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A.E. – Buona strada

Masai bustotreQuante volte questo saluto mi è risuonato nelle orecchie in mezzo a voi… Ed ogni volta sentivo un gusto profetico in queste due parole…
Non profetico nel senso magico, come se fossero parole di un futuro incombente: profetico nel senso vero, quello biblico. Profetico nel senso che ci aiutano a leggere un di più nella realtà quotidiana, nel senso che ci aprono gli occhi al mistero di Dio che si fa presente nella nostra vita.
Dirci “buona strada” non significa semplicemente augurarci buone cose (lunga vita e prosperità, il tipico saluto vulcaniano, sarebbe più adatto in quel caso) ma anzitutto riconoscere che la vita è strada. Come dice san Paolo:
“perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura”
E allora nel dirvi “buona strada” vorrei dire a voi e a me:
- che bello esserci incontrati su questo cammino, che bello aver condiviso questo tratto di strada;
- grazie per quando ci siamo sostenuti a vicenda e per quando abbiamo faticato insieme;
- perdoniamoci per quando ci è sembrato che i passi degli uni intralciassero i passi degli altri;
- ma soprattutto ALZATE LO SGUARDO, lasciatevi affascinare dalla meta, perché il vostro andare sia pieno di gioia, di allegrezza, di misericordia e di cura.
Buona strada!

In cammino con voi, sulla stessa strada, solo dietro una curva…
Don Matteo

Qual’é per te la città dell’uomo?

Nella città infelice è sempre buio, non vedo niente, il volto delle persone che amo, gli amici, le stelle; nella città infelice in realtà c’è tanta luce, ma è come quando sei su un palco e ti sparano i fari negli occhi, sei accecato, potresti vedere ma i fari ti impediscono di guardare intorno.
Nella città felice le persone chiudono gli occhi, e chiedono a Gesù di essere la loro luce, di guadare la vita con il suo sguardo. E poi pensano a chi non può mai vedere perché è cieco, e gli tendono la mano per aiutarlo a camminare.

Nella città infelice non si dice niente, non si può parlare, non si può dire quello che si ha nel cuore, non si può chiedere quello che serve per vivere; tutta la città infelice è un’enorme discarica delle parole cattive, brutte, offensive, volgari, inutili.
Nella città felice la parola è per rispondere a Colui che ci chiama, a Chi si confida con noi, all’Amore che ci ha insegnato a parlare, per rispondere alle parole di Gesù. Gli abitanti della città felice pensano anche alle persone che non possono parlare, e cercano di comunicare con loro.

Nella città infelice non si sente niente, non si può ascoltare chi ti chiama, chi ti vuole bene, chi ti parla, c’è un baccano talmente confuso, c’è una musica a volume così alto che per parlare all’amico vicino devi gridare.
Nella città felice tutti ascoltano perché abitano nel silenzio dove parla lo Spirito di Dio, tutti sanno che per essere discepoli di Gesù e seguirlo bisogna ascoltare qualcuno che parla di Lui. Chi fa così si ricorda degli abitanti della città felice che non possono sentire, e prova a stare almeno vicino a loro.

Tu dove scegli di abitare, qual’é per te la città dell’uomo?

Un ringraziamento speciale a
S.E.R. m. M.E. D

don Claudio

Un appuntamento da non perdere

Dimitri era un brav’uomo, un onesto lavoratore e un buon padre di famiglia e una sera, mentre pregava, gli capitò di dire così: “Buon Dio, ti ringrazio di tutto ciò che mi hai donato, delle tante cose che mi rendono felice. Una sola cosa mi manca: vorrei incontrarti faccia a faccia.” Quella notte, in sogno, un angelo gli apparve e gli disse: “Dimitri, Dio ha ascoltato la tua preghiera e ti da appuntamento domani a mezzogiorno al crocevia di San Michele.”
All’alba Dimitri saltò giù dal letto: il crocevia di San Michele distava due ore di cammino dalla sua città ma non sarebbe arrivato in ritardo per nulla al mondo. Si vestì di fretta, salutò la sua famiglia e si mise in cammino. Dopo un po’ che camminava si trovò a passare vicino a un ometto che tirava un carro pieno di fieno. La scena gli parve insieme buffa e strana: “I carri si fanno tirare agli animali… e comunque quest’uomo non andrà molto lontano: il carro è troppo pesante…” Non aveva neanche finito di formulare questo pensiero che l’uomo che tirava il carro lo chiamò e cominciò a pregarlo: “Ti prego, buon’uomo, aiutami a tirare il mio carro. Non te lo chiederei se non fosse proprio necessario. Ho un appuntamento molto importante e non vorrei proprio perdermelo.” “Mi spiace – rispose Dimitri – ma anch’io ho un appuntamento molto importante e non arriverei tardi per nessuna ragione al mondo.” “Ma se mi dai una mano – replicò l’uomo supplicante – magari arriveremo tutti e due in tempo per i nostri appuntamenti.” Ma Dimitri già si stava allontanando con passo spedito nonostante l’uomo continuasse a chiamarlo e a pregarlo: non sarebbe arrivato tardi al suo appuntamento.
Arrivò al crocevia di San Michele con largo anticipo e si mise ad aspettare. Il sole arrivò nel punto più alto del cielo e poi cominciò a scendere. L’eccitazione si trasformò lentamente in cupa rassegnazione: chissà cosa si era immaginato… Verso il tramonto si decise a tornare a casa e, vedendo arrivare il carrettiere, si stupì della determinazione di quell’uomo e si sentì un po’ in colpa per non averlo aiutato: dopotutto aveva speso la sua giornata seduto a un crocevia… Quando lo incrociò sulla strada era deciso a non incrociare il suo sguardo ma… Rimase come fulminato: il volto dell’uomo era una maschera di fatica e di dolore.
Dimitri tornò a casa che era già buio: entrò in casa, salutò a malapena la sua famiglia, rifiutò di mangiare e salì in camera. Si mise in ginocchio vicino al letto e alzando gli occhi rossi per il piantò disse: “Non ho avuto neanche il coraggio di chiederti perdono.” La luce della candela illuminava appena il volto del carrettiere sulla croce.
Non si può scegliere bene se non si tengono gli occhi aperti per riconoscere la verità.
-Don Matteo

100 anni… tempo di resistere

A cent’anni verrebbe da dire che si è vecchi… ed è vero!
Che si è guadagnata la sapienza, la saggezza, la pazienza… e questo lo speriamo!
Che si sente la stanchezza, che si tende a rassegnarsi… e questo mai!

A cent’anni è tempo di RESISTERE… ma attenzione: resistere può significare due cose!

Si può resistere arroccandosi sulle proprie posizioni e tradizioni (…si è sempre fatto così…), si può resistere rifiutando il confronto e il dialogo (…tanto io resto della mia idea…), si può resistere coltivando il proprio orticello e dimenticandosi degli altri (…noi facciamo le nostre cose, gli altri facciano le loro…).

Oppure…

Si può resistere camminando sulla strada anche quando tutti si fermano, si può resistere sorridendo anche quando tutti si lamentano, si può resistere pensando agli altri anche quando tutti pensano a sé.
Si può resistere amando anche quando si è odiati, perdonando anche quando si viene feriti, offrendosi anche quando si è rifiutati. Come Gesù.

Don Matteo

“Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero”

Sebastiano non ci voleva credere ancora: quando la nonna gli aveva promesso una mancia (aveva detto ancora 50.000 lire, alcuni cambiamenti sono duri da metabolizzare…) per svuotare il sottotetto, aveva pensato che non ne valesse proprio la pena. Eppure ora, aveva l’impressione di aver trovato un tesoro!
Lo aveva sentito raccontare che la nonna aveva uno zio che faceva il prete, il prevosto (chissà poi cosa voleva dire “prevosto”…) a Corbetta, ma sembrava talmente una storia di altri tempi che mica ci aveva mai fatto caso. E ora si ritrovava seduto a gambe incrociate, in una soffitta polverosa, a frugare dentro il baule dei suoi ricordi. Tutto catalogato con la precisione metodica che solo gli uomini di altri tempi avevano. Soprattutto erano conservati con moltissima cura dei “Quaderni delle prediche”, suddivisi per tempi liturgici, ognuno scritto con un colore diverso, rigorosamente con pennino e inchiostro: viola, verde, nero, rosso, giallo scuro (mica si può scrivere in bianco.). Non c’erano date: Sebastiano aveva l’impressione che don Cesare avesse scritto quelle omelie una volta per tutte, ed ogni anno tirasse fuori il quaderno giusto al momento giusto, e tac, pronti via! Tanto lui non se ne sarebbe mica accorto da un anno a quell’altro che diceva le stesse cose, durante le prediche di solito si dorme! Quasi per scherzo, tira fuori il quaderno viola della Quaresima, e comincia a sfogliarlo: sorpresa! Pensava di trovare delle parole vecchie, noiose, polverose! Sì ok, erano scritte un po’ in modo antico (il Nostro Beatissimo Padre per parlare del Papa sembrava un tantino esagerato…), ma che idee geniali!
“Vorremmo fare in modo che i ragazzi possano crescere liberi, dando loro l’opportunità di scegliere bene e di scegliere il bene, prendendo sempre più la ferma decisione di seguire il Signore Gesù, fino alla piena realizzazione di sé, in una felicità che dura per sempre.”. Ma davvero un uomo dei primi anni del 1900 diceva una cosa così attuale?
“La Confessione diventa lo strumento più bello per riconoscersi ogni volta «liberi davvero». È diventata una «abitudine» per i nostri ragazzi?”. Eh, pensa che, come diceva la nonna, ai tempi ci andavano tutti a confessarsi, ti ci portavano la mamma e il papà! Sebastiano forse era andato a Natale, ma mica se lo ricordava bene: era andato alla vigilia, ma poi c’era troppa coda e si era stufato di aspettare… non basta l’intenzione, in questi casi?
“Il cammino quaresimale è fatto per chi è libero davvero. Solo chi sceglie e sceglie il bene può fare propri gli impegni di digiuno, preghiera, elemosina. Che cosa proporre ai ragazzi delle diverse fasce d’età perché scelgano di rinunciare a qualcosa per il bene di tutti, di dedicare ogni giorno uno spazio alla preghiera e di vivere la carità facendosi carico per quanto è possibile della povertà e dei poveri?”. Se pensava per sé, Sebastiano a momenti si era accorto adesso che la Quaresima era iniziata, figurati se aveva fatto qualche buon proposito…
“Il Vangelo è davvero la Buona Notizia: le persone incontrate da Gesù sono state liberate dal male, dall’insicurezza, dal peccato e dalla tristezza. È Lui che ha restituito a ciascuno la dignità e la forza di vivere in modo nuovo, ha chiesto di cambiare vita, diventando «protagonista» della propria esistenza. Non smettiamo di comunicare il Vangelo, nella forma semplice del racconto, trovando occasioni per presentare le persone che hanno saputo fare scelte libere e si sono messi «dietro a Gesù» o «hanno creduto» in Lui.” Ma che vangelo abbiamo letto in chiesa domenica, Sebastiano se lo ricordava? Aveva in mente un Cieco Nano, ma non era mica convinto che il don avesse parlato di un uomo di bassa statura che nemmeno ci vedeva…
Sebastiano era uno che si stufava facilmente, ma quei quaderni un po’ puzzolenti di umido lo avevano catturato. In fondo, tra le ultime pagine c’era una foto del “prevosto”: era vestito un po’ in modo strano, ma alla fine aveva una faccia simpatica…
Don Claudio

Scegli il bene

È tempo di ripartire! Un nuovo anno è alle porte e l’energia e l’entusiasmo che abbiamo trovato in questa estate diventa ora una forza in grado di farci ricominciare alla grande il nostro anno scout!
Come ogni anno vi presento lo slogan dell’anno della nostra diocesi per i ragazzi: è il nostro modo per sentirci dentro il cammino della Chiesa.
Lo slogan di quest’anno è SCEGLI il BENE, e penso che a noi scout dovrebbe piacere per almeno due motivi.
Anzitutto si tratta di SCEGLIERE: è una chiamata alla nostra libertà, alla nostra responsabilità, al nostro onore. È Gesù che ci chiede, nel nostro cammino di crescita di prendere posizione, di non tirarci indietro.
E poi è una chiamata al BENE: al Bene infinito che è Gesù per noi, al bene che possiamo fare concretamente nella nostra vita, al bene che è eco del “meglio” della nostra promessa.
C’è poi, quest’anno, una sorpresa: Gesù ci chiama a andargli incontro ma nello stesso tempo è pronto a offrirci tutti gli aiuti possibili! E così da quest’anno, insieme a me, ci saranno don Giovanni e don Claudio che ci aiuteranno a incontrare il Signore nel nostro percorso scout…
“Cosa? Ho capito bene? Avremo non uno, non due, ma addirittura tre AE con noi?”
“Certo! Perché oltre che essere Tanti ci aiutino ad essere Santi!”
Buon anno!
don Matteo

Misericordia e verità

In questo anno del Giubileo si parla di Misericordia un po’ in tutte le salse. C’è anche un po’ di buonismo, di solito, a condire il piatto. Si dice: misericordia è pazienza, voler bene, star vicino. E non si può dire che non sia vero. Si dice anche che per essere misericordiosi a volte bisogna chiudersi gli occhi, passar sopra ad alcune cose. Ma questo non è vero!
La misericordia è compagna di viaggio inseparabile della verità. Ma quale verità? Con quale misura si giudica il mondo, gli altri, noi stessi? Siamo noi il canone su cui misurare ogni cosa?
Uno scout sa che misura delle sue azioni è la legge. E la legge non è altro che un riflesso del Vangelo. È dunque il Vangelo che ci insegna qual è la verità. La verità del nostro agire, la verità sugli altri e sul mondo.
Guardiamo al mondo, agli altri e a noi stessi con occhi aperti, capaci di distinguere il bene dal male, la giustizia dall’ingiustizia, ma portiamo nel nostro sguardo la luce del Vangelo perché non ci capiti di giudicare in base al nostro capriccio o al nostro desiderio.
Questa è misericordia!

Dal Salmo 84
Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annunzia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli, per chi ritorna a lui con tutto il cuore. La sua salvezza è vicina a chi lo teme e la sua gloria abiterà la nostra terra. Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno. La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo. Quando il Signore elargirà il suo bene, la nostra terra darà il suo frutto. Davanti a lui camminerà la giustizia e sulla via dei suoi passi la salvezza.
don Matteo

Pensare

Quando vado in montagna, anche fosse per fare due passi, cerco di avere sempre in spalla lo zaino con dentro qualcosa. Certo è più faticoso salire con un peso sulle spalle ma quel peso, quella sostanza che mi tira verso terra, mi aiuta a fare del mio camminare una cosa seria. Mi raccomando: non seriosa, ma seria, cioè piena di significato e di attenzione. E mi fa gustare di più quel cammino, mi riempie di più gioia.
Pensate che la parola pensare viene dal latino: significa “pesare”. Come si fa con la bilancia. Talvolta pensare ci pesa, perché ci piacerebbe correre via leggeri e spensierati. Ci illudiamo forse che sentire le spalle libere sia libertà. Invece quel peso che riusciamo a dare alle cose è la vera libertà. Perché ci fa gustare tutta la profondità delle nostre scelte, delle nostre relazioni, della nostra vita.
Pensare dà quindi senso e bellezza alla vita ma diventa anche uno stile per andare incontro agli altri. Pensare al nostro modo di agire e parlare con loro, chiederci come aiutarli a pensare per conto loro: è il nostro modo di dare peso alle persone che abbiamo accanto, che Dio ci ha fatto incontrare.
Scusate la citazione lunga ma qui sotto troverete un Gesù che pensa e che aiuta a pensare.
Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosé, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”. Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed essa rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno; và e d’ora in poi non peccare più”.
Pensateci!
don Matteo

Che sia un muro o un ponte…

24Se parliamo di idee, di concetti, un muro e un ponte sono due cose opposte: il muro divide, il ponte unisce. Se però cerchiamo una prospettiva un po’ più pratica della cosa ci accorgiamo che per quanto diversissimi tra loro un muro e un ponte hanno lo stesso inizio. Serve un punto fermo. “Campata per aria” è un modo di dire che indica una cosa senza fondamento: la campata è un elemento architettonico tipico del ponte, è quel pezzo di ponte tra due piloni o due colonne. Senza punto di appoggio la campata è “per aria”: non può reggersi, figurarsi far passare qualcuno. Anche un ponte di corde ha bisogno di una presa stabile, non c’è scampo (e non venite a propormi un ponte sostenuto dai palloncini!).
Se vogliamo costruire ponti ci serve dunque un punto stabile da cui partire: cosa sarà? E non mi dite Gesù, non è (ancora) la risposta giusta! Il punto stabile da cui partire siamo noi, è la nostra identità! Se il ponte deve collegare me e te devo sapere dove sono io, chi sono io! Non posso semplicemente lanciarmi verso di te con le dita incrociate: sarebbe una cosa “campata per aria”. Se vogliamo davvero costruire ponti dobbiamo partire da noi stessi, dalla nostra identità: la nostra identità di uomini e donne, di scout, di cristiani, di italiani.
Ma attenzione: un punto fermo può essere l’inizio di un ponte o di un muro. Il problema non è l’identità ma come ci si costruisce sopra. Se voglio alzarmi più in alto degli altri metterò i mattoni uno sopra l’altro: ecco un muro. Se voglio andare incontro all’altro metterò i mattoni uno a fianco all’altro: ecco un ponte. Ma se dimentico il punto fermo non importa come metto i miei mattoni: è tutto destinato a crollare.
Ed ecco l’augurio per il Natale: che ciascuno di voi possa trovare il punto fermo della sua vita, la stella polare per non perdere la direzione. Buon Natale!
Don Matteo

Una strada speciale

Consacrazione della cappellina costruita dal noviziato Consacrazione della cappellina costruita dal noviziato Gnothi Seautòn
Consacrazione della cappellina costruita dal noviziato Gnothi Seautòn

Si sa: per gli scout la “strada” non è solo un elemento del paesaggio, non è solo un metrodi asfalto tra due palazzi, non è solo un piede di terra battuta che scala una montagna. Strada è cammino, scelta, esperienza, vita.
Ebbene, cari scout: è giunto il momento, come ogni anno, di mettersi a camminare su una strada un po’ speciale. È una strada un po’ fangosa e non molto curata, è una strada vecchia, vecchissima. È una strada che tanti hanno calpestato eppure quando la affronti ti sembra di essere il primo. È una strada sulla quale si incontrano volti e storie della tua vita di tutti i giorni, ma in modo nuovo e speciale. È la strada che hanno percorso per primi i pastori, poi i magi e poi tutti gli uomini di buona volontà. È una strada che conduce a un incontro: un incontro che cambia la vita.
È l’Avvento: la strada che ci porta al Natale.
Eppure anche quest’anno, come ogni anno, corriamo un rischio. Che non è il rischio della fatica o del brutto tempo: uno scout sa che questi non sono veri problemi sulla strada. No, il rischio è di non metterci in cammino: di lasciarci frenare dalle paure (Non sono capace! E se poi è troppo difficile?), dai dubbi (Ma non so cosa devo fare! Come si fa?), dalla comodità (Non ne ho voglia! E poi a cosa mi serve?). Vi dico solo una cosa: siate scout! Se vi vengono alla mente questi pensieri fate un sorriso e rimboccatevi le maniche: c’è strada da fare. C’è strada da fare con i vostri fratelli e sorelle scout, c’è strada da fare nelle vostre parrocchie, c’è strada da fare con gli amici e in famiglia.
Zaino in spalla e… siamo già in cammino!
Don Matteo