logica, non può essere la risposta esatta, perché la bontà che segue una logica non è altro che pseudo-bontà. Sebbene il ragazzo aiutasse chiunque, il motivo che lo spingeva a farlo era la maledizione del creatore. Lo faceva solo per evitare che lui stesso provasse dolore. Anche se stava facendo del bene, lo faceva per se stesso. Quindi è indubbiamente una forma di pseudo- bontà.
Allora qual è la risposta? Il motivo per cui la copia può fare puramente del bene è perché non possiede una volontà propria, non riesce a pensare autonomamente. La differenza tra bontà e pseudo-bontà dipende dal motivo che guida chi compie delle buone azioni, cioè se vanno a suo vantaggio o meno.
Quindi, gli umani che possiedono una volontà possono perseguire il bene puro?
Gli umani non sono macchine. Hanno la loro volontà. Anche se fanno del bene, è ’impossibile che agiscano in maniera disinteressata, andando contro i propri interessi. Questo perché colui che fa del bene ne trae una soddisfazione psicologica e anche questo è un modo per ottenere vantaggi personali.
Quindi, sintetizzando: sacrificio e uno scambio di interessi fisici per interessi psicologici.
Ad esempio, un ragazzo sacrifica la propria vita per salvare cento persone. Perché dovrebbe farlo? Perché nella sua mente ’salvare cento persone’ è un atto più nobile e generoso di salvare la propria vita. Così facendo, non agisce solo in favore delle cento persone, ma anche di se stesso, perché è stato lui a fare quella scelta.
Nella situazione appena descritta, per gli umani è impossibile fare del bene puro perché essi possiedono una volontà autonoma. Gli umani possono fare delle scelte, e la scelta stessa è un atto che va a vantaggio di chi la compie! Di conseguenza, la bontà degli umani non può essere considerata bontà, ma pseudo-bontà.
Quando la pseudo-bontà diventa più grande della bontà, essa viene automaticamente distorta e diventa malvagità.
Per spiegare: immaginate il ragazzo che, a causa della maledizione, aiuta la gente che soffre. Un giorno incontra un uomo sofferente, ma che non può essere salvato o redento; a questo punto il ragazzo dovrebbe patire costantemente il dolore della maledizione. Quindi, non potendo salvare quell’uomo, cosa dovrebbe fare? C’è un’alta probabilità che il giovane potrebbe uccidere l’uomo che soffre, perché quando la pseudo-bontà è spinta all’estremo, può liberamente diventare malvagità!
C’è una piccola probabilità invece che, alla fine, il giovane decida di sopportare il dolore e non smetta di provarci. A quel punto la pseudo-bontà del giovane verrebbe sublimata a pura bontà.
Gli umani hanno la loro volontà, ma contro le tante scelte della vita, possono prendere delle decisioni sulla base del libero arbitrio. Chiaramente, questa è considerata un’azione che soddisfa gli interessi personali. Ma se si è costretti a fare una scelta che va contro ciò che vogliamo davvero, a quel punto la nostra volontà non si realizza come vorremmo e in questo caso si crea un concetto purò di bontà.
Mi scuso per quest’ampia dissertazione, ma spero che questa mia riflessione possa essere usata anche da altri, come spunto di pensiero…

Alessandro Cantù
Barbagianni Riflessivo

Dialoghiamo per crescere

Come si diventa un buon capo? Come si capisce se ciò che si sta insegnando ai ragazzi è assolutamente corretto e se le decisioni che si prendono diano i risultati migliori?
Forse è l’esperienza, forse bisogna leggere libri e ascoltare coloro che sono più esperti… forse il modo migliore per capire queste cose, e quindi differenziare un insegnamento corretto da uno sbagliato, è il confronto. Crediamo che il confronto sia lo strumento più adatto per interagire meglio con gli altri. Attraverso il dialogo e l’esperienza comunitaria noi possiamo crescere come persone responsabili, in grado sia di dare, sia di ricevere valori e sani principi.
Dopo aver preso la partenza oltre a tutte le varie componenti che un partente dovrebbe avere, egli sa che è all’inizio di un nuovo cammino, ha già gettato le fondamenta, ma l’edificio è ancora da costruire; e quale strumento migliore possediamo, se non il dialogo? Infatti una recente ricerca ha dimostrato che il più importante elemento che ha permesso all’uomo di sviluppare in modo così sorprendente le proprie capacità mentali e di migliorare le proprie conoscenze è riconducibile alla crescente interazione tra le persone.
È necessario perciò un confronto con i capi per capire, tramite le loro esperienze, quali scelte potrebbero essere le migliori; è indispensabile anche dialogare con i ragazzi per apprendere se dal loro punto di vista siamo dei buoni testimoni dei valori scout; è importante infine effettuare un cammino personale di fede, per poi condividerne l’esperienza con gli altri.
Condividere le proprie idee e pensieri non è facile; qualcuno potrebbe aver paura che quello che si sta per dire sia sbagliato o che per una parola di troppo si possa ricorrere all’ira o allo sdegno di chi ascolta. Bisogna eliminare questi pensieri dalla propria testa e parlare con gli altri senza paura, cominciando magari con le persone con cui ci si trova meglio, per poi riuscire ad aprirsi anche con gli altri. Magari anche quel ragazzo, sì, quello sempre seduto dall’altra parte del cerchio con cui al massimo abbiamo scambiato un timido ciao, anche lui, magari, potrebbero avere molto da dirci e da darci. Basta saper guardare le persone nel profondo, e non solo in superficie.
Bisogna superare la barriera della paura di non farcela, del timore di essere criticati perché troppo rigidi o perché troppo permissivi e riuscire ad essere semplicemente… noi stessi.
Ammettere in primo luogo le nostre imperfezioni, i nostri possibili errori e, di conseguenza, renderci conto che quando gli altri sbagliano non devono essere giudicati e basta, ma guidati a comprendere in che modo superare gli ostacoli e andare avanti.
Barbagianni riflessivo
Lupo selettivo

Editoriale: La grande bellezza

Non siamo molto originali con i titoli ma il tema scelto per quest’anno dalla pattuglia Fede è la BELLEZZA.
In un momento storico così confuso, contraddittorio, dove tutto è il contrario di tutto parlare di BELLEZZA sembra quasi un paradosso. Eppure già i saggi dichiarano che la Bellezza salverà l’Uomo e che Dio è il Bello in sé.
La deduzione logica di questi pensieri è che forse la Bellezza va cercata, annusata, sentita, vissuta perché ne abbiamo bisogno, a volte più dell’aria che respiriamo.
Ha senso cercare Dio nell’altro e nel creato, ma con un’attitudine condita di entusiasmo e energia.
Questo è quanto l’esperienza scoutistica porta in ognuno di noi che opera come educatore o gode nell’essere scout.
Esperienza di Bellezza è esperienza di Dio e a qualsiasi età delle nostre branche questo assume le caratteristiche del Giusto e del Vero.
I castorini con la Bellezza dello stupore per ogni cosa che smuove l’entusiasmo del cercare; la Bellezza della scoperta nei lupetti che da impeto a proseguire nella ricerca; la Bellezza dell’avventura negli esploratori e nelle guide, che pone sfide che fortificano e coltivano il coraggio; la Bellezza del servire, naturale approdo di un cammino nella Luce affinché si possa lasciare il posto un po’ migliore di quanto lo si sia trovato.
La Bellezza viene dall’Amore, l’Amore viene dall’attenzione.” Christian Bobin ci offre questo teorema che diventa traccia da seguire.
La stessa attenzione “sprecata” dai locandieri di Bethlemme all’arrivo di Giuseppe e Maria nel non comprendere il versetto “e tu Bethlemme non sei la più piccola delle città”, che è profezia.
La stessa attenzione dei pastori nello scorgere quel suono che annunciava come fosse una trovata pubblicitaria, o nel vedere nel cielo quella luce, la stessa che cattura l’attenzione di tre Magi e li convince ad intraprendere un cammino avendo come combustibile la speranza.
La stessa attenzione umile e silenziosa di Giuseppe, ben consapevole del ruolo di comparsa in questo straordinario palcoscenico ma senza il quale nulla sarebbe stato perfetto.
Ognuno ha un ruolo preciso, uno straordinario lavoro di team work dove il Disegno si realizza concretamente e attraverso la tenerezza di un bimbo neonato scatena la potenza dell’Amore.
E tutto alla Luce, perché sebbene la notte è il tempo in cui si svolsero i fatti, una luce apparse nel cielo e si fece giorno, la Luce che permette di vedere la Bellezza e non solo con gli occhi.

La Pattuglia Fede di CoCa

Tener fede agli impegni presi

Cari amici ed amiche, benvenuti ancora una volta sulle pagine di “Generazione X”.
Non sono sicuro se la sensazione che provo in questo momento nasca dal principio di raffreddore che mi sento insorgere, dal recente arrivo del caldo al quale non mi sono ancora del tutto abituato o dal semplice rendermi conto che mentre l’anno scout sta finendo, sta anche inesorabilmente per iniziare il periodo degli esami universitari.
La sensazione che provo, molti di voi l’avranno probabilmente intuito, è la stanchezza. Una strana stanchezza dovuta ad un misto di cause mentali ed ambientali che porta solitamente in dote un forte desiderio di abbandonare qualunque cosa si stia facendo e dedicarsi al riposo.
Non sarò certo io a schierarmi, spada tesa, contro l’ozio in generale. Non solo perché chiunque mi conosca anche solo un poco percepirebbe a distanza di chilometri l’ipocrisia, ma anche perché il riposo, nella quantità e nei momenti giusti, ci permette di affrontare con più gioia e meglio concentrati i diversi impegni della giornata.
L’unica vera differenza tra momenti d’ozio positivo e negativo, quindi, sta nel quando prenderseli. Come accennavo poco sopra, il caldo è arrivato e sembra davvero che non abbia intenzione d’andarsene ancora per qualche mese. Questo causa la forte tentazione di dedicarsi, già ad inizio Giugno, alle vacanze.
E perché no?” ci dice il cervello: “Alla TV ci sono già le pubblicità dei gelati, fa così caldo che le vecchiette non mi chiedono più se ho freddo coi calzoni corti e alla radio stanno già iniziando a far sentire continuamente la stessa canzone, ormai è tempo di festa!
Eppure è bene, il nostro bene, che teniamo duro ancora un po’. Se troviamo la cosa difficile, consiglio a tutti di fare un veloce salto indietro ad ormai due settimane fa, quando abbiamo visto intitolare una via della città alle nostre amate Aquile Randagie. Uno dei loro motti, e delle loro più grandi conquiste, era la consapevolezza di essere “Vissuti un giorno più del fascismo”.
Eppure anche loro avranno voluto arrendersi, considerando che spesso affrontavano non il caldo del sole estivo, ma il caldo del piombo bollente delle pallottole.
Viviamo, per fortuna, in tempo di pace. Non ci è richiesto di correre tali pericoli e fare tali sacrifici, ma ci è chiesto quotidianamente di tenere duro e soprattutto fede agli impegni che abbiamo preso.
Sarà solo così che tutti, a cominciare da noi stessi, saremo decisamente più felici. Consci di starci godendo il meritato riposo dopo aver compiuto il nostro dovere.
Trichecho Birbante

Per il cervo Gustavo la libertà ha il calore di una stalla

Alla libertà dei boschi e alla vita con il branco preferisce il tepore di due stalle tutte per lui, il cibo che trova pronto e i vizi garantiti dalle persone che ogni giorno salgono in un piccolo paese dell’Ossola, a mille metri di quota, per fotografarlo come fosse una celebrità. La «star» è il cervo Gustavo, un esemplare di 15 anni e 200 chili che da quattro inverni passa i mesi freddi nella casa di un allevatore. Teatro di quella che è stata battezzata una «fiaba vera» è Trasquera, borgo di meno di 200 abitanti in valle Divedro, incastonato tra le montagne a pochi chilometri dal confine con la Svizzera. Un paese dove la scuola è frequentata da una sola bambina, l’unico bar sulla piazza resta chiuso d’inverno e la presenza di questo cervo che sceglie di vivere in una stalla è diventata l’attrazione, tanto da essere segnalata con cartelli lungo la strada. L’ «angelo custode» del cervo è Romeo Manna, allevatore di 62 anni che a Trasquera accudisce tre mucche, un toro e 11 gatti. «E poi c’è il cervo Gustavo – racconta -. La prima volta che è arrivato, una mattina di quattro anni fa, ho avvisato la Forestale: mi hanno chiesto se volevo tenerlo e ho accettato. Da allora lo accudisco come un figlio. Ha due stalle, senza porte o recinti. Potrebbe andarsene quando vuole e invece resta qui: è diventato la mia famiglia e io la sua. È troppo vecchio per tornare nel branco, lo ucciderebbero». Gustavo a Trasquera ha prati dove passeggiare e due pasti al giorno assicurati da Romeo: uno al mattino con mele e verdura e un altro alle 20 con gli avanzi della giornata. «A volte anche la pastasciutta – racconta l’allevatore, la cui abitazione è attaccata a una delle stalle diventate la casa del cervo -. Se per caso tardo, viene alla mia porta e con le corna picchia sul vetro». Durante la giornata ci sono gli spuntini che gli portano alcune persone del paese e i curiosi che salgono a Trasquera per lui. Ad accompagnare i visitatori a conoscere il cervo è lo stesso Romeo: non sempre però è possibile accarezzarlo. «A Gustavo non tutte le persone vanno a genio, svela l’allevatore, sembra che riconosca quelle che trasmettono negatività».
da “LaZampa.it”

Le avventure di Oo

Ciao amici!
…e le avventure di Oo?
…non è “aria”, scusate ma devo correre…
Riuscirò un giorno a raccontarvi di quando la mitica tartaruga incontrò Mowgli, se vi va leggete questa storia, ora!
vostra t. r.

Scuola, Ingrid unica alunna con tre maestre
Trasquera (Verbano Ossola Cusio), 15 settembre 2016 – HEIDI in realtà si chiama Ingrid e abita a Trasquera, paese mignon dell’Ossola. Unica alunna di una scuola elementare che doveva essere cancellata dalla spugna burocratica del ministero. E invece è stata salvata dall’amministrazione comunale. Frequenta la classe quinta: una sola scolara con tre insegnanti: la maestra (signora maestra, quanti ricordi in queste due parole) Monica Egoli, l’insegnante di inglese Lisanna Cuccini, e quella di religione Pieranna Romussi. Trasquera, ultimo paese della Valle, a una manciata di chilometri dal confine con la Svizzera. All’inizio del secolo scorso, prima che iniziasse la diaspora della manodopera, i residenti erano più numerosi che a Domodossola. Oggi sono 270 su una superficie di quasi 40 chilometri quadrati. Un centinaio gli emigrati, in Svizzera, Francia, Argentina. Le sagome imponenti del Monte Rosa, del Leone, del Cistella, vegliano su paesi spopolati e alpeggi verdeggianti. «Alla fine dell’ultimo anno scolastico – dice Arturo Lincio, agronomo e sindaco al terzo mandato – la dirigenza scolastica ci ha segnalato che non c’erano la condizioni per mantenere la classe e quindi che la nostra scuola doveva chiudere. Ci siamo subito attivati con la Regione Piemonte perché fosse applicata la legge regionale sul mantenimento dei servizi scolastici nel territorio montano. Abbiamo fatto presente che siamo a 1.100 metri, che la strada per il fondovalle è tortuosa e può diventare impraticabile nei mesi invernali, con la neve, che non disponiamo di uno scuolabus. Abbiamo sottolineato che l’anno prossimo avremo due scolari, nel 2018 saranno cinque, nel 2021 arriveranno a nove. Ci è stato assegnato un contributo. Noi ci abbiamo messo del nostro. La scuola è rimasta».
IL PAESE ha preservato le sue elementari e Ingrid Quaresima è tornata a sedersi al suo banco, quello che divideva con l’amica Marica. Tutto a portata di voce perché il comune dove lavora mamma Elia e la scuola sono nello stesso edificio. Bella storia. Sarebbe piaciuta a De Amicis. Nell’unica aula maestra e allieva stanno rivedendo i compiti delle vacanze. Superata la timidezza iniziale, Ingrid fa pierre. Idee chiare sul presente, prospettive ben delineate per il futuro. «Le materie che preferisco sono scienze e matematica. Da grande voglio fare la cuoca oppure la pasticcera. Le mie specialità sono la frittata e il riso al radicchio». L’insegnamento è escluso? «La maestra no. Troppo casino». Studiare le piace. Si stupisce e si rammarica che sia già arrivata la pausa di mezzogiorno. Un attimo di ripensamento, da bambina avveduta. «Mamma, mi potevi dire che venivano i giornalisti. Mi preoccupa di finire sul giornale. Bisogna stare attenti. Ho paura di sbagliare». Insieme da sempre, Ingrid e la maestra Monica trascorreranno a scuola ventidue ore ogni settimana. Il tu reciproco è quasi d’ordinanza. Con il tempo è nata la confidenza. La bambina parla all’insegnante degli animali che alleva il nonno, le racconta dei dispetti che deve subire dalla sorellina più piccola. «Anche se avessi venti alunni – dice Monica – non darei una impostazione formale, rigida. L’importante è il rispetto e questo non è mai mancato. L’impostazione della giornata è quella classica, con anche l’intervallo. Una cosa importante. I nostri scolari non sono mai stati degli isolati. L’anno scorso hanno partecipato con la quinta elementare di Varzo a un progetto sull’Odissea. Vanno in gita con gli alunni di Varzo. Partecipano alle prove di verifica con tutti gli scolari del circolo didattico».
BELLA storia. Piccola fiaba di montagna. Anche se il sindaco Lincio ha uno strale amaro da lanciare. «Pare di assistere ad azioni deliberate che provocano lo spopolamento dell’arco alpino, la fuga delle giovani coppie, la chiusura delle scuole, dei presidi medici, dei negozi. I finanziamenti vanno alle città, dove ci sono i grandi numeri e anche i grandi voti. Poi ci dicono che le nostre elementari devono smettere di esistere. So di posti dove ci sono tre scuole a 500 metri di distanza una dall’altra e dove i genitori pretendono lo scuolabus». De Amicis si rabbuia. Ma subito ripensa alla storia di Ingrid e ritrova il sorriso.

-Gabriele Moroni