Archivio mensile:marzo 2015

Affari da Scout

Ciao a tutti cari amici ed amiche, e benvenuti ancora una volta sulla nostra rubrica di Generazione X.
Seguendo con attenzione le notizie che provengono dal mondo capita spesso di imbattersi in tantissimi nomi di politici, imprenditori e dirigenti estremamente potenti che sembrano passare l’interezza delle loro giornate a non far altro che correre da una matassa di problemi all’altra, cercando di sbrogliarle.
La situazione, già solo così descritta, pare decisamente poco appetibile da gestire. Eppure queste persone passano anni della loro vita a prepararsi: a studiare, a far carriera, col solo scopo di poter un giorno districarsi tra decine di situazioni precarie, per cercare di bilanciarle a favore della loro fazione o di loro stessi.
Per riuscire a fare questo serve indubbiamente una persona dotata di determinate capacità e, almeno per quanto riguarda il dirigente o uomo d’affari d’alto livello, un’idea di base dei tratti distintivi che dovrebbe avere ce la può dare la fiction, soprattutto cinematografica.

Tralasciando gli eccessi tipici della categoria, anche quelli spesso immortalati su pellicola, di solito l’uomo d’affari di successo dei film ha tra le sue caratteristiche l’essere scaltro, il sapere valutare con arguzia la situazione che gli si presenta davanti, saper riconoscere determinati segnali quando gli si presentano e riuscire a lavorare in squadra con altri dirigenti per raggiungere un obbiettivo comune.
Nei film spesso queste caratteristiche sono già presenti naturalmente nel personaggio, e questi passerà il corso del film ad affinarle o le utilizzerà per sbaragliare qualche dirigente avversario. Facile facile.

Nella realtà però queste caratteristiche, pur essendo davvero indispensabili per un futuro leader, spesso non sono innate in chi lo vuole diventare, e quasi mai sono del tutto sviluppate anche in chi lo è diventato.
Proprio per questo, quando un “mega-capo galattico” d’azienda decide di promuovere alcuni dei suoi a dirigenti, spesso li iscrive prima a corsi specializzati per coltivare questo tipo di capacità.
In cosa consistono questi corsi?
Campeggio! E anche alcune situazioni più appropriate ad un “corso di sopravvivenza” (ma chiunque abbia affrontato un Hike, od un’intera Route sotto la pioggia, se la ride delle condizioni da “corso di sopravvivenza”). Tutte queste attività, finalizzate a far sorgere nell’individuo arguzia, prontezza di riflessi, capacità di adattamento e disponibilità a lavorare in squadra, occupano inoltre un arco di tempo ampio circa un mese.

Cosa dovremmo dire noi, allora, che dedichiamo a queste attività anni interi della nostra vita?
Secondo me, dovremmo dire di essere particolarmente fortunati per essere rimasti così a lungo immersi in questo meraviglioso stile educativo, dal quale abbiamo appreso capacità che, se ben sfruttate, ci permetteranno di risolvere potenzialmente ogni tipo di situazione complessa.
In questo articolo ho voluto usare come esempio di luogo dove attuare questo tipo di capacità un mondo che ben presto farà parte del regno della fantascienza: quello del lavoro. Ma questo non vuol dire che questo tipo di capacità non siano utilizzabili nei campi più svariati, anzi!

L’educazione scout ci ha fatto dono di queste capacità proprio affinché noi le utilizzassimo negli ambiti più disparati anche e soprattutto al di fuori dell’ambito scout, fin nelle sfaccettature più piccole della nostra esistenza.
L’importante è essere pronti a capire quando, e come, una situazione necessita il nostro intervento. A quel punto, nulla ci impedirà di sfruttare le nostre capacità per renderci utili.
Meglio ancora se non solo nei confronti di noi stessi o di una determinata fazione, ma nei riguardi del mondo intero.

Tricheco Birbante

Io, Jimmy e la Carta del Coraggio

Clic: «Accidenti, è un po’ scura» (c’era il flash disattivato). Clic: «Ok, ora è meglio!». La foto che analizziamo in questo numero inquadra un momento certamente storico per l’Associazione: siamo nella piazza del coraggio, sullo sfondo si staglia il tendone viola sotto cui è riunito per la prima volta il Consiglio Nazionale degli R/S dell’AGESCI.

La votazione finale della Carta del Coraggio si conclude con un applauso liberatorio: grande, infatti, è stata la fatica dei 462 alfieri che, in rappresentanza di tutti i Clan partecipanti alla RN, hanno riassunto le “strade di coraggio” di migliaia di giovani per farle confluire in un unico testo scritto. Fin qui tutto bene e tutto bello.

Cosa è successo dopo? Un giornale on-line, di cui non ricordo il nome, è entrato in possesso del testo della Carta del Coraggio (prima ancora che questa venisse pubblicata sul sito dell’AGESCI) e ha scatenato un acceso dibattito su alcune affermazioni in essa contenute.

Non eravamo pronti: questo ho appreso, da un membro del Consiglio Nazionale (questa volta dei Capi) prima che iniziasse la verifica della RN svoltasi sempre al Parco di S. Rossore ad inizio ottobre. “Non eravamo pronti”: suona strano per chi dell’estote parati fa un motto e, quindi, un modo di agire.

Mi rendo conto di essere un po’ enigmatico, quindi mi appresto ad esemplificare. I giovani scrivono sulla Carta che la famiglia è da loro “intesa come qualunque nucleo di rapporti basati sull’amore e sul rispetto” (Carta del Coraggio, p. 16). Alcuni giornalisti scrivono quel che ben potete immaginare.

Taluni capi si sbrigano a prendere le distanze dalla Carta del Coraggio, talaltri cantano vittoria inneggiando alla rivoluzione associativa. Entrambe le categorie di capi, a mio modesto avviso, si trovano nell’errore. Se per errore intendiamo, infatti, una falsa o mancata conoscenza della realtà, è palese che sia i primi che i secondi non hanno compreso quale era la realtà del documento, cioè la sua natura, il suo scopo.

Ha scritto molto bene il mio amico Enrico Gussoni (la cui partecipazione al Consiglio Naz. R/S onora tutto il Gruppo) su Tuttoscout n. 142; il suo articolo a pagina 16 sottolinea, infatti, il principio pedagogico, espresso da B.-P., cui l’Associazione si è ispirata per ideare lo strumento (già, perché si tratta di uno strumento) della Carta del Coraggio: “Ask the boy”, chiedi al ragazzo.

La Carta del Coraggio non è un nuovo Patto Associativo, è bene dirlo chiaramente. Si tratta della “manifestazione libera di ciò che è nel cuore dei ragazzi” (introduzione alla Carta del Coraggio dei presidenti del Comitato Nazionale); a questa manifestazione segue l’ascolto profondo dei capi e la “ricerca intelligente della risposta alla domanda di educazione e di autoeducazione”. Cioè: osserviamo la CdC, deduciamo i motivi che hanno spinto i ragazzi ad esprimere certi concetti, agiamo in conformità al nostro metodo educativo e alle scelte contenute nel Patto Associativo cui ogni capo aderisce. Dal ragazzo al capo, dal capo al ragazzo.
 
Sarebbe da irresponsabili, dunque, non interrogarsi sulla Carta del Coraggio e prenderne le distanze. Sarebbe assurdo pensare che questa costituisca il nuovo orientamento educativo dell’Associazione.
 
Se così fosse, la Co.Ca. dovrebbe sbrigarsi a cambiare i propri orientamenti: dovrebbe alla svelta far capire ai ragazzi che io e il mio cagnolino Jimmy, poiché ci amiamo e ci rispettiamo reciprocamente (lui scodinzola sempre quando torno a casa), siamo una famiglia; successivamente dovremmo sbrigarci a sostituire le nostre insegne e a dire addio al nostro caro don Matteo, perché a quel punto saremo diventati l’AGESI – Busto Arsizio 3.
 
Carlo Maria Cattaneo
 
P.S.: ho già accennato ai molti spunti positivi espressi nella Carta del Coraggio in un precedente articolo, quindi non mi sono ripetuto; mi è parso, invece, opportuno prendere posizione anche su una questione più spinosa che, comunque, ci riguarda.

In Route Nazionale

Traguardi

In Route Nazionale

Ricordo molto bene la mia prima giornata agli scout: era nel reparto Orione. Ho vissuto cinque anni in reparto e ho trascorso dei felicissimi momenti da ricordare con gioia, per sempre. Ricordo in particolare un campo di Pasqua, il titolo era “Alla ricerca del tesoro”; quante bans e quanti giochi! Ad un campo estivo ho anche vinto la gara di canto.
In noviziato ho passato dei momenti indimenticabili; abbiamo anche fatto un autofinanziamento (vendita di patatine fritte) per inviare dei soldi in Emilia Romagna, colpita dal terremoto.
In clan ho passato dei bellissimi momenti; da ricordare la Route Nazionale a San Rossore, dove ci siamo radunati per dimostrare che siamo protagonisti del nostro tempo. Quanta allegria ha scatenato la canzone “È giunta l’ora è giunto il momento…”.
In clan prepariamo dei pacchi alimentari insieme all’associazione “La luna” che li distribuisce alle persone bisognose.
Quando il nostro capo reparto Vittorio è passato in clan ci ha lasciato un biglietto che diceva di andare avanti per la propria strada… Ora ho capito. Cercherò di impegnarmi per raggiungere traguardi che oltre a farmi onore dimostreranno la mia disponibilità verso il prossimo.

Chiara Piantanida (Granchio coccoloso)

Reparto Orione al campo invernale 2014

Campo invernale 2014

Reparto Orione al campo invernale 2014

Quest’anno dal 27 al 30 dicembre noi del reparto Orione ci siamo recati a Bani, piccolo borgo incastonato nelle Alpi bergamasche per il nostro campo invernale. Per me era la prima esperienza di campo invernale e non so da dove cominciare a raccontare questa fantastica avventura. Probabilmente però il momento più emozionante è stato quello della promessa: era una notte gelida ma il cielo era pieno di stelle. Ci allontanammo un po’ dal paese e ci addentrammo nel bosco attraverso un sentiero impervio. Al momento di pronunciare la mia Promessa ebbi un vuoto di memoria per l’emozione, ma poi mi ripresi e la recitai con sicurezza.

Una grande gioia ho provato quando i capi hanno annunciato che la mia squadriglia, gli Squali, aveva vinto il campo e ciò significava che tutto l’impegno che avevamo messo per vincere quel campo non era stato sprecato e poi avevamo rispettato anche la promessa che avevamo fatto all’inizio del campo all’interno della mia squadriglia, o primi o ultimi. Il tema del campo era (rullo di tamburi) “Le cinque leggende” e i giochi, pur nella diversità, erano basati su questo tema. Nel campo però non si gioca e basta… Si mangia! E un ringraziamento particolare va al nostro fantastico cuoco Flavio che ci ha viziato con i suoi squisiti piatti. Al di là dei giochi e del cibo, questo campo mi è piaciuto per le sue sieste da passare insieme ai miei amici a suonare la chitarra e a parlare. Quando sono tornato mi sono reso conto di essermi integrato perfettamente all’interno del reparto e della mia squadriglia. E concludo:

Nell’universo
una costellazione
oltre la notte
illumina sempre
il nostro cammino.
Orione!
Orione!
Orione!

Riccardo Filippi

Operatori ecologici

Reparto Orione alla festa di apertura

Ci siamo accorti di quanto Busto Arsizio faccia schifo.
Domenica 14 dicembre ci siamo seduti in cerchio e magicamente sono arrivati due personaggi un po’ stranucci.
Erano due hippie. Che cosa sono gli hippie? Semplicemente persone carucce che vanno in giro vestite con pantaloni, magliette con fiori e cercano di portare la pace nel mondo.
Questi due personaggi, dopo aver trasmesso un po’ di spirito hippie anche a noi ci hanno fatto vedere delle foto sconvolgenti: mari inquinati, superfici di acque coperte da pesci morti, petrolio nel mare, un gabbiano che, per colpa del petrolio, da bianco si è sporcato di nero, discariche piene e montagne di immondizia.
La prima parola che mi è balzata alla mente è stata schifo.
Che schifo fanno gli uomini? La Terra ci è stata data perfetta e noi la distruggiamo. Un po’ come il nostro corpo. Il nostro corpo è una macchina perfetta, ogni cosa al suo interno funziona perfettamente, eppure a noi viene in mente di rovinarci i polmoni con le sigarette, il fegato con l’alcool e il sistema nervoso con la droga. Siamo proprio furbi, eh?
Va beh, torniamo a noi.
Vi starete chiedendo il perché del titolo dell’articolo. O forse avete cominciato a leggere quest’articolo senza nemmeno leggerlo.

Il reparto Orione domenica è diventato un vero e proprio operatore ecologico!
I nostri due amici hippie hanno consegnato ad ogni squadriglia una cartina per raggiungere un luogo (il parco Alto Milanese), un articolo di giornale su cui riflettere nel cammino e due sacchetti: uno giallo ed uno viola.
Poi hanno lanciato una sfida. Ogni squadriglia nel tragitto, oltre a riflettere sull’articolo, doveva anche raccogliere più sporcizia possibile e mettere la plastica nel sacchetto giallo e tutto il resto (tranne il vetro) nel sacchetto viola. Il tempo di fine della sfida erano le 11.30 al PAM.

L’operazione ecologica della mia squadriglia, le Cobra, è iniziata con il leggere l’articolo di giornale prima di uscire dal cancello del macello. Esso descriveva la discarica più inquinata del globo.
Questa discarica si trova a Dandora che è a pochi chilometri di distanza da Nairobi, in Kenya, ed è il punto di raccolta dei rifiuti della metropoli.
Ogni giorno centinaia di camion riversano tonnellate di materiali indifferenziati che si accumulano, formando montagne di immondizia. Accanto alla discarica sono sorte molte baraccopoli (chiamate slum) in cui circa 500 mila persone vivono in condizioni drammatiche a causa della malnutrizione, dell’acqua inquinata e della mancanza di servizi igienico-sanitari, mentre nel sangue di adulti e bambini si accumulano piombo ed altri metalli pesanti.
Questi sono tutti fattori che producono centinaia di morti e contribuiscono al diffondersi di gravi malattie, come l’AIDS.
L’emergenza viene segnalata da anni dalle ONG e dai missionari che operano nel paese africano, ma con scarsi risultati. Il governo keniota non ha ancora intrapreso la bonifica di Dandora e i progetti attuati a livello mondiale non hanno portato a cambiamenti significativi, nonostante numerosi reportage abbiano documentato la gravità della situazione.

Dopo aver letto l’articolo abbiamo cominciato a raccogliere pattuma partendo dalla sede.
Voi non avete idea dello schifo che c’è appena usciti dal cancello. Abbiamo cominciato la “Caccia alla pattuma” partendo dall’aiuola che c’è appena si svolta nella via del macello. All’interno della siepe c’era di tutto: pacchetti di sigarette, sacchetti, bottiglie di plastica e di vetro, cartacce di vario tipo, lattine…
Non ci avevamo mai fatto caso, passando in macchina, a cosa ci potesse essere dentro quella siepe.
Abbiamo proseguito la nostra ricerca e ci siamo avventurate sul viale Magenta. C’erano carte ovunque. Ogni metro ti dovevi fermare a recuperare cartacce. Io ero da un lato della strada insieme a due mie squadrigliere (Chiara ed Eleonora) e la prima cosa che mi torna in mente pensando a questa giornata è la frase di Chiara: “Ma quanto fa schifo questo viale, ed in generale qualunque strada. La verità è che noi siamo degli incivili.”
Questa frase mi ha fatto riflettere molto e ho pensato che era proprio vero quello che mi aveva appena detto!
Proseguendo abbiamo incontrato diverse persone che ci hanno detto più o meno le stesse cose. Una vecchietta appena ci ha viste ci ha fatto i complimenti perché stavamo rendendo il posto più bello di come l’avevamo trovato. Un altro signore ci ha detto che non dovevamo essere solo noi a fare questa cosa, avevamo bisogno di tante persone ogni domenica per ripulire la nostra città. Un bambino a passeggio con i suoi genitori ci ha guardato con occhi pieni di stupore e, poco più avanti, ha detto a sua madre: “Mamma da grande farò lo scout!”. L’ultima signora che abbiamo incontrato è stata nel piazzale della chiesa di S. Croce che ci ha detto: “Eh ragazze, se tutti imparassero un po’ di educazione!”.

Le sensazioni che ho provato durante il tragitto sono state due: la prima è stata la gioia nel vedere lo stupore di quel bambino, e la seconda è stata la rabbia perché nessuno ha mai pensato di mettersi come noi a pulire le strade.
Quando finalmente siamo arrivate al PAM, abbiamo fatto legna per accendere i fuochi per la trapper e, nel mentre, i capi hanno valutato quale squadriglia aveva recuperato più sporcizia (noi siamo state quelle più brave) e hanno dato dei “punti fungo” in base alla quantità di schifo recuperato.
Subito dopo c’è stato un “congresso” con tutti i rappresentanti di diversi Paesi (le squadriglie) che esponevano i problemi che il loro stato aveva.
Ogni squadriglia, che aveva tutti i problemi che avevano le altre, doveva cercare di acquistare, attraverso un’asta, più soluzioni possibili ai problemi. Noi siamo riuscite ad acquistare più soluzioni rispetto agli altri e abbiamo vinto.
Poi ci siamo messi a cucinare e abbiamo mangiato.
Nel tornare in sede mi sono accorta di quanto faccia doppiamente schifo la gente della nostra città. Abbiamo ripercorso le strade dell’andata e vi posso giurare che la situazione era uguale a prima che noi pulissimo. Ritornati in sede ci siamo salutati, pronti per la partenza del campo invernale.

Quello che volevo dirvi con questo articolo era che se tutti ci impegnassimo nel buttare nei cestini ciò che dobbiamo buttare, non ci sarebbe così tanto schifo per terra. Ognuno nel suo singolo può fare la differenza. Sembrerà una cavolata, ma se almeno uno di voi che sta leggendo smettesse di buttare le carte per terra la nostra città (o qualsiasi altro posto) sarebbe più bella.
E magari, qualche volta (anche non in veste scout o magari con la vostra unità) prendete un paio di guanti, rimboccatevi le maniche e lasciate la nostra città un po’ migliore di come l’avete sempre vista!

Chiara Valtolina (Tigre energica)

Cambiamento

Reparto Pegaso alla festa di apertura

Cambiamento: probabilmente la parola più adatta per descrivere questi ultimi mesi.
Dall’inizio della scuola superiore, quindi nuova scuola e nuovi compagni, agli scout, ma soprattutto il trasferimento. Cambio casa, paese e di nuovo scuola.
È stato abbastanza duro, ormai erano quattordici anni che vivevo in quel paese, in quella casa, il mio campo di atletica, un po’ conciato, ma ci avevo fatto l’abitudine e poi i miei amici, quelli che vedevo ogni giorno appena uscivo da casa, con cui ho condiviso tutto, dalle cose brutte a quelle belle.

La scuola, abitavo in un paese piccolissimo in cui ognuno sapeva tutto di tutti, sono sempre andata a scuola a piedi e invece quest’anno ho cominciato a prendere il pullman; a scuola adesso ci sono i ragazzi più grandi e a volte mi sono sentita e mi sento piccolissima. Riguardo all’indirizzo di studi che ho scelto penso ancora che sia quello giusto. Con i compagni di su ho subito legato, con questi ci ho messo un po’ di più perché ero ancora confusa da tutto quello che stava succedendo.
Atletica: come ho scritto prima ero molto affezionata al mio campo, un po’ conciato, vero, ma era il mio campo e avevo legato con tutti. Gli allenatori erano tutti molto in gamba e temevo che qui non fossero così, invece sono davvero bravi e a me sembra mi stiano aiutando e controllando molto.
Casa, la mia casa, anzi le mie case, perché praticamente vivevo nella casa di mia nonna ogni giorno, in quelle case ci ho passato tutta l’infanzia, inutile dire tutti i ricordi che ho e che sicuramente non dimenticherò.

Anche gli scout, cinque anni, non volevo abituarmi all’idea che tutto sarebbe finito, in fondo però sapevo bene che in qualche modo avrei continuato. L’ultima notte del campo ero disperata, pensavo che non potevo lasciare a metà il mio cammino, l’avevo iniziato e l’avrei dunque portato avanti, infatti la settimana prima dei passaggi mi è stata fatta un proposta che senza pensarci ho accettato, continuare almeno ai campi.
Un altro importante cambiamento avvenuto proprio agli scout, è stata la divisione del Bustotre; l’unica cosa che posso dire è che mi spiace, pur non essendo presente, vedere il solito “quadrato” più piccolo, manca anche il mio vecchio branco. So che è una storia complicata e delicata, ma penso, forse un po’ ingenuamente, che un modo per non arrivare a questa situazione ci sarebbe stato. Con questo non voglio dire che non rispetto questa decisione, ma continuo a pensare che, magari fra un po’ di anni, tutto tornerà come prima.

Il cambiamento porta a nuove esperienze, l’uomo ha paura delle cose nuove, di ciò che non conosce e anch’io adesso so che tutto quello che reputavo un “dramma” alla fine era solo paura e di una cosa sono certa: senza l’aiuto dei miei amici non sarei qui a scrivere, mi sono stati vicini, mi hanno fatto sentire che c’erano.
Alla fine il più grande cambiamento sono stati proprio loro: la paura di perderli non c’è più perché, vedendo che ci sono stati e ancora adesso continuano ad esserci, ho cominciato a credere che “se gli amici sono veri, restano per sempre”; sono piccola per un “per sempre”, ma questo pensiero mi rassicura.

Giorgia Maggiolo (Lepre lapidaria)

La vita agli scout

Branco Tikonderoga in cerchio

La prima volta che sono entrata nel branco non sapevo niente e non conoscevo nessuno. Per questo mi ero messa a piangere e volevo tornare a casa. Quando ho iniziato a conoscere altri amici mi sono sentita serena e tranquilla, al contrario di mia sorella Alice che era molto arrabbiata e triste e non smetteva mai di piangere. Alla fine della giornata oramai avevamo fatto nuove amicizie e non volevamo più tornare a casa.
Ormai gli scout sono come la mia seconda famiglia e con loro passo il sabato e la domenica giocando e passeggiando. Questa sera giovedì 29 gennaio 2014 andrò in sede per la festa della gioeubia che è una festa tradizionale nella mia città (Busto Arsizio) in cui si festeggia bruciando un fantoccio la speranza della fine dell’inverno.
Mangeremo un piatto tipico locale: polenta e bruscitti.

Chiara Fazio

Aiutare gli altri

Per me aiutare gli altri vuol dire dare conforto alle persone che stanno male, dare una mano a chi soffre, aiutare chi è povero… aiutare gli altri per me significa tutto questo.
Certo che però pochi di noi fanno queste cose… o per lo meno, con gli amici sì e con gli sconosciuti no. Io penso che, ovviamente, a tutti bisogna dare una mano, senza distinzioni… e noi che siamo scout dobbiamo dare questo esempio. Noi che siamo scout dobbiamo dare una mano più di tutti, perchè noi siamo capaci di farlo.

Chiara Villa (Coniglietto audace)

Nel cuore, per sempre… Tiko

Sono molto contenta di essere una lupetta dei Tikonderoga. Già dal momento in cui sono uscita dal tunnel dei passaggi, più di un anno fa, ho capito che quello in cui mi trovavo era il branco giusto: ho rivisto alcuni dei miei amici ex castorini ma ho fatto anche tante nuove amicizie.
Ho conosciuto anche nuovi capi ed ora che li conosco bene, penso che non potrebbero essercene di migliori. Sono sempre pronti ad aiutarci ed organizzano giochi molto belli.
A volte, quando la domenica mio papà mi sveglia per andare agli scout, preferirei stare nel mio letto a dormire, ma appena inizia l’attività, la voglia di stare insieme, di giocare, di divertirsi col branco è troppo forte e la stanchezza passa subito.

Ripensando a quest’anno di tiko mi vengono in mente tante uscite e tanti pernotti indimenticabili. Come quello a Dormelletto, dove in un gioco notturno stavo per perdermi in un boschetto con la Margherita. Oppure quello di carnevale a Tradate quando ci siamo spruzzati i capelli di lacca colorata ed il giorno dopo, a Messa, il prete ci guardava male… Tutte esperienze che non dimenticherò facilmente.

Martina (lince determinata)

Lettera a B.-P.

Caro Baden-Powell,
mi chiamo Martino e sono un lupetto del Branco Tikonderoga del Bustotre. A scuola sono bravo, ma stare sul banco e soprattutto scrivere non è proprio la mia passione… Il mio nome totem è “grillo agitato”… Avrai già capito che tipo sono, vero? Ho pensato di raccontarti del mio branco in un modo tutto mio.

TIKONDEROGA

T come tana: a noi scout piace stare all’aperto ma è bello avere un posto accogliente e sicuro dove ripararci dopo la caccia.

I come impegno: mi impegno a fare sempre del mio meglio!

K come Kevin: il nome di uno degli amici che ho avuto la fortuna di trovare frequentando il
gruppo scout.

O come operosità: noi scout abbiamo sempre le maniche rimboccate perché siamo sempre
all’opera.

N come Nelson Mandela: non conosco bene questo personaggio ma il nostro Akela ci ha
raccontato una volta che è un “salmone”… perché, come noi scout, va controcorrente.

D come divisa: ricordiamoci, noi scout indossiamo l’uniforme; la divisa divide, l’uniforme
unisce!

E come entusiasmo: quello che noi scout ci mettiamo quando facciamo attività… e anche
nella vita di tutti i giorni.

R come rispetto delle regole: che fatica, i miei capi lo sanno… ma io ci metto tutta la mia
buona volontà!

O come orgoglioso: sono orgoglioso di essere uno scout!

G come Grigi: come la mia sestiglia. “Grigi è la vittoria, Grigi è la mente, Grigi è la sestiglia
vincente”. (P.S.: un maschio in più non sarebbe male: sono in mezzo a tutte femmine!)

A come Akela: un capo eccezionale; simpatico, paziente e chiacchierone. Ha un solo difetto:
tifa il Torino…

Ecco fatto! Con qualche pensierino ti ho mostrato il mio mondo scout.
Ora ti saluto. Spero che il nostro Tuttoscout ti arrivi puntuale in modo che mi leggerai presto.
Un abbraccio affettuoso e alla prossima.
Ciao ciao, tuo
Martino