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hanno lasciato una traccia: Père Jacques Sevin S.J.

Père Jacques Sevin S.J.

“Insegnare ai bambini a diventare uomini, insegnando agli uomini a ritornare bambini” Padre Jacques Sevin, gesuita, nacque a Lilla il 7 Dicembre 1882. Fin dal 1913 si interessò al movimento scout, che volle studiare recandosi personalmente in Inghilterra, ove strinse profonda amicizia con Robert Baden-Powell. Nel 1920 fondò l’associazione degli Scouts de France, di cui fu commissario generale fino al 1924; al primo Jamboree mondiale (Londra) istituì assieme al belga J. Corbisier ed al conte Mario di Carpegna (fondatore dell’ASCI), l’Organizzazione internazionale dello Scautismo Cattolico, da cui si sviluppò in seguito la Conferenza internazionale cattolica dello scautismo. È suo merito quello di avere profondamente ripensato i valori ed i simboli propri al metodo scout, con l’intenzione di immettere lo scautismo nella vita stessa della Chiesa, quale mezzo per meglio servire Dio e il prossimo. Fu lui a donare al movimento i primi lineamenti di una caratteristica spiritualità, anticipando numerose intuizioni del Concilio in campo educativo, liturgico, ecumenico. Molti dei canti da lui composti – su melodie preesistenti – esistono anche in versione italiana e costituiscono il nucleo più antico e più bello del repertorio scout: Il Canto della promessa, il Canto dell’addio, La leggenda del fuoco, Preghiera della sera, Signor tra le tende schierati. Si spense a Boran sull’Oise il 19 Luglio 1951, dopo aver dato inizio nel 1944 alla Compagnia della Santa Croce di Gerusalemme, riconosciuta nel 1963 come congregazione religiosa femminile di diritto diocesano. Essa è presente in Francia (con sei case, tra cui pure una fraternità di stretta vita contemplativa), in Terra Santa ed in Cile. Il carisma proprio della Congregazione è quello dell’apostolato educativo tra i giovani, alimentato da una spiritualità contemplativa ignaziana e carmelitana, e attraverso numerose delle intuizioni educative proprie del metodo scout. Nel 1993 si è chiusa la fase diocesana del processo di beatificazione del Padre Sevin.

Hanno lasciato una traccia- Joël Anglès d’Auriac

Hanno lasciato una traccia- Joël Anglès d’Auriac

“Ecco l’ultimo messaggio del vostro amico Joël. Io muoio sorridendo perché il Signore è con me, e non dimentico che un rover che non è capace di morire non è buono a nulla… Addio, fratelli rover; la mia ultima parola: non lasciate lo scautismo. Addio”.

Joël Anglès d’Auriac, 22 anni, scout di Tolone cristiano militante, inviato al Servizio di Lavoro Obbligatorio in Germania, decapitato a Dresda il 6 dicembre 1944. La sua causa di beatificazione è stata introdotta a Roma.

Joël Yves Marie Anglès d’Auriac pronunciò la sua Promessa Scout il 23 marzo 1941 nel Clan Saint Martin di Toulon. Lo scautismo, a cui era arrivato da grande, fu per lui una magnifica scoperta che affrontò con l’ardore da neofita e con spirito di servizio. Prese la Partenza il 16 maggio 1943. Scrisse in quell’occasione: «Raramente, potrei forse dire mai, ho conosciuto tanta felicità e tanta gioia quasi soprannaturale».

Nel luglio del 1943 fu costretto dai tedeschi a partire per lavorare in Germania, a Tescher-Bodenbach. Qui, subito riunì altri Routiers (così si chiamavano i rovers francesi) e formò una equipe che intitolò a Nostra Signora della Speranza. Era di una dirittura esigente e rigorosa e si dedicò sempre a fare opera di servizio tra i suoi compatrioti.

Fu arrestato il 10 marzo 1944 con l’accusa di attività antitedesca, resistenza al lavoro e riunioni clandestine. Il 20 ottobre fu giudicato per alto tradimento e condannato a morte. L’esecuzione avvenne a Dresda il 9 dicembre 1944.

Joël visse a fondo e con grande entusiasmo i suoi ideali scout che gli avevano permesso di scoprire lo splendore del cristianesimo, la carità e la fraternità. Prima della deportazione, desideroso di partecipare agli altri la propria scoperta, egli andava frequentemente nei giardini pubblici della città a far giocare i ragazzi e a indirizzarli nello scautismo. In Germania, noncurante dei rischi, giocò a fondo per i suoi ideali cristiani e francesi; la sua morte era prevista e accettata. La vigilia della sua esecuzione egli scrisse il suo ultimo messaggio: «lo muoio sorridendo perché il Signore è con me e non dimentico che un Routier se non sa affrontare anche la morte non è buono a nulla. Fratelli Routiers, siate ricompensati della gioia che mi avete donato. Grazie a voi io vado a morire con gioia: il Signore mi è vicino. Non siate tristi e abbiate la certezza che accetto la prova con gioia e la offro per tutti voi. Perdono i responsabili della mia morte».
Joël fu per tutti un esempio di lealtà, di abnegazione e di spirito scout, cristiano e francese. Nel suo Carnet de Route fu ritrovato: “È duro qualche volta rimanere fedele agli ideali della Partenza ma per il momento è il Signore che lotta per me… L’ideale del servizio è male applicato se si brontola durante l’impegno col pretesto che gli altri non fanno nulla”.

Joël ci ha lasciato un grande esempio, tanto più valido oggi in cui è difficile parlare di educazione allo spirito di sacrificio. D’altra parte, Joël conferma quanto è stato più volte ripetuto da Baden-Powell: la felicità è frutto di una buona coscienza e di un impegno di servizio al prossimo.

Hanno lasciato una traccia: Don Giovanni Barbareschi

Don Giovanni BarbareschiA darci un passaggio verso questo Natale, tra gli altri, sarà sicuramente don Barbareschi, uno scout diventato “Giusto tra le Nazioni” e medaglia d’argento per la Resistenza. Ci ha lasciati il 4 ottobre scorso a 96 anni, tanto che è stato ricordato anche alla nostra Festa di Apertura. Era l’ultimo delle Aquile Randagie, coloro i quali, nonostante il divieto imposto dal fascismo, continuarono l’attività scout clandestinamente. Ma non fece solo questo: dopo l’8 settembre 1943, con la resa dell’Italia e l’inizio dell’occupazione tedesca, assieme a Teresio Olivelli, Carlo Bianchi, David Maria Turoldo, Mario Apollonio, Dino Del Bo, partecipa agli incontri che porteranno alla fondazione del giornale Il Ribelle. Il giornale delle brigate partigiane “Fiamme Verdi”, attive in Lombardia ed Emilia, esce quando può per 26 numeri, facendo correre ai suoi sostenitori, che si definivano “ribelli per amore”, grandi rischi sia per stamparlo sia poi per distribuirlo: infatti uno dei tipografi, Franco Rovida, e lo stesso Teresio Olivelli finiranno la loro esistenza in un campo di concentramento. Oltre a questa attività si impegna con le Aquile randagie e l’O.S.C.A.R. (Organizzazione Scout Collocamento Assistenza Ricercati) con il compito di portare in salvo, in Svizzera, ebrei, militari alleati e ricercati politici per un totale di 2166 espatri clandestini.
Il 10 agosto 1944 va dal cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, pregandolo di andare ad impartire la benedizione ai partigiani uccisi in piazzale Loreto, ma il cardinale gli ordina di andare lui stesso, benché ancora diacono. Davanti ai cadaveri lasciati come crudele monito alla popolazione si inchinò e recitò la preghiera di benedizione. Una volta terminata si accorse che tutta la piazza si era inginocchiata con lui. Tre giorni dopo (13 agosto) viene ordinato sacerdote dal cardinale Schuster e celebra la sua prima messa il 15 agosto; la notte stessa viene arrestato dalle SS mentre si sta preparando per accompagnare in Svizzera degli ebrei fuggitivi. Resta in prigione fino a quando il cardinale non ne ottiene la liberazione e, quando in seguito si presenta a lui, il cardinale si inginocchia e gli dice:
«Così la Chiesa primitiva onorava i suoi martiri. Ti hanno fatto molto male gli Alemanni?»
Passa qualche giorno e don Barbareschi parte per la Valcamonica, dove si aggrega alle Brigate Fiamme Verdi e diventa cappellano dei partigiani. Dopo essere stato arrestato viene portato nel campo di concentramento a Bolzano (Durchgangslager Bozen), da dove riesce a fuggire prima di essere trasferito in Germania; ritornato a Milano diventa il “corriere di fiducia” tra il comando alleato ed il comando tedesco durante le trattative per risparmiare da rappresaglie le infrastrutture milanesi. Dal 25 aprile 1945, su mandato del cardinale Schuster, si adopera per evitare rappresaglie contro i vinti e con l’avallo dei comandi partigiani e alleati opera per salvare dal linciaggio il maresciallo Karl Otto Koch, il generale Wolff e il colonnello Dollmann (il quale il 4 marzo 1948 gli offrirà il suo diario personale come ringraziamento per avergli salvato la vita), direttamente responsabili delle sue sofferenze in carcere.
Dopo la guerra continuò ad insegnare (fu anche professore di religione di mio padre!) e ad essere attivo nella FUCI e nello scoutismo, verso il quale non smise mai di attivarsi per il ricordo della Resistenza.

e. g.

Marcel Callo

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Il 4 ottobre 1987 molti giornali in tutto il mondo portano la fotografia di un giovane in divisa scout. Quel giorno infatti Giovanni Paolo II lo colloca nell’elenco dei Beati. Da quel giorno nelle chiese si possono fare altari dedicati a lui, come si fanno a S. Francesco o a S. Antonio.

Chi era questo capo squadriglia? Si chiamava Marcel Callo ed era francese: fece la sua promessa nel 1934 ed era molto fiero di essere scout. Nello stesso anno Marcel cominciò a lavorare come apprendista tipografo e nel 1936 diventò capo della squadriglia Pantere, che era composta di ragazzi lavoratori come lui.

Marcel è un ragazzo che mantiene la sua Promessa scout e cerca di lasciare il mondo un po’ migliore di come lo ha trovato, impegnandosi anche nella Gioventù operaia cattolica (JOC), in cui passò allo scoppio della seconda guerra mondiale.

Nel 1943 Marcel riceve l’ordine di andare a lavorare in Germania, lui ci va seguendo le indicazioni del suo vescovo, perché bisognava tenere alto il morale di tanti ragazzi lavoratori. Per lui si tratta di aiutare il prossimo in una circostanza precisa. Nel primo periodo in terra tedesca si dà da fare per trovare una cappella e far celebrare Messe in francese per i francesi. Anima liturgie, commenta le letture, dirige i canti. Poi organizza un coro, una squadra di calcio, un piccolo gruppo teatrale e alcune sezioni della Joc che visitano i malati e distribuiscono medicine.

Ma malgrado le precauzioni prese, il 19aprile 1944 Marcel e altri 11 vengono arrestati. L’accusa? “Viel Zu Katholsch” (troppo cattolici); viene condannato ed inviato nel lager di Mauthausen, dove muore il 19 marzo 1945.

Hanno lasciato una traccia – Nicola Calipari

ttscout160 (23)Recitando la promessa ogni guida ed esploratore si impegnano a compiere il proprio dovere “verso il proprio paese” o “patria”, un termine sempre meno usato e di cui abbiamo ormai perso il significato sostituendolo semplicemente con “stato”. La risposta a quale sia pragmaticamente il dovere verso la patria non è univoca, nel bene o nel male. Durante la Grande Guerra risultò naturale armare i giovani esploratori del CNGEI ed addestrarli al combattimento, così come durante la rivolta di Varsavia gli scout polacchi del ZHP imbracciarono le armi contro i nazisti. Allo stesso tempo, invece, le Aquile Randagie avevano deciso che il loro dovere verso il proprio paese fosse quello di opporsi al fascismo con la resistenza non violenta.

Quando non esistono regole certe e non si riesce a dare una definizione completa ci si richiama a degli esempi. Quello che abbiamo scelto oggi non è forse uno dei più noti ma il suo nome forse riaffiorerà alla mente dei più grandicelli.

Nicola Calipari nacque a Reggio Calabria il 23 giugno 1953 ed entrò a far parte dell’Associazione Scouts Cattolici Italiani nel 1965. Il reparto era l’Aspromonte del Reggio Calabria 1. Nel 1973 è capo dell’AGESCI Reggio Calabria 1 e 3. Sul sito Giunglasilente leggiamo: “Era il ragazzo più disponibile quando si doveva lavorare”, ricorda il professor Teofilo Maione, docente in pensione, capo scout a Reggio per molti anni. “Della sua squadriglia – dice ancora – era sempre quello che stava accanto ai più piccoli. Di lui ricordo anche le grandi capacità tecniche: era bravo nell’orientamento, nell’osservazione, nel costruire ponti, nella cucina; e nelle riunioni era una miniera di idee”. Per il professore Maione, “Nicola ha saputo tradurre la sua disponibilità al servizio da scout, anche nella sua attività professionale […] È difficile in un momento come questo frugare nella memoria per cercare tra i tanti momenti condivisi, ma non può non raccontare, tra lacrime di commozione, la disavventura vissuta con Nicola nel 1976. Eravamo diventati capi e ci avevano affidato un gruppo di ragazzi più piccoli durante un’escursione in Aspromonte; ci siamo persi in una zona impervia dove siamo stati costretti a pernottare. Nicola dava coraggio e forza a tutti, fino a quando l’indomani siamo riusciti a ritrovare il sentiero “. […]” Nel 1976 organizzammo in Calabria un raduno di scout che aveva per obiettivo lottare per restare in Calabria e per costruire una Calabria diversa. Il gruppo di Nicola, quello della Candelora, era il più numeroso, a dimostrazione della sua dedizione totale nel fare ogni cosa”.

Laureatosi in giurisprudenza, nel 1979, si arruola in Polizia e diventa funzionario. Dapprima dirige squadre mobili, poi collabora in una missione internazionale nel 1988 con la National Crime Authority australiana. Lavora ad alto livello in Questura e nella Polizia Criminale. Diventato Vice Consigliere Ministeriale riceve riconoscimenti per le operazioni di polizia giudiziaria portate a termine con successo relative, in particolare, ad operazioni antidroga e di contrasto al traffico internazionale di armi.

Nel 2002 entra nel Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare (SISMI) e viene assegnato alle operazioni in Iraq. Conduce le trattative per la liberazione delle operatrici umanitarie Simona Pari e Simona Torretta e dei tre addetti alla sicurezza Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Salvatore Stefio. Non si riesce invece a riportare a casa Fabrizio Quattrocchi ed Enzo Baldoni.

Il 4 febbraio 2005 l’Organizazione del Jihad Islamico rapisce la giornalista de “Il manifesto” Giuliana Sgrena a Baghdad. Seguono giorni di incertezza, tensione, ultimatum e minacce. A spendersi in prima linea per salvare la giornalista “scomoda”, che aveva mostrato al mondo i bambini colpiti dalle bombe a grappolo statunitensi, è Calipari.

Il 4 marzo la mediazione dei servizi segreti militari italiani dà i suoi frutti e Giuliana viene liberata e portata in macchina verso l’aeroporto. I posti di blocco americani si susseguono senza problemi quando all’improvviso una fitta pioggia di proiettili si abbatte sulla vettura. Calipari si getta su Giuliana per proteggerla e viene raggiunto da un colpo alla testa che lo uccide. Aveva promesso che l’avrebbe riportata in Italia viva e così fu.

Le ricostruzioni dell’incidente da parte americana e italiana differiscono e per anni i processi tentarono di fare luce sull’accaduto. Caliparì fu insignito dal Presidente della Repubblica della Medaglia d’Oro al Valor Militare. Gli erano già state conferite le onorificenze di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana nel 2004 e di Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana nel 1999.

Approfondimento

Hanno lasciato una traccia: Giulio Cesare Uccellini

KellyPare giusto cogliere l’occasione del Kelly Day raccontato su questo numero per parlarvi di Giulio Cesare “Kelly” Uccellini, nome totem “Tigre”, il “Bad Boy” che aiutò a tenere viva la fiamma dello scoutismo in Italia (insieme a tanti altri) durante il buio periodo fascista.

Nacque a Milano l’11 marzo 1904 e, contro il volere del padre, entrò nell’ASCI Milano 2 nel 1917.
Il suo senso civico, la profonda fede religiosa e l’amore per lo scoutismo lo spinsero a rinunciare alla carriera professionale nella Banca d’Italia e alla creazione di una famiglia per dedicare la sua vita allo scautismo e ai suoi ragazzi. Il suo impegno continuò anche dopo il 1928, quando le Leggi Fascistissime dichiararono illegale il movimento scout.

Quando nel 1927 fu imposto all’ASCI (Associazione Scout Cattolici Italiani, che insieme all’Associazione Guide Italiane diede poi vita alla nostra AGESCI) di apporre sulle proprie insegne lo stemma dell’Opera Nazionale Balilla, Uccellini si rifiutò, e di nuovo rifiutò di consegnare le insegne quando nel 1928 lo scautismo venne definitivamente soppresso.
Uccellini non accettò la fine dello scautismo, e con alcuni ragazzi continuò a mantenere vivo clandestinamente il suo gruppo, al quale diede il nome di “Aquile randagie”. 24-2Continuò a portare avanti le sue idee di libertà e non-violenza, proponendo ai ragazzi un modello di capo gioioso e coraggioso, capace di continuare nel suo impegno anche dopo che la polizia fascista lo aveva picchiato fino a procuragli dei seri danni all’udito.
Il suo gruppo, che nel frattempo aveva accolto anche nuovi ragazzi e scout appartenenti agli altri gruppi ormai disciolti, seguitò le attività di nascosto, con campi estivi annuali e partecipando anche ai jamboree mondiali. A quello di Vogelenzang (Paesi Bassi), il 9 agosto 1937 Uccellini incontrò B.P. in persona, il quale rimase colpito dalla storia delle Aquile randagie ed esortò Kelly a proseguire nella sua impresa.
Durante la seconda guerra mondiale, e specialmente in seguito all’8 settembre 1943, Uccellini, insieme agli altri capi delle Aquile randagie, cercò dei modi per aiutare le persone ricercate dai fascisti. Partecipo’quindi alla nascita di O.S.C.A.R. (Organizzazione scautistica cattolica di aiuto ai ricercati). Come membro di questa organizzazione partecipo’all’espatrio in Svizzera di 75 prigionieri africani evasi, anche se l’azione più eclatante forse fu la liberazione di un bambino ebreo dall’ospedale in cui era tenuto prigioniero dei tedeschi in attesa di essere inviato a un campo di sterminio.

Blank white book w/pathKelly morì il 23 marzo 1957 a 53 anni per un tumore allo stomaco. Lasciò scritto di essere sepolto in uniforme, con al cuore il giglio scout e al collo il fazzolettone di Gilwell (che distingue i capi in tutto il mondo), a testimonianza del suo attaccamento a un movimento al quale aveva dedicato la sua vita.
In quello stesso anno gli viene conferita alla memoria la medaglia d’oro della provincia di Milano per il merito educativo.

Enrico Gussoni

Neil Armstrong

22Neil Alden Armstrong, classe 1930, una traccia l’ha lasciata seriamente e importantissima: la prima impronta di un essere umano sul suolo lunare.
Fu infatti lui il primo uomo a mettere piede sulla Luna il 20 luglio 1969 durante la missione Apollo 11 della NASA.
Il percorso che lo portò, quel giorno, nel Mare della Tranquillità, fu lungo (e non solo in termini chilometrici!): volò per la prima volta a 6 anni e imparò a pilotare da giovanissimo ottenendo il brevetto già a 15 anni. Si laureò in ingegneria aeronautica nel 1955, dopo aver servito come pilota nella Guerra di Corea ottenendo anche alcune medaglie.
Divenne quindi pilota collaudatore di velivoli sperimentali, l’anteprima del volo spaziale, rischiando più volte la vita su oltre 200 aerei diversi.
Le sue abilità lo resero selezionabile per il programma “Man In Space Soonest” (uomo nello spazio al più presto). Congedatosi, nel 1962 divenne così il primo “astronauta civile” della NASA.
La sua prima missione fu Gemini 8 del 16 marzo 1966: 75 ore di volo in orbita e una complicata serie di operazioni da portare a termine.

Se ancora oggi andare nello spazio è rischioso, all’epoca la domanda non era “ci sarà qualche problema?” ma “Quale problema avremo?”. I computer erano primordiali: l’intera stazione di controllo della NASA aveva la potenza di una moderna calcolatrice tascabile e la strumentazione a bordo di un razzo alto 110m era in mano ai tre uomini dell’equipaggio ed alla speranza che ogni bullone fosse stato stretto bene.

Fu proprio un incidente svolto durante l’addestramento per l’allunaggio, in cui i prontissimi riflessi di Neil gli salvarono la vita, a farlo scegliere come comandante dalla missione Apollo 11, la prima che avrebbe portato un equipaggio umano sulla Luna. Questo voleva dire che sarebbe stato lui il primo a scendere. Proprio li in mezzo tra i due mondi, alle ore 8:15 del 18 luglio 1969, Neil lanciò un messaggio: “Vorrei salutare tutti i miei colleghi Scout e Capi Scout al Farragut State Park in Idaho dove si sta svolgendo il Jamboree Nazionale questa settimana; e Apollo 11 vuole mandar loro i suoi migliori auguri.” cui il Centro di controllo di Houston rispose: “Grazie, Apollo 11. Sono sicuro che, se non lo hanno sentito, lo apprenderanno dai notiziari. Sicuramente lo apprezzeranno”. Inoltre, tra i pochi oggetti personali che Armstrong scelse di portare con sé nel viaggio verso la Luna e ritorno ci fu un distintivo scout che oggi è conservato presso la sede del WOSM di Ginevra.
Il resto è storia: “Questo è un piccolo passo per un uomo, un gigantesco balzo per l’umanità”.

Dei 214 astronauti americani passati e presenti, 142 sono stati scout. Anche Buzz Aldrin, sulla Luna insieme ad Armstrong, lo fu.
È difficile sintetizzare tutto quello che Armstrong fece dopo, le ricerche, l’insegnamento, le onorificenze…
Con grande umiltà ha portato avanti il suo impegno per la scienza fino a quando morì il 25 agosto 2012.

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-Enrico Gussoni

HANNO LASCIATO UNA TRACCIA – Folke Bernadotte

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Ritorna la rubrica che racconta di quegli scout che hanno lasciato una traccia sul proprio percorso particolarmente preziosa e tangibile.

Folke Bernadotte conte di Wisborg (Stoccolma, 2 gennaio 1895 – Gerusalemme, 17 settembre 1948) è stato un politico, diplomatico e filantropo svedese, noto per aver negoziato e ottenuto la liberazione di circa 31.000 prigionieri dai campi di concentramento tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Dopo il conflitto, inviato come mediatore dalle Nazioni Unite nella controversia israelo-palestinese, fu ucciso da un gruppo sionista nel 1948 a Gerusalemme.
Figlio del conte Oscar Bernadotte e nipote del re Gustavo V di Svezia, si iscrisse come ufficiale di cavalleria alla scuola militare di Karlberg. Fu nominato tenente nel 1918 ed in seguito arrivò al grado di maggiore.
Lui e sua moglie, Estelle Manville (1904-1984), furono molto attivi nello Scautismo e nel Guidismo. Bernadotte fu direttore dell’organizzazione scout svedese (Sveriges Scoutförbund) a partire dal 1937. Allo scoppio della seconda guerra mondiale si adoperò per integrare gli scout nei piani di difesa svedese, addestrandoli come assistenti medici e nella difesa antiaerea.
Fu vice presidente della Croce Rossa svedese dal 1943, e presidente nel 1946.
Durante la guerra si dedicò al soccorso degli internati civili in Germania per conto della Croce Rossa Internazionale. Riuscì a salvare circa 15.000 persone dai Campi di concentramento, compresi migliaia di ebrei. A tale scopo si incontrò nel marzo 1945 con Heinrich Himmler ottenendo che i prigionieri civili norvegesi e danesi potessero essere trasferiti in Danimarca.
Negli ultimi giorni di guerra trattò con Heinrich Himmler alcune condizioni della resa nazista; gli Alleati non diedero ascolto a queste proposte ed il precipitare degli eventi rese inutile la mediazione di Bernadotte. Subito dopo la guerra si adoperò a favore della popolazione civile tedesca e soprattutto dei bambini, nelle gravissime condizioni che si erano create con il crollo dello Stato tedesco.
Nel maggio del 1948 fu inviato dall’ONU in Palestina come mediatore fra gli Arabi e gli Israeliani in guerra. Riuscì per due volte a imporre ai contendenti una tregua ma fu assassinato in territorio israeliano, durante la seconda tregua, dalla banda Stern, un gruppo di terroristi della destra sionista israeliana che già avevano ucciso l’Alto Commissario britannico, Lord Moyne al Cairo, meritandosi dal Primo Ministro britannico Winston Churchill l’epiteto di “nazisti”. La banda Stern era stata integrata nelle Forze di Difesa Israeliane pochi mesi prima, e l’assassinio di Bernadotte fu una delle ultime operazioni del gruppo.
Dopo la sua morte, avvenuta il 17 settembre 1948, le ostilità furono riprese per la terza volta e durarono fino al 10 luglio 1949.